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«Prima i nostri»


La preferenza indigena quale rimedio alla pressione frontaliera







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Per fare fronte alla concorrenza dei frontalieri italiani bisogna dare la priorità ai lavoratori che risiedono nel cantone? È la domanda a cui dovranno rispondere i cittadini ticinesi il 25 settembre prossimo. L’elettorato si pronuncerà infatti sull’iniziativa «Prima i nostri» promossa dall’UDC e sul controprogetto sostenuto dalla maggioranza del parlamento e dal governo.

In Ticino su circa 200'000 posti di lavoro più di 60'000 sono occupati da frontalieri. Con la sua iniziativa, l'UDC vorrebbe dare la priorità ai lavoratori che risiedono nel cantone. (Keystone)

In Ticino su circa 200'000 posti di lavoro più di 60'000 sono occupati da frontalieri. Con la sua iniziativa, l'UDC vorrebbe dare la priorità ai lavoratori che risiedono nel cantone.

(Keystone)

Per capire la genesi dell’iniziativa cantonale «Prima i nostri» bisogna fare un piccolo passo indietro. Il 9 febbraio 2014, il popolo svizzero accetta l’iniziativa federale «contro l’immigrazione di massa». Obiettivo di questo articolo costituzionale: porre un freno all’immigrazione e dare la priorità agli svizzeri sul mercato del lavoro.

Sulla scia del successo dell’iniziativa federale, approvata in Ticino da ben il 68% dei votanti, la percentuale più alta in Svizzera, la sezione locale dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) lancia a sua volta un’iniziativa per ancorare anche nella costituzione cantonale il principio della preferenza indigena. Ma perché tornare alla carica, visto che questo principio è già contemplato nell’iniziativa federale?

Ginevra capofila

Dal 2012, il cantone Ginevra applica il principio della preferenza indigena per i posti di lavoro degli organi statali e delle istituzioni di diritto pubblico; nel 2015 la misura è stata estesa anche alle istituzioni e alle società sovvenzionate dal cantone.

Quando hanno un posto vacante, questi datori di lavoro devono prima rivolgersi agli uffici di collocamento cantonale per valutare se vi siano persone alla ricerca di un impiego residenti nel cantone che hanno un profilo adatto.

«Per due motivi, spiega Piero Marchesi, presidente dell’UDC ticinese. Prima di tutto perché a livello federale vi è scarsa volontà politica di applicare il testo costituzionale da parte di coloro che erano contrari all’iniziativa del 9 febbraio. Temiamo che non si rispetterà quanto votato dal popolo. In secondo luogo perché la nostra iniziativa è molto più specifica al mercato del lavoro ticinese e come cantone vogliamo avere la possibilità di agire in questo ambito. Al di là di ciò che accadrà a livello federale, la nostra iniziativa è comunque perfettamente in linea con il nuovo articolo costituzionale».

La pressione del frontalierato

Il mercato del lavoro ticinese è da anni sotto forte pressione. La vicina Lombardia offre un bacino di manodopera immenso per un piccolo cantone come il Ticino. Una manodopera che, vista la differenza del costo della vita, può permettersi di accettare salari più bassi rispetto a quelli ‘normali’ ticinesi. Su circa 200'000 posti di lavoro, 63'000 sono occupati da frontalieri.

«È vero che in Ticino la disoccupazione è scesa sotto la media svizzera ed è attorno al 3%. Se però si analizzano i dati nel dettaglio ci si accorge che molte persone sono uscite dalle statistiche della disoccupazione e sono ora in assistenza. Abbiamo una disoccupazione reale che è tra il 7 e l’8%. Vi sono più di 15'000 persone che non lavorano», sottolinea Marchesi.

Obiettivo dell’iniziativa è da un lato di frenare il dumping salariale e l’effetto di sostituzione (lavoratori frontalieri che sostituiscono quelli indigeni), dall’altro di creare opportunità di impiego per i disoccupati residenti in Ticino. Il principio della preferenza indigena verrebbe applicato non solo agli svizzeri, ma anche a tutti gli stranieri con permesso di domicilio (permesso C).

Controprogetto vs iniziativa

Il Gran Consiglio ticinese (parlamento cantonale) non è rimasto insensibile alla questione. La maggioranza dei parlamentari ha però ritenuto irrealizzabile l’iniziativa promossa dall’UDC e ha quindi optato per un controprogetto, sostenuto anche dal governo cantonale, che prevede pure il principio della preferenza indigena. Il 25 settembre i cittadini ticinesi dovranno così scegliere tra tre varianti: lo statu quo, il controprogetto o l’iniziativa dell’UDC.

