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40esima edizione


Jazzfestival di Berna – da sempre fedele alla tradizione


Di Andreas Keiser


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Champion Jack Dupree, nel 1981 al Jazzfestival di Berna. (Jazzfestival Bern)

Champion Jack Dupree, nel 1981 al Jazzfestival di Berna.

(Jazzfestival Bern)

Il panorama dei festival jazz in Svizzera nel 1976 era costellato dall’evento musicale e mondano di Montreux, dai concerti avanguardistici di Willisau e dalle note tradizionali di Berna. Per la quarantesima volta, la capitale elvetica richiama gli appassionati del genere jazz classico. A colloquio con il fondatore Hans Zurbrügg.

Wynton Marsalis è uno dei trombettisti più famosi al mondo. È una star che riempie le sale dei concerti. Di tanto in tanto chiama Hans Zurbrügg, chiedendogli se può suonare per alcuni giorni nel suo piccolo jazz club.

Il motivo per cui una star di questo calibro è disposta a "svendersi", va cercato nell’affinità di pensiero che accomuna Marsalis e Zurbrügg: ambedue sono amanti del buon jazz, quello puro e legato indissolubilmente alla tradizione. I due si sentono in dovere di difenderlo. Rifiutano il jazz elettronico, rock, free o influenzato da generi musicali affini.

"Jazz della prima ora": così lo definisce Zurbrügg ed è il genere che propone dal 1976 nel suo club, ma anche al Festival del Jazz di Berna.

swissinfo: Il festival si svolge per la 40esima volta. Perché ha dato vita a questo evento musicale?

Hans Zurbrügg: Un paio di anni prima avevo assistito ai concerti di tutti questi fenomeni a Nizza, dove ho anche avuto l'occasione di conoscerli personalmente. A quei tempi, in Svizzera c’era solo il Festival Jazz di Montreux ed era mia intenzione far conoscere il genere tradizionale e swing a un ampio pubblico.

Claude Nobs aveva realizzato la sua idea a Montreux, Niklaus Troxler stava lanciando un festival jazz d’avanguardia a Willisau, nel canton Lucerna, e così abbiamo stabilito assieme quando proporre i vari concerti.

swissinfo.ch: L’estate è il periodo dei grandi festival europei. Quello di Berna si svolge in primavera, in un periodo in cui le star statunitensi non sono in tournée in Europa. È per questo motivo che sceglie in piena autonomia i musicisti e paga loro il biglietto del volo per raggiungere Berna?

H. Z.: Quando abbiamo fissato la data, non sapevo quali conseguenze avrebbe comportato. Me ne sono accorto solo dopo. Invece di considerarla uno svantaggio, l'ho presa come un’opportunità.

Le faccio un esempio. Il grande trombettista Clark Terry, morto da poco (il 21 febbraio 2015, Ndr.), ha vissuto per un certo periodo a Berna. Dopo aver subito un’operazione, ha trascorso alcuni giorni in ospedale. Per una persona creativa e piena di iniziativa come lui, è stata una situazione quasi insopportabile. Gli ho fatto visita più volte. Era molto depresso. Allora gli ho fatto una proposta: diamoci da fare. Riunisci un gruppo di artisti, hai completa libertà, fa ciò che ti piace. Il giorno dopo aveva già scritto i nomi dei musicisti che voleva avere nella sua band. È così che sono si riuniti gli "Ellington Spacemen".

Anche altri musicisti hanno formato una band solo per il Festival del jazz di Berna e il risultato è sempre stato molto creativo. È stata una caratteristica che ha reso unico il nostro evento musicale.

swissinfo.ch: Benny Goodman, Louis Armstrong, Oscar Peterson, Ella Fitzgerald, le maggiori figure del jazz tradizionale sono morte. I musicisti più giovani non sono altrettanto noti. È per questo che nel 2003 ha deciso di spostare il festival da una grande sala di concerti in un club?

H. Z.: È proprio così. Inoltre dobbiamo ricordare che il jazz e soprattutto i vari generi sono nati nei club. Per questo motivo mi sono detto che il jazz doveva tornare alle origini e, fatto interessante, la maggior parte dei veri festival jazz si svolgono nei club.

