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Aiuto umanitario Interventi all’estero: unità cinofile svizzere presto disoccupate?

L'ultimo intervento dell'intera equipe è stato quello in Indonesia nel maggio 2009; nell'immagine un membro della squadra di ricerca con i cani.

(Keystone / Kevin Frayer)

Negli ultimi anni l’aiuto umanitario ha subito grandi cambiamenti: le crisi durano più a lungo, i bisogni sono immensi e un crescente numero di operatori vuole avere voce in capitolo. L’Aiuto umanitario svizzero deve riposizionarsi in questo nuovo contesto. Ne sa qualcosa anche il suo portabandiera, il cane da catastrofe.

Era il 1991 quando Linda Hornisberger e il suo cane si apprestavano per la prima volta a partire in missione per conto della Svizzera: la terra aveva tremato in Costa Rica e bisognava affrettarsi per trovare superstiti tra le macerie. Anche dopo i terremoti in Turchia (1992 e 1999), Algeria (2003), Indonesia (2009) e Giappone (2011) la veterinaria era sul posto con la Catena Svizzera di salvataggioLink esterno.

Linda Hornisberger si annovera tra i principali fondatori della Società svizzera per cani da ricerca e da salvataggio REDOGLink esterno, che dal 1981 è membro della Catena Svizzera di Salvataggio. L’organizzazione di volontariato mette a disposizione della Confederazione fino a 16 cani da ricerca 24 ore su 24. A capo del comparto Ricerca di dispersiLink esterno la 58enne coordina gli interventi, organizza le esercitazioni ed è responsabile della formazione.

Prepararsi alle situazioni di emergenza: Linda Hornisberger passa molto tempo sul campo di allenamento; qui con il suo cane Sky, nel frattempo deceduto.

(Caspar Martig)

swissinfo.ch: Gli interventi di REDOG per conto della Catena Svizzera di salvataggio sono in calo.

Linda Hornisberger.: Noi interveniamo in quei casi che ognuno spera non si producano mai, per cui è una bella cosa se abbiamo meno da fare. È chiaro che così perdiamo un po’ di routine.

Un cane da ricerca rimane sulla lista degli interventi all’estero solo per sei o sette anni. E la formazione completa di un altro cane richiede uno sforzo enorme, che nessuno Stato in Europa è in grado di finanziare. Il nostro team si impegna su base volontaria.

swissinfo.ch: Da 35 anni addestra i suoi cani tutti i giorni ed è pronta a recarsi in una zona colpita da calamità nel giro di dodici ore, 24 ore su 24. Perché lo fa?

"Ma poi vedo l’uomo in volto e so esattamente che non fa più alcuna differenza. La sua vita è finita."

Fine della citazione

L. H.: Spesso per i familiari i cani da catastrofe sono l’ultima speranza e in casi del genere il tempo stringe tremendamente. Sebbene la maggior parte dei dispersi localizzati sia già priva di vita, il ritrovamento delle spoglie è molto importante per i superstiti.

swissinfo.ch: Ma non è frustrante per lei?

L.H.: Durante la mia prima missione in Costa Rica mi ricordo che dopo aver ritrovato una persona priva di vita ho effettivamente lasciato il cumulo di macerie in preda a una grande frustrazione. Poi però una donna mi ha raggiunta e abbracciandomi mi ha ringraziato di aver ritrovato suo fratello. Ora sapeva che durante il terremoto si era fratturato la nuca ed era morto sul colpo.

Se una persona rimane dispersa sotto le macerie e non si sa se abbia sofferto a lungo prima di morire, i familiari sono spesso colti da tremendi sensi di colpa, che li perseguitano per tutta la vita.

swissinfo.ch: Dei suoi interventi ha un ricordo che si è scolpito particolarmente nella sua memoria?

L.H.: Ho presente l’immagine di un anziano algerino, seduto su una sedia traballante a un tavolino, con tre tazze e una brocca di caffè, davanti alla sua casa in macerie. La brocca ha una crepa, e il mio primo pensiero è che il caffè colerà fuori.

Ma poi vedo l’uomo in volto e so esattamente che non fa più alcuna differenza. La sua vita è finita. Sotto le macerie abbiamo localizzato la sua famiglia. Erano tutti morti.

Un cane della Catena svizzera di salvataggio in Algeria: il naso dei cani rimane ancora oggi il più raffinato strumento per localizzare esseri umani sotto le macerie.

(Keystone / Gaetan Bally)

swissinfo.ch: Gli interventi diminuiscono anche a causa del crescente numero di gruppi di soccorso regionali. La Svizzera ha formato dei gruppi di salvataggio in Giordania, Marocco e CinaLink esterno, anche con la sua collaborazione. In questo modo la Catena Svizzera di Salvataggio non si sta scavando la fossa da sola?

