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Accordo tra Berna e Roma


Svizzera e Italia pronte a siglare la pace fiscale




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La vertenza fiscale stava offuscando da anni gli ottimi rapporti di amicizia tra Svizzera e Italia. (Keystone)

La vertenza fiscale stava offuscando da anni gli ottimi rapporti di amicizia tra Svizzera e Italia.

(Keystone)

Dopo tre anni di negoziati senza esito, incomprensioni e cambiamenti di governo in Italia, Roma e Berna hanno raggiunto un’intesa per risolvere la vertenza sugli averi bancari italiani in Svizzera. Concordata anche una “road map” per regolare gli altri principali dossier in sospeso. 

“Siamo contenti di aver raggiunto questa intesa di principio, che fa seguito ad anni di irrigidimenti e di tensioni tra i due paesi”, ha dichiarato Jacques de Watteville, segretario di Stato per le questioni finanziarie internazionali, presentando venerdì a Berna il frutto di lunghi negoziati. Parafato lo scorso 19 dicembre, il testo viene ora sottoposto a consultazione in Svizzera e dovrebbe essere firmato solo verso la seconda metà di febbraio, ma questa volta i tempi sembrano maturi in entrambi i paesi per un primo accordo definitivo. 

Stretti rapporti economici 

L’Italia è il terzo partner commerciale della Svizzera, dopo la Germania e gli Stati Uniti. Nel 2013, il 10,1% delle importazioni svizzere proveniva dall’Italia. Il 7,1% dell’export elvetico era invece diretto nella Penisola. 

Con una quota del 5,2%, la Svizzera rappresentava invece nel 2013 il quarto mercato d’esportazione per l’economia italiana, dopo Germania, Francia e Stati Uniti. La Svizzera risultava invece al nono rango tra i fornitori di beni e servizi (2,9%). 

La Svizzera era inoltre il settimo paese investitore in Italia, dove le aziende elvetiche danno lavoro a 77'000 persone. Da parte sua l’Italia si situa invece al decimo rango per quanto riguarda gli investimenti in Svizzera.

Da parte italiana, dopo essersi arenata assieme al governo Letta, la legge sull’emersione volontaria dei capitali (“voluntary disclosure”) ha finalmente superato la prova del parlamento con il nuovo governo Renzi ed è entrata in vigore all’inizio dell’anno. Nel frattempo l’emergenza finanziaria per le casse statali si è aggravata, in un paese in piena recessione, e si fa quindi sempre più urgente un rientro di capitali dalla Svizzera, dove i cittadini italiani avrebbero depositato da 100 a 200 miliardi di franchi, a seconda delle stime. 

Da parte sua, la Svizzera si appresta ormai ad aderire ai nuovi standard internazionali sullo scambio automatico d’informazioni bancarie: proprio questa settimana il governo ha presentato un avamprogetto di legge. Il segreto bancario sta per cadere quindi anche nei confronti dell’Italia, prevedibilmente dal 2018, e un nuovo accordo fiscale bilaterale diventa quindi ineluttabile. La sua firma dovrebbe inoltre accelerare la fine delle liste nere e delle misure discriminatorie applicate dal governo italiano nei confronti delle aziende svizzere attive nella Penisola. 

Renzi soddisfatto 

“È un accordo ‘win-win’, di grande importanza per entrambi i paesi", ha sottolineato Jacques de Watteville. “Con l’arrivo dello scambio automatico d’informazioni, senza un accordo si può prevedere un massiccio esodo di capitali italiani dalle banche svizzere verso piazze estremamente opache a livello fiscale. L’Italia non potrebbe quindi tassare questi averi e le banche svizzere perderebbero molti clienti. La soluzione concordata permette di ridurre il rischio di un esodo di capitali e offre ai clienti italiani la possibilità di regolarizzare i loro fondi a buone condizioni”. 

L’accordo che sarà firmato in febbraio concerne innanzitutto un protocollo di modifica della Convenzione per evitare doppie imposizioni. Il testo non prevede ancora lo scambio automatico d’informazioni, ma lo scambio d’informazioni su domanda, come previsto dagli standard attuali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE). L’Italia potrà quindi già ricevere, su richiesta, dei dati bancari dalla Svizzera, ciò che dovrebbe spingere numerosi evasori fiscali a regolarizzare i loro capitali entro fine settembre, termine massimo stabilito dalla legge sulla “voluntary disclosure” per coloro che vogliono evitare procedure penali e sanzioni molto più pesanti. 

Una prospettiva di cui già si rallegra Matteo Renzi: “Questo è il momento buono per riportare in Italia molti denari, sia per le leggi che abbiamo approvato, sia per l'attuale momento del mercato dei cambi. Sono contento per i soldi che l'Italia recupera, ma anche per un fatto di serietà istituzionale”, ha scritto sul suo sito Facebook il premier italiano, secondo il quale il 2015 “inizia con qualche buona notizia per il bilancio italiano”. 