«A dire che l’iniziativa non è attuabile non siamo noi, bensì Giovanni Biaggini, uno dei massimi esperti di diritto costituzionale», rileva Fabio Bacchetta-Cattori, il deputato del Partito popolare democratico (PPD, centro) all’origine del controprogetto. Inattuabile perché «va a toccare ambiti che non sono di competenza del cantone, a livello di politica economica, sociale e degli stranieri e che sono incompatibili col diritto federale e internazionale».

A differenza dell’iniziativa, che «contiene solo vaghe promesse irrealizzabili e non propone degli strumenti per tradurle in pratica, il controprogetto è concreto, tempestivo e attuabile, perché dà un mandato chiaro al cantone nell’ambito delle sue competenze», prosegue Fabio Bacchetta-Cattori. E inoltre evita un’eccessiva burocratizzazione e onerosi interventi statali.

Dumping salariale

Il 25 settembre gli elettori ticinesi dovranno esprimersi anche su una seconda iniziativa cantonale, denominata «Basta con il dumping salariale in Ticino». Il testo, promosso dal Movimento per il socialismo (piccola formazione della sinistra radicale), chiede di potenziare i controlli per evitare una pressione al ribasso sui salari, creando un Ispettorato cantonale del lavoro. In particolare, l’iniziativa domanda che vi sia un ispettore del lavoro ogni 5'000 persone attive e la creazione di una statistica sulla situazione dei contratti e dei salari.

Secondo i promotori, l’implementazione dell’iniziativa costerebbe 6 milioni di franchi all’anno; il parlamento cantonale parla invece di 10 milioni.

La maggioranza del parlamento ha respinto l’iniziativa, ma ha elaborato una proposta dai costi più contenuti (10 milioni in 4 anni) e che mira ad ottimizzare gli strumenti già oggi utilizzati per sorvegliare il mercato del lavoro.

Come prima della libera circolazione

Per i sostenitori dell’iniziativa, il controprogetto è invece troppo annacquato: «Nel nostro testo, la preferenza indigena è un obbligo, nel controprogetto solo un auspicio», rileva Piero Marchesi.

Per concretizzare l’iniziativa, il modello c’è ed è quello che era applicato fino all’entrata in vigore dell’accordo di libera circolazione nel 2004, sottolinea il presidente dell’UDC ticinese: «Il datore di lavoro che cercava una segretaria, prima di potere assumere una frontaliera doveva dimostrare che non c’era una persona residente in Ticino disponibile sul mercato del lavoro. È chiaro che ciò comporterà qualche compito in più per l’amministrazione cantonale. Se però riusciremo anche solo a reinserire 5'000 delle 15'000 persone attualmente senza occupazione e a carico dello Stato, i maggiori costi indotti dall’iniziativa potranno essere facilmente compensati».

Marchesi è cosciente del fatto che la proposta rischia di contravvenire agli accordi di libera circolazione: «Vi sono pero dei margini di manovra e dobbiamo sfruttarli. È vero, sono limitati, ma credo che uno Stato debba legiferare e trovare quelle misure atte a difendere chi vive sul proprio territorio».

Controprogetto in linea con la soluzione nazionale

Per Fabio Bacchetta-Cattori, se accettata l’iniziativa «rimarrebbe un bel proclama non traducibile in pratica», perché come detto il cantone non avrebbe le competenze per intervenire in determinati ambiti.

Il controprogetto, invece, sarebbe più in linea con la soluzione che si sta cercando a livello nazionale per applicare l’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» e che potrebbe essere accettata anche dall’Unione Europea.

Il modello proposto a inizio settembre dalla Commissione delle istituzioni politiche del Consiglio nazionale (camera bassa) prevede che il governo debba introdurre delle misure per sfruttare al meglio il potenziale di manodopera indigena, determinare delle soglie a partire dalle quali i datori di lavoro saranno obbligati a comunicare i posti vacanti agli uffici di collocamento e procedere con ulteriori correttivi nel caso in cui i due primi interventi non fossero sufficienti. Il testo, appoggiato da tutti i partiti ad eccezione dell’UDC, non fissa però un obbligo vincolante di assunzione.

Una preferenza indigena «soft», come è stata definita da alcuni, il cui impatto – soprattutto su un mercato del lavoro come quello ticinese – è ancora tutto da valutare.

Contatta l'autore dell'articolo via Twitter Daniele Mariani

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