L.H.: Il nostro scopo è salvare delle vite. E lo possiamo fare istruendo dei gruppi di intervento. In questo modo si creano delle organizzazioni locali o regionali in grado di agire con la massima efficienza nelle prime ore dopo un sisma. È la miglior cosa, visto che in quel momento la Catena di Salvataggio non è ancora sul posto.

In caso di grandi catastrofi i Paesi avranno sempre bisogno di un aiuto dall’estero. Un’organizzazione ben preparata come la Catena Svizzera di Salvataggio è indispensabile.

"In caso di grandi catastrofi i Paesi avranno sempre bisogno di un aiuto dall’estero."

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swissinfo.ch: Nel 2014 REDOG ha ampliato il suo lavoro all’estero avviando una collaborazione con l’organizzazione di salvataggio su base volontaria GEALink esterno, in Turchia. Recentemente è stata anche in Giappone, dove REDOG interviene con unità cinofile sostenendo la collaborazione con organizzazioni di salvataggio esistenti. Ne vale la pena?

L.H.: Queste collaborazioni hanno un futuro e ci consentono di prestare il nostro aiuto e fornire squadre cinofile addestrate a gruppi di salvataggio anche quando la Catena di Salvataggio non è operativa. Come quattro anni fa in NepalLink esterno, dove abbiamo costituito un’unità di ricerca dei dispersi con i nostri colleghi turchi.

swissinfo.ch: Non c’è il pericolo di incorrere in un conflitto di interessi?

L.H.: Al contrario: l’esperienza raccolta da REDOG durante i suoi interventi è utile a tutti. In caso di calamità possiamo inviare dei team sia alla Catena di Salvataggio sia alle organizzazioni partner all’estero. Nel dubbio avrebbe comunque priorità la collaborazione con la Catena di Salvataggio.

swissinfo.ch: Con i suoi cani interviene anche in Svizzera nella ricerca di dispersi, ad esempio nel 2000, quando nel Comune di Gondo una caduta di massi aveva travolto 13 persone. In cosa si differenzia un simile intervento da una missione all’estero?

L.H.: Dopo una missione all’estero torno in patria e per un certo periodo di tempo quello che ho vissuto mi sembra surreale. A Gondo invece no: la tragedia si è prodotta sotto i nostri occhi. Sono questi gli interventi che impegneranno maggiormente REDOG in futuro.


L’Aiuto umanitario svizzero ricompatta il suo corpo d’intervento

REDOG con i suoi cani da ricerca e salvataggio è uno degli otto anelli della Catena Svizzera di SalvataggioLink esterno, l’organizzazione di pronto intervento attiva in caso di terremoti di grande magnitudo all’estero e meglio nota al grande pubblico come braccio operativo dell’Aiuto umanitario svizzeroLink esterno.

La Catena Svizzera di Salvataggio interviene meno frequentemente di un tempo. La sua ultima missione con la squadra al completo risale al 2009, dopo il terremoto in IndonesiaLink esterno.

Le ragioni di questo calo sono molteplici, come spiega a swissinfo.ch Manuel Bessler, capo del Corpo svizzero di aiuto umanitario Link esterno(CSA). I bisogni sono enormi e di entità mai viste. Anche le crisi durano molto più a lungo. "Emergenze di breve durata come un terremoto oggi sono l’eccezione."

E anche in tal caso: "Oggi sempre più Paesi con elevato rischio sismico come la Turchia, l‘India o la Cina dispongono di cellule ben formate per l’intervento in caso di catastrofe", prosegue Bessler. Sono invece richieste conoscenze tecniche specifiche in un determinato settore: "Dopo il grave terremoto in Nepal nel 2015 ho inviato un team di pronto intervento per l’approvvigionamento medico. In Messico nel 2017 erano invece richiesti esperti per valutare la statica degli edifici, e nel 2018 in Indonesia/Sulawesi abbiamo messo a disposizione della popolazione colpita alloggi di fortuna e impianti per rendere potabile l’acqua."

Così come la conosciamo, la Catena di Salvataggio non è dunque più necessaria? "Affatto, serve eccome", ribadisce Bessler. "È uno strumento importante che dobbiamo curare e mantenere al passo con i tempi grazie a simulazioni ed esercitazioni." L’anno prossima è previsto il rinnovo della classificazione secondo gli standard delle Nazioni Unite, che ne conferma le capacità e ci permette di restare nel novero dei corpi di ricerca e salvataggio con il più elevato grado di professionalità e performance al mondo, un requisito indispensabile per le missioni all’estero.

Alla luce dei mutamenti nel panorama dell’aiuto umanitario Bessler è comunque intenzionato a ricalibrare il suo team, i cui membri sono principalmente attivi nella Catena di Salvataggio: proporre soluzioni su misura con gruppi di specialisti più piccoli e agili. Al momento, un gruppo di lavoro interno sta elaborando un documento di base per rafforzare il braccio operativo dell’Aiuto umanitario. Il processo si concluderà verosimilmente nella primavera del 2020.

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swissinfo.ch

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