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Emigrato da Verscio, nel Sopraceneri, alla California nella seconda metà dell'Ottocento, Giorgio Cavalli racconta il suo incontro con un gruppo di ticinesi appena giunti in America.

Il brano, in lingua originale, è tratto dal settimanale svizzero della California L'Elvezia (1890). Il suo editore, Giorgio Cavalli, sta tornando in Europa quando s'imbatte in un gruppo di emigranti provenienti dal Ticino...

In treno per l'Ovest

I 30 minuti accordati per la cena io li spesi, invece, a bordo di un treno-emigranti diretto per la California e che trovavasi stazionato a Elko [nel Nevada, ndr], di fianco a quello in cui io viaggiavo. In coda a quel convoglio vi erano tre vagoni carichi di ciò che si può chiamare l'esuberanza della popolazione europea. Saranno state 160 persone in tutto: uomini, donne e fanciulli d'ogni età e d'ogni nazionalità, gente, la più parte rozza, malvestita e sporca, che la civile e nobile Europa manda nella incolta e selvaggia California a sfamarsi ed a civilizzarsi.

Erano divisi in crocchi, non per nazionalità ma per lingua, e così avreste trovato in una sezione: Prussiani, Olandesi, Austriaci e Svizzeri tedeschi; in un'altra, Italiani, Ticinesi e Dalmati; in un'altra, Scandinavi, Danesi, ecc. Si sentiva parlare tutte le lingue, era una vera babele.

Da sei giorni essi si trovavano stipati entro quei carrozzoni dall'aria mefitica, avevano dormito malamente o fatto finta di dormire sui duri panconi che fanno da letto e da sedile; non avevano mangiato altro che quel po' di roba asciutta che portarono con essi, ed erano ben pochi quelli che si avevano lavata la faccia dal giorno in cui lasciarono New York.

Un crocchio di Ticinesi - li conobbi dal loro dialetto - anch'essi affaticati dal viaggio, sporchi e pieni di polvere, era acquartierato nel vagone di mezzo. Erano quattordici, quattro donne e dieci uomini, o meglio, ragazzi, perché niun di essi aveva raggiunto i 25 anni di età, meno uno, che faceva da conduttore di carovana, il quale, dall'aria indipendente che assumeva, dal cattivo inglese che intercalava nei suoi discorsi, e per l'autorevole ascendenza che esercitava sugli emigranti, lo presi subito per quel che era: un Ticinese che ritornava in California per la seconda volta; un terrazzano qualunque che, come tanti altri, dopo aver lavorato come un martire e subito privazioni ed umiliazioni in America, aveva fatto ritorno al paese natio con molti dollari ed assai più albagia, e dopo aver spesi buona parte dei primi e deposta la seconda, riedeva al campo del lavoro, contento forse d'aver fatto qualche po' di bene ai suoi compaesani in bisogno, d'aver dato dell'asino a tutta la popolazione maschile del suo cantone, di aver rifiutata la carica di sindaco, e magari anche tronfio per aver dato del tu al Comandiamonoi.

Né giovani né belle

Le donne, mi spiace dirlo, non erano né giovani né belle. Spossate pel lungo viaggio, slacciate e scarmigliate, avevano una cera ebete al punto da guardarvi in faccia senza vedervi. I giovinotti avevano un fare spigliato e allegro; alcuni viziavano maggiormente l'aria del vagone col fumare sigari della paglia, altri sbocconcellavano un po' di pan secco e colla bocca piena facevano delle congetture sui risultati delle elezioni del 3 marzo, nel Ticino; un giovinetto, tipo Celto - verzaschese, faceva scorrere le dita sopra uno sdruscito organetto mentre vagava col pensiero, forse alla mamma che aveva abbandonata, ma più probabilmente alla paffuta pastorella colla quale, al suono di quello stesso organetto, là sui monti della natia valle aveva ballato dei valzer vertiginosi, delle mazurche voluttuose, indimenticabili. Un d'essi, zerbinotto di bell'aspetto, e vestito con alquanta ricercatezza, sporgeva la testa da una finestra del vagone, adocchiando con compiacenza le signorine di prima classe ch'erano scese, per cenare, dal treno in cui io viaggiavo.

Rimirai per un istante quella comitiva di compaesani poi d'un tratto dissi loro:
- Sii Svizzer vojalter?
Restarono non poco sorpresi col sentirmi parlare il loro dialetto, si consultarono l'un l'altro collo sguardo, poi il capo carovana mi rispose: "Yes, e luu?".
- Anch'io.
E questa gioventù sono emigranti ticinesi che si recano in California, nevvero?
- Sì - saltò su a dire una donna forse più loquace delle sue compagne - ma se avessi saputo che la California fosse il deserto che è, mai più ci sarei venuta.
- No - interruppe il zerbinotto elegante - in un paesaccio come questo non valeva proprio la pena di venirci. Come farò a restarci io, avvezzo alle grandi città, alla vita del commis voyageur. Moi, j'ai habité Neuchâtel pendant six ans, et j'ai voyagé toute la Suisse per long e par travers comme représentant de la fabrique de chocolat Suchard. Io parlo francese e tedesco, e capisco anche lo spagnolo, conosco la tenuta dei libri, ho fatto la quarta classe ginnasiale a Locarno, sono locarnese io, ed era mia intenzione stabilirmi nel commercio in California, ma vedo che la California non fa per me.

