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Analisi delle elezioni 2015


Elettorato molto stabile ma più polarizzato




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Nonostante una campagna elettorale combattuta in ogni angolo del paese, le elezioni del 2015 hanno prodotto lo spostamento più basso di voti tra i partiti dal 1963. (Keystone)

Nonostante una campagna elettorale combattuta in ogni angolo del paese, le elezioni del 2015 hanno prodotto lo spostamento più basso di voti tra i partiti dal 1963.

(Keystone)

L’Unione democratica di centro ha approfittato del tema della migrazione, ma anche degli elettori più fedeli, mentre il Partito liberale radicale si è rifatto un’immagine più positiva quale partito dell’economia: queste le ragioni del successo della destra nelle elezioni federali 2015, secondo lo studio Selects. Dall’analisi del voto emerge un elettorato più polarizzato, nonostante una grande stabilità. 

 “Il primo fenomeno di rilievo nell’analisi dello scrutinio dell’anno scorso è che queste elezioni hanno fornito risultati estremamente stabili. Era dal 1963 che non si registrava più uno spostamento così basso di voti tra i diversi partiti”, rileva Georg Lutz, politologo dell’Università di Losanna e autore dello studio Selects sulle elezioni federali del 2015. 

Un po’ un ritorno ai vecchi tempi, insomma, dopo gli scossoni degli ultimi decenni. Dall’introduzione del sistema di voto proporzionale nel 1919 fino agli anni ’80, i rapporti di forze tra i partiti erano stati infatti contrassegnati da una stabilità senza paragoni a livello europeo. Poi, dagli anni ’90, anche la scena politica svizzera aveva cominciato ad agitarsi, con la spettacolare ascesa dell’Unione democratica di centro (UDC, destra) a scapito dei due grandi partiti storici, il Partito liberale radicale (PLR, centro-destra) e il Partito popolare democratico (PPD, centro). 

Il risultato delle ultime elezioni federali rispecchia d’altra parte anche la stabilità economica e sociale che ha in gran parte caratterizzato la legislatura 2011–2015. La Svizzera era infatti uscita molto in fretta dalla crisi finanziaria ed economica internazionale, che ha colpito dal 2007 quasi tutti i paesi europei. L’economia ha segnato una discreta crescita in questo periodo e il tasso di disoccupazione è rimasto tra il 3 e il 4%. 

Due vincitori a destra 

Nonostante questa relativa stagnazione, lo scrutinio del 2015 è stato comunque contraddistinto da due dati di portata storica. Innanzitutto il 29,4% (+2,8%) dei voti conquistati dall’UDC, la fetta più alta di elettorato raggiunta da uno schieramento politico dal 1919. “Ancora una volta, l’UDC è riuscita a mobilitare più di ogni altro partito i suoi elettori. Ben il 93% di coloro che avevano votato UDC nel 2011, hanno fatto la stessa scelta l’anno scorso”, rileva Georg Lutz. Questa quota si situa invece tra il 50% e l’81% per le altre forze politiche. 

L’UDC ha approfittato del fatto che il tema della migrazione – manodopera straniera e asilo – è rimasto dominante nel corso della campagna elettorale, in seguito principalmente all’enorme flusso migratorio proveniente dalla Siria. Per il 44% delle persone interrogate, la migrazione ha rappresentato la principale preoccupazione nel 2015. Seguono, a grande distanza, l’integrazione europea (13%), il sistema politico (12%), la sicurezza sociale (9%) e l’economia (5%). 

L’altro dato di valore storico è il ritorno al successo del PLR, salito dal 15,1% dei voti nel 2011 al 16,4% l’anno scorso. Il partito di centro-destra è così riuscito a frenare la sua emorragia di voti, che aveva preso inizio nel lontano 1983. Da sempre molto legato all’economia, il PLR aveva sofferto negli ultimi tempi per questa immagine, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2007 e gli eccessi nelle retribuzioni di alcuni manager. L'abbinamento all’economia sembra invece aver di nuovo giovato nel 2015 al PLR, considerato il partito più competente per risolvere le questioni economiche, dopo l’abbandono della soglia minima di cambio tra il franco e l’euro e in vista di difficili negoziati con l’UE sul proseguimento degli accordi bilaterali. 

