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40 anni CEDU in Svizzera


La Convenzione europea dei diritti dell’uomo sotto pressione







La Svizzera celebra il 40° anniversario della ratifica della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU), ma non tutti partecipano ai festeggiamenti. Il trattato e la sua corte basata a Strasburgo sono sotto attacco, soprattutto da parte dell’Unione democratica di centro. 

Il 28 novembre 1974 anche la Svizzera ratificò finalmente la CEDU, stipulata nel 1950. Per ricordare l’anniversario, alcune settimane fa il governo svizzero ha pubblicato un rapporto sui 40 anni di storia dell’applicazione in Svizzera della CEDU, sulle riforme in corso e sulle prospettive future. 

Nel rapporto il governo difende risolutamente la Convenzione, definita «pietra angolare dei valori europei fondamentali». 

«Firmare la Convenzione 40 anni fa ha influenzato e rafforzato lo stato di diritto in Svizzera… La CEDU è diventata un punto di riferimento per i parlamenti e per i tribunali federali e cantonali… È importante mantenere questo sguardo esterno sul sistema legale svizzero», afferma tra l’altro il rapporto. 

«Disdire la Convenzione non è un’opzione», aggiunge, mettendo il dito nella piaga delle polemiche attuali sulla CEDU e su alcune decisioni recenti della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, in particolare riguardo alla politica d’immigrazione e all’asilo. 

Dati statistici 

Tra il 1959 e la fine del 2013 alla corte di Strasburgo sono state inoltrate 644'357 cause. Di queste 22'764 (4%) si sono concluse con un sentenza. 

La maggior parte delle cause riguardava la Russia (16,8%), l’Italia (14,4%), l’Ucraina (13,3%), la Serbia (11,3%) e la Turchia (11%). La metà di tutte le sentenze ha interessato cinque Stati: Turchia (2994), Italia (2268), Russia (1475), Polonia (1042) e Romania (1026). I giudici hanno condannato gli Stati stessi nell’83% dei casi. 

Dal 1974 alla fine del 2013 contro la Svizzera sono state inoltrate 5940 cause, la metà delle quali dopo il 2002. Di queste, 5516 sono state dichiarate inammissibili (93%). 

Tra il 1974 e la fine del 2013 sono state pronunciate 152 sentenze in relazione con la Svizzera. Meno dell’1,6% delle cause relative alla Svizzera giudicate a Strasburgo si è risolto con una sentenza. In genere per arrivare a una sentenza ci vogliono 4-5 anni.

Soprattutto una sentenza della corte di inizio novembre, in base alla quale la Svizzera non può più rimandare i richiedenti l’asilo vulnerabili in Italia senza garanzie individuali sulla loro accoglienza ha suscitato molte critiche. 

Le note di biasimo arrivano anzitutto dall’Unione democratica di centro (UDC), che si sta preparando a lanciare un’iniziativa che vuole dare la priorità al diritto nazionale su quello internazionale. 

Sviluppo pericoloso

Qualcuno vorrebbe andare anche oltre. Il giorno dopo la pubblicazione del rapporto sulla CEDU, la Neue Zürcher Zeitung ha rivelato che il ministro della difesa Ueli Maurer, membro dell’UDC, ha proposto durante una seduta del Consiglio federale la revoca dell’adesione svizzera alla CEDU. 

Walter Kälin, esperto di diritto internazionale e direttore del Centro svizzero di competenza per i diritti umani (CSDU), ritiene che questa sia uno sviluppo «serio e pericoloso», tanto più che discussioni analoghe sono in corso in Gran Bretagna e in Russia. 

«Se la Svizzera e la Gran Bretagna dovessero abbandonare la Convenzione questo non significherebbe la fine dei diritti umani in questi due paesi, che hanno culture dei diritti umani molto radicate, ma sarebbe una scusa per molti Stati che non hanno simili tradizioni. Sarebbe un enorme passo indietro», afferma Kälin. 

Pochi casi 

Mentre i critici vogliono dare l’impressione che la Svizzera sia continuamente vessata da Strasburgo, le statistiche raccontano un’altra storia. La Svizzera rimane un attore minore. Dal 1974 sono stati analizzati dalla corte di Strasburgo 6000 casi in relazione con la Svizzera, ma solo nel 3% dei casi c’è stato un processo e solo nell’1,6% dei casi si è arrivati a un giudizio. 

La grande maggioranza dei casi è ritenuta inammissibile soprattutto per la mancanza di basi legali o perché il caso è già stato risolto dalle corti svizzere. 

Come in molti altri Stati, anche in Svizzera le decisioni di Strasburgo non sono accolte a braccia aperte. Ma alcune decisioni relative alla Svizzera, come i casi Belilos (accesso alla corte), Burghartz (diritto ad aggiungere il cognome della moglie) e Jutta Huber (imparzialità delle autorità di detenzione) hanno inizialmente causato qualche controversia, ma alla fine sono state ampiamente accettate e hanno contribuito a importanti riforme legislative. 

