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Referendum su riforma costituzionale


Italia lacerata verso il "giorno del giudizio" per Matteo Renzi







Gli italiani domenica sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che comporta una serie di cambiamenti istituzionali. Il referendum si è tuttavia trasformato in un plebiscito per o contro il premier Matteo Renzi e il suo governo. Il punto con Diego Garzia, docente di scienze politiche all’università di Lucerna.

La riforma costituzionale tanto voluta da Matteo Renzi e il suo governo il 4 dicembre supererà l'esame della democrazia diretta? L'esito del referendum per ora appare molto incerto. (Keystone)

La riforma costituzionale tanto voluta da Matteo Renzi e il suo governo il 4 dicembre supererà l'esame della democrazia diretta? L'esito del referendum per ora appare molto incerto.

(Keystone)

I loro risultati indicavano percentuali diverse, però nella sostanza i sondaggi del 18 novembre, ultimo giorno in cui era consentita la pubblicazione, erano unanimi: in testa c’era il no, con tuttavia una proporzione di indecisi ancora tale, per cui la partita del referendum del 4 dicembre si giocherà fino all’ultimo minuto. Una situazione che, in una campagna già estremamente tesa, ha fatto da detonatore a un finale esplosivo.

Ma su cosa votano esattamente gli italiani il 4 dicembre? "Dipende da cosa si intende. Tecnicamente si vota per una serie di modifiche mirate della Costituzione, con cinque o sei elementi principali", risponde Diego Garzia.

Alcuni punti della riforma costituzionale

Gli italiani voteranno domenica sulla riforma della Costituzione perché questa in seconda lettura non ha ottenuto la maggioranza dei due terzi dei membri del parlamento. Ciò ha consentito di chiedere il referendum.

Se domenica sarà approvata dalla maggioranza dei votanti, la riforma segnerà la fine del bicameralismo paritario. Lo scopo è di snellire e accelerare il processo legislativo. Di competenza bicamerale resteranno solo le leggi costituzionali, quelle sull’elezione del Senato e quelle che incidono sull’ordinamento di regioni, comuni e città metropolitane.

La Camera dei deputati continuerà a contare 630 membri, ad essere eletta direttamente a suffragio universale e a legiferare. Il Senato sarà fortemente ridimensionato. Non sarà più eletto direttamente e sarà composto di cento membri (contro i 315 attuali): 5 nominati dal capo dello Stato per sette anni, più 74 consiglieri regionali e 21 sindaci (uno per ogni regione, due per il Trentino-Alto Adige), che resteranno in carica per la durata del loro mandato locale. I membri del Senato godranno dell’immunità parlamentare. Non riceveranno indennità, ma soltanto rimborsi spese. Il Senato non avrà più voce in capitolo sulla fiducia al governo, sullo stato di guerra, sui trattati internazionali, sull’amnistia e sull’indulto.

Non cambieranno le competenze del governo, che potrà però chiedere alle Camere di decidere entro 70 giorni in merito a disegni di legge che ritiene essenziali per l’attuazione del suo programma.

Sul fronte degli strumenti di democrazia diretta, il quorum del referendum abrogativo sarà abbassato se i promotori raccolgono almeno 800mila firme. Fino a questa soglia resterà però invariato.

Il numero minimo di firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare triplicherà (da 50mila a 150mila), ma il parlamento sarà obbligato ad esaminarle. Il testo sottoposto al voto comprende ben 47 dei 139 articoli della Costituzione della Repubblica italiana: la più vasta riforma dalla sua entrata in vigore nel 1948. L’elemento centrale è la fine del bicameralismo paritario, con una modifica delle competenze e della composizione del Senato, che rappresenterebbe i territori – ossia le regioni e i comuni –, mentre la Camera dei deputati legifererebbe e voterebbe la fiducia al governo. Obiettivo: portare efficienza nelle istituzioni italiane e stabilità governativa.

Il testo sottoposto al voto comprende ben 47 dei 139 articoli della Costituzione della Repubblica italiana: la più vasta riforma dalla sua entrata in vigore nel 1948. L’elemento centrale è la fine del bicameralismo paritario, con una modifica delle competenze e della composizione del Senato, che rappresenterebbe i territori – ossia le regioni e i comuni –, mentre la Camera dei deputati legifererebbe e voterebbe la fiducia al governo. Obiettivo: portare efficienza nelle istituzioni italiane e stabilità governativa.

Riforma relegata in secondo piano

"Ma la riforma è stata strumentalizzata da tutte le parti e in realtà gli italiani andranno a votare per o contro il governo e il suo capo", puntualizza Diego Garzia. Le cifre del sondaggio Demos&Pi e Demetra per conto del quotidiano "La Repubblica" sono eloquenti, osserva l’accademico: solo il 25% degli intervistati ritiene che gli italiani che si recheranno alle urne voteranno soprattutto per riformare o mantenere la Costituzione, mentre il 62% pensa che voteranno soprattutto per o contro Renzi e il suo governo.