Slittamento a destra 

Da notare che la leggera progressione di questi due partiti nelle elezioni del 2015 ha prodotto uno slittamento verso destra dell’asse politico svizzero. Assieme alla Lega dei ticinesi e al Mouvement citoyens romand, UDC e PLR dispongono ora di una maggioranza alla Camera del popolo e hanno già iniziato a imprimere un nuovo corso neoliberale in molte decisioni adottate dal Parlamento con la nuova legislatura. 

A farne le spese sono stati soprattutto i partiti di centro: sceso all’11,6% (-0,7%), il PPD continua a perdere il suo elettorato tradizionale, senza riuscire a sedurre nuovi elettori. La flessione dei Verdi liberali al 4,6% (-0,8%) e del Partito borghese democratico al 4,1% (-1,3%) sarebbe invece legata al fatto che i due partiti minori del centro non dispongono ancora di una propria base elettorale stabile e di un proprio profilo chiaro. 

In perdita di voti anche la sinistra. Mentre il Partito socialista (PS) ha mantenuto il suo elettorato sul 18,8% (+0,1%), il Partito ecologista svizzero (PES) è sceso al 7,1% (-1,3%). I due partiti di sinistra, con un profilo molto analogo, continuano a strapparsi voti tra di loro, senza poter espandersi verso il centro. Storicamente, la sinistra non è quasi mai riuscita ad andare oltre il 30% dell’elettorato in Svizzera. Un caso unico a livello europeo. 

“Credo che ciò sia dovuto in buona parte al sistema svizzero di concordanza in governo. Il partito socialista ne è in parte avvantaggiato, dato che fa parte da tempo del governo. Nel contempo questo sistema contribuisce a mantenere stabili i rapporti di forze tra i partiti e impedisce alla sinistra di crescere. Un sistema di alternanza tra maggioranza e opposizione, come esiste negli altri paesi, potrebbe dare maggiori chance alla sinistra di guadagnare voti verso il centro. Ma si tratta di previsioni speculative, forse siamo semplicemente un paese molto conservatore”, spiega Pascal Sciarini, politologo dell’Università di Losanna che ha partecipato allo studio. 

Elettorato più polarizzato 

Dallo studio emerge infine che le elezioni 2015 hanno accentuato la polarizzazione politica. Nel corso degli ultimi 20 anni, le elezioni non avrebbero fondamentalmente spostato l’asse che divide destra e sinistra. Per contro, gli elettori dell’UDC e in parte del PLR si posizionano molto più a destra, mentre gli elettori del PS e del PES si situano più a sinistra. 

E ancora più a destra si sono spostati i rappresentanti di alcuni partiti borghesi, in particolare dell’UDC e del PLR. Ad esempio, mentre i politici di questi partiti sostengono un aumento dell’età di pensionamento, il loro elettorato si dichiara invece contrario. 

29 milioni spesi dai candidati 

Condotto da Georg Lutz, responsabile delle inchieste elettorali Selects presso la Fondazione svizzera per la ricerca in scienze sociali (FORS), lo studio “Elezioni federali 2015 – Partecipazione e scelta elettorale” è stato realizzato interrogando 5337 elettori e 1676 candidati, prima e dopo il voto. 

Secondo l’inchiesta, i circa 3000 candidati che hanno preso parte alle elezioni avrebbero speso complessivamente 29 milioni di franchi, ossia 11.35 franchi per votante (tasso di partecipazione del 48%). A spendere di più sarebbero stati i candidati del PLR: 7 milioni. Seguono quelli di PPD (5,7), UDC (5,2), PS (3), PES (2,1), VL (1,3), PBD (1) e altri partiti (3,3). 

Gli autori dello studio stimano, però, che la campagna elettorale è costata circa il doppio, tenendo conto anche delle somme impiegate dai partiti e delle associazioni. Le spese sarebbero così paragonabili a quelle delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2012 negli Stati uniti, dove i candidati hanno sborsato 22 franchi per votante. Nelle elezioni del 2013 in Germania la spesa media è stata invece di 3 franchi per abitante.

swissinfo.ch

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