«Non si tratta di sentenze epocali, ma di una serie di decisioni relative ad aspetti di dettaglio di vecchie leggi, che hanno contribuito a far progredire la legislazione e a dare miglior protezione», nota Kälin. 

Giudici stranieri 

Martin Schubarth, un ex giudice federale, dice che la Convenzione ha avuto alcuni effetti benefici, favorendo per esempio l’introduzione del voto alle donne e creando una sensibilità più acuta per le discriminazioni, ma ha l’impressione che la corte si immischi troppo nelle questioni legali nazionali. 

«È inaccettabile che un piccolo gruppo di giudici, che in genere non ha le conoscenze specifiche di un’autorità legislativa, affronti questioni giuridiche in modo antidemocratico al posto delle autorità responsabili», ha dichiarato di recente al quotidiano Blick. 

L’uomo forte dell’UDC, Christoph Blocher, gli ha fatto eco. «Non ci fidiamo della capacità dei giudici federali di decidere su questioni relative ai diritti umani? Avevamo questi principi iscritti nella nostra costituzione ben prima della CEDU. Il problema della Convenzione è che decide cose da molto lontano. Le conseguenze, quello che accade dopo, non interessa ai giudici», ha affermato Blocher di recente in una intervista al domenicale Le Matin Dimanche

Convenzione e corte

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo è la prima convenzione del Consiglio d’Europa e il fondamento di tutte le sue attività. È stata adottata nel 1950 ed è entrata in vigore nel 1953. La sua ratifica è il prerequisito per aderire al Consiglio. 

La Corte europea dei diritti dell’uomo sorveglia l’applicazione della Convenzione nei 47 paesi membri del Consiglio d’Europa. I cittadini di questi paesi possono presentare un ricorso alla corte di Strasburgo quando tutte le possibilità di appello a livello di Stato nazionale sono esaurite.

Kälin ribatte dicendo che i giudici di Strasburgo non dovrebbero essere considerati «stranieri». Ratificando la Convenzione e il protocollo addizionale del 1994, che stabiliva formalmente la Corte permanente dei diritti dell’uomo di Strasburgo, «la Svizzera volontariamente ha preso la decisione sovrana di accettare la giurisdizione di Strasburgo», ricorda. 

Inoltre, la Svizzera può nominare uno dei 47 giudici – al momento Helen Keller – e può influire sulla scelta dei giudici attraverso l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dov’è rappresentata con una sua delegazione. E non ci può essere nessuna sentenza contro la Svizzera senza che un membro della corte di nazionalità svizzera sia coinvolto, aggiunge Kälin. 

Riforme in corso 

Nel suo rapporto, il governo dice anche di tener conto delle critiche quando si tratta di valutare le future riforme della corte e della Convenzione. 

Una via che potrebbe disinnescare le attuali tensioni è la maggior importanza data al principio di sussidiarietà. Ciò significa che Strasburgo dovrebbe avere un impatto minore e la responsabilità primaria nel garantire e proteggere i diritti umani all’interno di un paese risiederebbe nelle istituzioni di quel paese – nel suo governo, nel suo parlamento, nei suoi tribunali. 

Kälin osserva che non si tratta di niente di nuovo: «Ma se si paragonano i casi degli anni Novanta e l’approccio odierno in alcune decisioni, si potrebbe dire che la corte non tiene abbastanza conto della sussidiarietà». 

Il parlamento ha concluso questo mese una procedura di consultazione sulla questione se ratificare, come hanno fatto altri paesi, il protocollo 15 della Convenzione, che àncora il principio della sussidiarietà nel suo preambolo, rendendolo più trasparente e accessibile. I partiti, a eccezione dell’UDC, sembrano d’accordo. 

Sulla strada giusta

Le precedenti riforme della corte, come l’introduzione del giudice singolo, hanno contribuito a ridurre il cumulo di pendenze inevase. Attualmente ci sono circa 80'000 casi che attendono di essere presi in considerazione, contro i 160'000 del 2011. La corte, secondo i suoi funzionari, sarebbe sulla strada giusta per raggiungere un equilibrio tra cause in entrata e decisioni in uscita, sempre se le misure previste saranno applicate. 

Ma la Svizzera, che è stata molto attiva nelle riforme della Convenzione fin dagli anni Novanta, vorrebbe spingersi oltre. Durante la sua recente visita a Strasburgo la ministra della giustizia Simonetta Sommaruga ha detto di sostenere una conferenza ministeriale in programma la prossima primavera in Belgio, dedicata al problema a lungo termine dell’applicazione delle sentenze negli Stati membro. 

Migliaia di cause ripetitive che non sollevano nessuna nuova questione giuridica continuano ad arrivare a Strasburgo, perché paesi che presentano lacune nel loro sistema legislativo continuano a non fare il loro dovere. 

«Forse le conferenze sulle riforme [Interlaken 1998, Izmir 2011 e Brighton 2012] hanno creato una certa consapevolezza tra le varie autorità, ma c’è ancora del lavoro da fare», afferma Frank Schürmann, giurista dell’Ufficio federale della giustizia.


(Traduzione di Andrea Tognina), swissinfo.ch

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