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Accordo sul nucleare iraniano


«Ci si sarebbe potuti arrivare 10 anni fa»


Di Marc-Andre Miserez


Ginevra, 24 novembre 2013: stretta di mano tra il ministro degli affari esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il suo omologo americano John Kerry (al centro). Accanto a loro: i capi della diplomazia cinese Wang Li e francese Laurent Fabius. (AFP)

Ginevra, 24 novembre 2013: stretta di mano tra il ministro degli affari esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il suo omologo americano John Kerry (al centro). Accanto a loro: i capi della diplomazia cinese Wang Li e francese Laurent Fabius.

(AFP)

Senza l’ostruzionismo dei «falchi», a Washington come a Teheran, la crisi nucleare iraniana poteva essere risolta già nel 2003. Lo afferma lo svizzero Bruno Pellaud, ex vicedirettore dell’AIEA, comunque soddisfatto di un accordo in cui «tutti sono vincenti».

Tra il 1993 e il 1999 il fisico Bruno Pellaud è stato vicedirettore generale dell’Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) a Vienna, incaricato di seguire i dossier relativi a Corea del Nord e Iran. In seguito, dal 2001 al 2009, ha presieduto il Forum nucleare svizzero.

A suo avviso, l’accordo firmato domenica 24 novembre 2013 al termine di quattro giorni di maratona diplomatica a Ginevra tra l’Iran e il gruppo P5+1 (Stati uniti, Russia, Cina, Francia, Regno unito e Germania) fa ben sperare nel superamento dell’interminabile crisi legata al nucleare iraniano.

swissinfo.ch: Chi esce vincitore dall’accordo di Ginevra?

Bruno Pellaud: Direi entrambe le parti. Ognuna ha ottenuto l’essenziale di quanto voleva. Gli iraniani non perdono la faccia, perché è riconosciuto loro il diritto di continuare ad arricchire l’uranio. Il loro principio, come mi aveva detto una volta una persona vicina a Ahmadinejad, è: «Tutto quello che abbiamo acquisito, lo teniamo. E se ci impediscono di fare altre cose, allora siamo d’accordo a interromperle».

Quanto all’Occidente, ha guadagnato la conferma ufficiale di una trasparenza estrema del programma atomico dell’Iran che tra l’altro è già oggi il paese più controllato al mondo dall’AIEA.

Detto questo, la mia grande frustrazione è che non ci si sia arrivati già dieci anni fa. All’epoca l’attuale presidente iraniano Hassan Rohani era il negoziatore capo del dossier nucleare e il suo collaboratore era Mohammad Javad Zarif, oggi ministro degli affari esteri. Nel 2003 l’Iran aveva interrotto l’arricchimento e qualche mese più tardi, Rohani e Zarif avevano firmato un accordo temporaneo e un protocollo addizionale, che permetteva all’AIEA visite molto invasive. In cambio l’Occidente aveva tolto le sanzioni.

Dunque nel 2004 gli iraniani erano pronti ad accettare quello che hanno accettato oggi. Ma gli europei l’hanno tirata per le lunghe, perché speravano in un ritorno di Rafsanjani alla presidenza nel 2005. Non hanno perciò risposto alle offerte iraniane e alla fine Ahmadinejad ha vinto le elezioni.

Poi c’è stato l’accordo del 2006, ancora una volta quasi identico a quello firmato oggi. Mentre l’amministrazione Bush aveva messo i bastoni tra le ruote per molto tempo, la segretaria di Stato Condoleeza Rice aveva finito per convincere il presidente, contro l’avviso dei «falchi» di Washington. Ma l’accorod è fallito perché la guida suprema Ali Khamenei e il presidente Ahmadinejad hanno rovesciato il tavolo delle trattative all’ultimo momento.

swissinfo.ch: Ci sono stati anche i tentativi della Svizzera tra il 2008 e il 2010…

B. P.: Micheline Calmy-Rey, allora ministra degli affari esteri, aveva incoraggiato il ruolo di mediatore della Svizzera, approfittando del fatto che il paese rappresenta gli interessi americani a Teheran. C’è stata un’attività piuttosto intensa, sotto la guida del segretario di Stato Michael Ambühl.

Ho avuto il privilegio di essere stato consigliere della sua delegazione e di essere andato a Teheran con lui. Quello che facevamo era cercare di trovare quel che poteva essere accettabile per gli iraniani e per gli occidentali. E le persone ci ascoltavano. Ali Larijani, che oggi presiede il parlamento iraniano, era allora il negoziatore capo, e quasi ogni volta che passava dall’Europa si fermava a Berna per incontrare Calmy-Rey e Ambühl.

Ma alla fine, e nonostante tre round negoziali a Ginevra, non si è giunti a nessun risultato. All’epoca ho avuto l’impressione che gli iraniani giocassero con la Svizzera, come hanno cercato di fare più tardi con la Turchia…

swissinfo.ch: Allora perché oggi si è arrivati a un accordo? È l’effetto Rohani? O l’effetto Obama?

B. P.: Certamente entrambi. Obama era prigioniero del suo primo mandato, ma ci si poteva aspettare che nel secondo fosse più forte, anche se trovo che in generale faccia fatica nella politica estera. E dalla parte iraniana c’è stata una rottura. Rohani ha preso in mano la politica estera, con una guida suprema indebolita, che non può tagliare immediatamente l’erba sotto i piedi al nuovo presidente.