"Questa politicizzazione e personalizzazione è ciò che scalda adesso la campagna. Se Renzi, per suoi motivi di strategia, non avesse deciso di caricarla di senso politico, al punto di dire che si sarebbe dimesso se non fosse stata approvata, tantissime persone probabilmente non si sarebbero nemmeno interessate al voto su questa riforma", afferma Diego Garzia.

Quando il presidente del Consiglio dei ministri "l’aveva messa sul ricatto, godeva di popolarità e pensava che questa popolarità sarebbe stata abbastanza forte da trasformarsi in un sì alla riforma", spiega il politologo. Tuttavia, nel frattempo la situazione è cambiata. "Renzi era partito dal 70% di gradimento alla fine del 2014 e ora si ritrova con il 40%. Quindi non ha più i numeri validi per fare questo tipo di ragionamento". Le minoranze all’interno della sua formazione politica, il Partito democratico (PD), che si schierano contro la riforma lo indeboliscono ulteriormente.

D’altronde il Premier italiano ha fatto un passo indietro. Ora lui e i suoi sostenitori ripetono in continuazione di avere sbagliato e che non si deve personalizzare il voto, bensì entrare nel merito della riforma, perché riguarda il futuro del Paese, non quello del governo o dei suoi membri. Troppo tardi: il primo ministro italiano ha incautamente lanciato una sfida che le opposizioni hanno prontamente raccolto, determinate ad andare fino in fondo.

"Il comitato per il No composto principalmente di costituzionalisti entra nel merito, lo ha fatto fin dall’inizio, sottolinea Diego Garzia. Ma il Movimento 5 Stelle (M5S) e la Lega Nord stanno mobilitando le truppe per mandare a casa Renzi".

Diversi scenari possibili

Se dalle urne domenica uscisse un no, dunque, ci sarebbe sicuramente una "Renzit"? "Non è così scontato", avverte il politologo, spiegando che vi sarebbero vari scenari possibili. Il primo atto politico più plausibile, secondo Diego Garzia, sarebbe la richiesta delle opposizioni di mettere ai voti una mozione di sfiducia del governo.

"Ma non conterebbe tanto quello che farebbero le opposizioni. Conterebbe che, al momento del voto sulla mozione di sfiducia, all’interno del PD abbiano trovato un accordo su come andare avanti. A quel punto deciderebbero loro se Renzi deve restare o andarsene", precisa il ricercatore.

Il PD avrebbe interesse a ricompattarsi. Infatti, se Matteo Renzi fosse sfiduciato e si decidesse di andare alle elezioni subito, "di sicuro vincerebbe il M5S", pronostica il politologo. Un’ipotesi che crea apprensione in Europa, poiché il movimento di Beppe Grillo ha promesso che se vincesse le elezioni, per prima cosa indirebbe il referendum sull’uscita dell’Italia dall’euro.

Sempre nel caso di un no nel referendum di domenica prossima, il primo ministro italiano ultimamente ha anche ventilato "il pericolo di un governo tecnico". Se Matteo Renzi se ne dovesse andare da Palazzo Chigi, "non è escluso che verrebbe nuovamente nominato un premier dal presidente della Repubblica. Ma politicamente ciò avrebbe delle conseguenze potenzialmente molto pericolose: metterebbero con grande probabilità il Paese nelle mani di Grillo alle elezioni del 2018. Il fenomeno politico Grillo è esploso in larga parte come risposta al governo [tecnico di Mario] Monti e alle grandi coalizioni. Quello che ha configurato il grande successo di Grillo è potersi mettere contro tutti. Ripetere la dinamica del 2013, non può che accentuare quella direzione", dice Diego Garzia.

Se invece domenica vincesse il sì, Matteo Renzi e il suo governo uscirebbero chiaramente rafforzati. Secondo le promesse, si metterebbero subito al lavoro per attuare la riforma e per modificare la legge elettorale per la Camera dei deputati, contestata soprattutto per l’enorme premio al partito di maggioranza (340 seggi su 630), i capilista bloccati (il capolista è scelto dal partito ed è eletto automaticamente se la lista viene eletta) e le candidature plurime (possibilità per il capolista di candidarsi in più collegi, per poi optare per una sola se è eletto in più liste, cedendo il posto a chi lo segue per numero di preferenze nelle altre).

In attesa del voto degli italiani, sui mercati c’è molto nervosismo. Ma se fino a una decina di giorni fa praticamente tutti i giornali economici internazionali tifavano per un sì, paventando un grave rischio di crisi in caso contrario, il settimanale britannico Economist la scorsa settimana ha creato lo scompiglio asserendo che l’Italia dovrebbe votare no, perché le riforme di cui ha bisogno non sono quelle proposte.

Tra tante incertezze, una cosa è certa: in questa campagna sono volati gli stracci e l’Italia uscirà provata da questo referendum, qualunque sia il suo esito.

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