Vertenze in sospeso 

La controversia sugli averi depositati nelle banche svizzere dai cittadini italiani è già in corso da molto tempo tra i due paesi. Da parte italiana si suppone che in Svizzera si trovi circa l’85% dei fondi nascosti all’estero, da 100 a 200 miliardi di euro. Gli scudi fiscali applicati finora da Roma hanno permesso di recuperare solo una piccola parte di questi capitali. 

Il governo italiano ha posto già da diversi anni la Svizzera su due liste nere, adottando misure che penalizzano gli scambi  transfrontalieri, gli investimenti diretti e l’industria di esportazione elvetica. La prima lista concerne l’imposizione delle persone fisiche, mentre la seconda si applica alle imprese domiciliate in Svizzera. 

La Svizzera chiede da tempo un migliore accesso per le sue banche al mercato italiano. Roma ha frenato finora tale richiesta, in attesa di una soluzione sulla vertenza fiscale. 

Il Canton Ticino rivendica una revisione dell’accordo tra Svizzera e Italia sull’imposizione dei lavoratori transfrontalieri. Attualmente il fisco ticinese preleva un’imposta alla fonte sui redditi dei frontalieri, di cui il 38,8% viene riversato ai vicini Comuni italiani. 

La Svizzera rimane sulle liste nere 

Firmando l’accordo entro 60 giorni dall’entrata in vigore della nuova legge italiana, la Svizzera – tuttora sulla “black list” italiana dei paesi non cooperativi a livello fiscale – sarà trattata alla stessa stregua degli Stati della “white list”. Ciò consentirà agli evasori “pentiti” con capitali in Svizzera di regolarizzare la loro situazione fiscale beneficiando di una riduzione delle sanzioni previste – ad esempio, sanzione minima del 3% dimezzata invece del 5 o 6% e termini di prescrizione di 5 anni invece di 10 anni. 

“La firma dell’accordo non porterà già ora allo stralcio della Svizzera dalle liste nere italiane”, ha indicato Jacques de Wattewille. Per quanto riguarda il settore finanziario, questo passo è atteso solo dopo la ratifica del testo da parte dei rispettivi parlamenti, ossia non prima del 2016. Per quanto concerne le aziende, il contenzioso verrà prevedibilmente risolto solo dopo che la Svizzera avrà aderito ai nuovi standard dell’OCSE e dell’UE sulla fiscalità delle imprese e avrà abbandonato i suoi regimi fiscali privilegiati per le holding straniere. 

Oltre all’accordo fiscale, Roma e Berna firmeranno in febbraio una “road map” per risolvere le altre vertenze in sospeso. Tra queste l’accesso al mercato italiano per le banche svizzere, attualmente discriminate rispetto agli istituti bancari degli altri paesi europei. Per quanto riguarda i reati fiscali, il governo svizzero chiede garanzie alle autorità italiane, affinché gli istituti finanziari elvetici e i loro collaboratori non debbano rispondere delle violazioni commesse dai loro clienti. 

Ancora molte incognite 

I negoziatori intendono inoltre raggiungere entro l’estate un accordo sull’imposizione dei frontalieri. In futuro dovrebbero essere assoggettati sia nello Stato in cui esercitano la loro attività professionale, sia nello Stato di residenza. Finora le imposte venivano invece prelevate in Svizzera e riversate in parte all’Italia. Con la soluzione prevista, il Canton Ticino potrà applicare per i frontalieri un'aliquota del 70% rispetto all'imposta normale alla fonte, contro il 61,2% attuale. 

Inizialmente il carico fiscale dei frontalieri non dovrebbe essere superiore a quello attuale, ma è previsto un aumento graduale. Secondo quanto indicato da Jacques de Watteville, in futuro lo statuto di frontaliere sarà applicato solo per coloro che abitano in una fascia di confine di 20 chilometri. I “falsi” frontalieri saranno invece tassati al 100% in Svizzera e pagheranno prevedibilmente delle imposte anche in Italia. 

L’intesa di principio raggiunta da Roma e Berna dovrebbe servire non da ultimo a migliorare i rapporti bilaterali, offuscati negli ultimi anni dalle vertenze fiscali. Per giungere a degli accordi definitivi vanno però chiarite ancora molte incognite, tra cui quella relativa all’introduzione di un freno all’immigrazione in Svizzera, dopo il voto del 9 febbraio 2014. L’UE e l’Italia non intendono accettare compromessi sulla libera circolazione delle persone. “I negoziatori italiani ce lo hanno ricordato senza ambiguità”, ha sottolineato il segretario di Stato.  

swissinfo.ch

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