Le dimensioni ridotte della sala fanno vivere un’esperienza diversa, più intima, sia per i musicisti sia per il pubblico. Il jazz è soprattutto una musica delle emozioni e non delle tecnica sopraffina.

swissinfo.ch: Lei parla di "festival jazz veri" e così si differenzia da tutti quei festival, che oltre a un po' di jazz, propongono un programma che non ha nulla a che vedere con questo genere di musica. Jazz è diventato anche una marca, una moda.

H. Z.: È un peccato e dobbiamo correre ai ripari. Il jazz è un bene culturale dal valore enorme. Noi presentiamo unicamente musicisti legati a questo bene culturale e di riflesso al jazz classico. Ciò non significa che gli artisti propongono solo la tradizione.

Per gli altri cosiddetti festival jazz, decisivo è l’aspetto economico. La sala deve essere piena e lo sponsor contento.

swissinfo.ch: Prendiamo, a titolo di esempio, il grande pianista jazz Oscar Peterson, il cui stile è radicato nella tradizione. Quali sono attualmente i nuovi Peterson: sono Keith Jarrett, Herbie Hancock?

H. Z.: No. Negli USA, nell'ambiente del Lincoln Centers di Wynton Marsalis c’è una giovane generazione che viene iniziata al jazz classico. A 51 anni, Benny Green non è più giovanissimo. Lui è un pianista che si ispira a Oscar Peterson. Ma ci sono anche dei giovani, come Aaron Diehl, che quest’anno si esibirà al festival. C’è una lunga serie di giovani talenti, tra cui non annovero Herbie Hancock. Hancock o Chic Corea hanno il loro stile. Ci sono invece dei pianisti giovani che sono più vicini alla tradizione.

swissinfo.ch: Winton Marsalis è molto legato alla tradizione, tuttavia i musicisti con cui collaborava erano degli innovatori nella loro epoca. Per lei, il jazz è musica che non evolve più? O può ancora svilupparsi in una direzione ancora sconosciuta?

H. Z.: Secondo me, la storia del jazz è stata scritta. Ciò non significa che i musicisti jazz di oggi non possano più realizzarsi e sviluppare un loro stile o una loro personalità. Credo che si sia già provato tutto ciò che era possibile.

Tutte le culture musicali di questo mondo sono state combinate con il jazz. Una volta, Oscar Peterson ha colto l’aspetto centrale della questione: le musiche popolari sono in parte compatibili con il jazz, ma non proprio tutte. Come albergatore le propongo un confronto: È come se mischiassimo caviale e hamburger, il risultato non sarebbe proprio soddisfacente.

swissinfo.ch: Da alcuni anni ha ceduto il testimone del festival a suo figlio Benny. Come vi siete suddivisi i ruoli? Il padre, che ha dato vita a questo evento, rimane comunque il capo?

H. Z.: No, mio figlio è il capo, ma siamo anche una squadra. Nel corso degli ultimi vent'anni ha assunto sempre più questa funzione. Durante l’anno presentiamo un centinaio di concerti nel nostro club. Lui gestisce il festival. Quando è necessario, io lo aiuto a prendere delle decisioni di principio. Sono una sorta di consulente. Quando discutiamo e annuiamo con la testa, allora significa che siamo d’accordo.

Hans Zurbrügg

L'imprenditore alberghiero è comproprietario dal 1990 di due hotel a Berna.

Nel 1976 fonda il Jazz Festival di Berna.

Nel 1992 apre con la moglie Marianne l’albergo Innere Enge a Bern e il Marians Jazzroom. Il jazz club ha acquisito nomea internazionale.

Nel 2013 riceve il "Beacons in Jazz Award" dall'Università New School di New York. Zurbrügg rientra nel novero dei grandi del jazz, come Cab Calloway, Benny Carter, Aretha Franklin, Ahmet Ertegun, Dizzy Gillespie, Max Roach, Wayne Shorter o George Wein.



(Traduzione dal tedesco: Luca Beti)

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