Commesso viaggiatore pretenzioso

- Credo anch'io che la California non faccia per voi, perché là non abbiamo bisogno di uomini enciclopedici come voi, vogliamo gente robusta, di buona volontà, atti a lavori manuali, buoni contadini. Permettetemi però che vi faccia osservare che non siete arrivato in California, ancora. Qui siete nello stato di Nevada; un ex-allievo del ginnasio di Locarno l'avrebbe dovuto sapere.

Ciò bastò perché il pretenzioso commesso-viaggiatore mettesse di nuovo la testa fuori dalla finestra e non prendesse più parte alla conversazione. Seppi di poi che le donne erano valmaggesi; una andava a raggiungere il marito a Petaluma, dopo una separazione lunga abbastanza da darle campo di far le grinze ed appassire: si fa così da noi. Un'altra era una ben conservata pulzellona, una specie di gratta confessionale la quale, stanca di far la zia per mancanza di un partito eleggibile nel suo paese, erasi decisa, malgrado l'opposizione e le proteste del parroco, a tentar la sorte in California.

La terza era una di quelle ragazze messe all'indice dalla popolazione di tutta la vallate perché, in un momento di debolezza, erasi lasciata sedurre delle promesse di un reduce, il quale, per colmo di generosità, dopo averla disonorata, le aveva fornito quei tanti pel viaggio in California. Non le rimanevano che pochi franchi nel borsellino e mi chiese ansiosamente se, giunta a San Francisco, avrebbe potuto collocarsi come domestica prima di trovarsi senza denaro. La confortai dicendole che le domestiche svizzere sono ricercate, che non le sarebbe mancato né un buon impiego né un buon appoggio e nemmeno un marito. In California non si scandaglia il carattere di una donna tanto davvicino; ho veduto certe donne che... la carità del prossimo mi vieta di qualificare - trovar marito 15 giorni dopo il loro arrivo; altre, maritarsi 15 giorni dopo la morte del primo marito; altre, divorziarsi oggi e rimaritarsi domani.

L'ultima era la più giovane e più fresca del quartetto, avea forme tonde e grossolane, un bel colorito, occhi senza espressione e faccia ridente. Parlò meno delle altre ma potei capire che era diretta a Cayucos per sposarsi ad un suo convallerano, che non conosceva personalmente, ma del quale aveva veduto il ritratto e sapeva che possedeva un bel tratto di terreno e molte vacche. Le aveva mandato i denari del viaggio coll'intesa che se diveniva sua moglie, quella somma era a fondo perduto, in caso diverso l'avrebbe scontata lavorando presso di lui in qualità di massaia del rancio.

L'arma dei patriotti

- Al vostro arrivo in patria troverete il Ticino in rivoluzione - mi disse il reduce - erano pronti a faitare [dall'inglese "to fight", lottare, ndr] quando noi siamo partiti; per me si ammazzino pur tutti, io ora sono all right; (che patriotti eh?) A Bellinzona il Governo aveva già preparato...

Un fischio, una scampanellata ed il grido di "All aboard!" mi fecero balzare dal treno prima che il reduce potesse dir altro; un istante dopo i treni si movevano in opposta direzione e sparivano nell'oscurità della notte. Passai le prime ore della sera meditando su quanto mi aveva detto il reduce: la rivoluzione nel Ticino; poi dissi tra me: "baje, non ricorreranno alle armi, il buon senso prevalerà; un conto è dire un conto è fare. Il Ticino non ha il Governo che dovrebbe avere, ma lo deporremo a colpi di scheda; questa è l'arma dei repubblicani, dei veri patriotti, ed è un'arma più efficace del vetterli [fucile di marca Vetter, ndr].

3'000 km posati a mano

Nel 1869 gli Stati Uniti hanno collegato la Costa Atlantica alla California con la prima ferrovia transcontinentale (First Transcontinental Railroad).

La realizzazione dei circa 3'000 km di binari ha coinvolto oltre 20'000 operai. Il lavoro si è svolto quasi esclusivamente a mano, in quanto non sono state impiegate né pale meccaniche né ruspe.

Migliaia di lavoratori sono morti o rimasti feriti a causa di valanghe, esplosioni di nitroglicerina e assalti degli indiani.

Con l'entrata in funzione del nuovo collegamento, il tragitto degli emigranti europei diretti in California si è drasticamente ridotto (in precedenza si doveva circumnavigare le Americhe).

Molti migranti svizzeri italiani ne hanno approfittato per rientrare con più frequenza in Svizzera.



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