Anche la situazione economica dell’Iran ha un ruolo importante. Il paese ha davvero bisogno di un alleviamento delle sanzioni. Si può dire che le sanzioni hanno finito per piegare il regime. Rohani e Zarif non fanno tutto questo per la bellezza del gesto diplomatico, ma perché vi sono obbligati. E Rohani, se vuole ottenere un secondo mandato, deve assolutamente raggiungere qualcosa sul piano economico.

I punti principali dell’accordo

L’accordo ha la forma di un «piano d’azione congiunto» di quattro pagine, al termine del quale:

L’Iran accetta di interrompere qualsiasi arricchimento di uranio superiore al 5% e a smantellare tutti gli impianti necessari ad arricchire a più del 5%; s’impegna a neutralizzare la sua riserva di uranio arricchito al 20% diluendolo e a non costruire nuove centrifughe per l’uranio.

Teheran interromperà la costruzione, nei suoi impianti di Arak, di un reattore che produrrebbe plutonio e si asterrà dal costruire un’installazione capace di estrarre plutonio dal combustibile usato. Infine l’Iran permetterà l’accesso quotidiano a questi siti agli esperti dell’Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA).

I membri del P5+1 accettano una riduzione limitata, temporanea e mirata delle sanzioni pari a sette miliardi di dollari; non imporranno nuove sanzioni durante sei mesi se l’Iran rispetterà i suoi impegni; sospenderanno alcune sanzioni sull’oro e i metalli preziosi, il settore automobilistico e le esportazioni petrochimiche dell’Iran.

Inoltre le grandi potenze sbloccheranno 4,2 miliardi di dollari, derivati dalle sanzioni sulla vendita di petrolio iraniano. D’altro canto nei prossimi sei mesi la maggior parte delle sanzioni statunitensi, commerciali e finanziarie, resteranno in vigore, così come le sanzioni decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

(fonte: AFP)

swissinfo.ch: Il governo israeliano ha immediatamente denunciato questo accordo, che a suo avviso lascia all’Iran tutto lo spazio necessario per costruire una bomba atomica. Lei cosa ne pensa?

B. P.: Israele vive in un altro mondo. Di fatto non è la bomba che inquieta gli israeliani, ma la prospettiva di perdere la loro supremazia in Medio oriente. La loro bomba conferisce agli israeliani una sorta di immunità e in realtà per loro l’Iran è un pericolo non tanto per la bomba, ma a causa della sua influenza su Hezbollah, sulla Siria, sul Libano. Israele è in flagrante malafede. Quando ero a Vienna, ricevevo ogni tre mesi la visita dell’ambasciatore israeliano, che mi diceva: «Gli iraniani sono a tre mesi dalla costruzione della bomba». La cosa è durata sei anni… E ora Netanyahou continua a esagerare. Ma questo non ha nessun valore.

swissinfo.ch: Per lei questo accordo può segnare l’inizio di una distensione nella regione?

B. P.: Distensione tra l’Iran e l’Occidente sì. Ora c’è un capitale di fiducia. Ciò che nello stesso tempo m’inquieta e m’interessa è la posizione dei paesi arabi. Tra sciiti e sunniti si combatte da oltre mille anni una guerra di religione. È un fatto che ha assunto un’importanza enorme, con Al Qaida che fomenta il conflitto e piazza bombe tutti i giorni, con le monarchie del Golfo che temono la crescita della potenza iraniana e che possono sabotare molte cose, con l’aiuto di Israele in un modo o nell’altro. Queste monarchie dipendono da una parte dagli americani, ma non vogliono veder emergere l’Iran come partner dell’Occidente. Difficile prevedere come tutto questo possa evolvere.

swissinfo.ch: L’accordo raggiunto a Ginevra vale solo per sei mesi. Alcuni dicono che le sfide da superare per arrivare a un accordo definitivo saranno enormi. Bisogna temere un nuovo stallo?

B. P.: Non sarei pessimista. Quel che è stato regolato a Ginevra sono i punti essenziali. I dettagli riguardano la sorte della centrale di Arak e il protocollo addizionale, che apre la porta a controlli molto severi. Ma ancora una volta: Rohani e Zarif avevano già accettato questo protocollo dieci anni fa. Quel che potrebbe succedere è che il parlamento iraniano non ratifichi l’accordo prima che siano raggiunti progressi significativi a livello delle sanzioni. Ma anche in questo caso gli occidentali non potrebbero chiudere la porta in faccia alla controparte. Mi sembra davvero che l’essenziale sia stato detto e che il seguito dipenda dalle sanzioni occidentali.

L’Iran nucleare

Oltre a miniere di uranio, laboratori di ricerca e impianti per l’arricchimento, l’Iran dispone oggi di una sola centrale nucleare produttrice di elettricità, a Bouchehr, nel Golfo persico. Di concezione russa, la centrale è collegata alla rete elettrica dal 2011.

Un’altra centrale è in fase di costruzione ad Arak, tra Qom e Ispahan. Il reattore di questa centrale, la cui entrata in funzione era prevista tra il 2014 e il 2015, potrebbe produrre in un anno una quantità di plutonio sufficiente per costruire una bomba. A condizione tuttavia di avere a disposizione un impianto che permetta di separare il plutonio da altri scarti. L’Iran non dispone di un tale impianto e l’accordo di Ginevra gli proibisce di costruirlo.


Traduzione dal francese di Andrea Tognina, swissinfo.ch



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