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Cambio di rotta della BNS


Franco forte, prova del nove per le piccole e medie imprese




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Il tessuto economico svizzero è composto soprattutto di piccole e medie imprese; 99 ditte elvetiche su 100 hanno meno di 250 dipendenti. (Keystone)

Il tessuto economico svizzero è composto soprattutto di piccole e medie imprese; 99 ditte elvetiche su 100 hanno meno di 250 dipendenti.

(Keystone)

Nubi scure si addensano sull’economia d’esportazione svizzera dopo la decisione della Banca nazionale di abolire la soglia minima di cambio con l’euro. Ad essere minacciate dal rafforzamento del franco sono soprattutto le piccole e medie imprese (PMI), pilastro dell’economia elvetica.

«Una ditta su cinque è a rischio», ha affermato Hans Hess sulle colonne della NZZ am Sonntag. Per il presidente di Swissmem, l’associazione ombrello dei settori dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica, l’abolizione del tasso di cambio minimo tra franco e euro «avrà ripercussioni sull’impiego». Tuttavia, «il settore ha superato la crisi del franco del 2011 e riuscirà a superare anche questa».

La decisione annunciata giovedì dalla Banca nazionale svizzera (BNS) ha colto tutti di sorpresa e ha sollevato sgomento, visto l’impatto - «catastrofico» secondo alcune organizzazioni economiche – che il provvedimento avrà su molte aziende svizzere. In un batter d’occhio, il franco si è rafforzato del 20% nei confronti dell’euro, appesantendo così le esportazioni.

Per ora nessun intervento

«Il franco svizzero era sopravvalutato anche con un tasso di cambio di 1 franco e 20 per un euro», ha sottolineato Swissmem. Il tasso di cambio minimo permetteva però almeno di avere delle certezze e di poter effettuare delle pianificazioni dal punto di vista finanziario.

In un’intervista pubblicata domenica da diversi settimanali, la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf ha cercato di gettare acqua sul fuoco, affermando che l’economia svizzera è in grado di affrontare l’abbandono del tasso di cambio minimo.

Per il momento la consigliera federale non ritiene quindi necessario intervenire. Tuttavia, Eveline Widmer-Schlumpf non esclude di farlo in un futuro prossimo, ad esempio attraverso alleggerimenti fiscali. «Dobbiamo osservare la situazione. Se tra sei mesi vedremo che sono necessarie ulteriori misure, ne riparleremo», ha dichiarato. Un’opinione condivisa dal ministro dell’economia: «La sfida è grande, ma la affronteremo», ha affermato Johann Schneider-Amman dopo l’annuncio della BNS, precisando che «è ancora troppo presto per parlare» di aiuti specifici.

Il direttore di Svizzera Turismo Jürg Schmid si è detto «sotto choc» per l’abbandono da parte della BNS del tasso di cambio fisso per l’euro.

«Questa scelta crea incertezza nel processo decisionale dei clienti stranieri alla vigilia dell’alta stagione», ha affermato Schmid in un’intervista pubblicata da Le Matin Dimanche.

Il settore ha immediatamente subito un arresto delle prenotazioni provenienti dall'Europa. «I telefoni hanno smesso di suonare e soprattutto si sono fermate le riservazioni online», rileva Schmid.

Il direttore di Svizzera Turismo sostiene che nel caso in cui la parità tra franco ed euro dovesse persistere, «si registrerà un calo importante dei pernottamenti».

Secondo Schmid i paesi più «sensibili ai prezzi» sono la Germania e l'Olanda. Per i turisti cinesi e del Sud-est asiatico, «che non visitano esclusivamente la Svizzera» ma anche altri paesi europei, le fluttuazioni dei cambi hanno meno importanza. Per il settore turistico svizzero la clientela più importante rimane quella indigena. «Dobbiamo convincerli a restare in Svizzera», ha aggiunto.

Prima di adottare una nuova strategia è necessario attendere che la situazione si calmi per vedere come il franco si posizionerà rispetto alle altre valute, ha ancora affermato il direttore di Svizzera Turismo. Alcuni dibattiti sono stati già stati avviati ma non è ancora stato chiesto aiuto alla Confederazione. «Spero che ciò non sarà necessario», ha concluso Schmid.

Fonte: Agenzia telegrafica svizzera

Se la moneta unica dovesse negoziarsi a lungo sotto la soglia di 1,10 franchi per un euro o addirittura mantenersi sulla parità come in questi giorni, le prospettive economiche potrebbero aggravarsi, ha parte sua sottolineato alla Zentralschweiz am Sonntag Serge Gaillard, direttore dell’Amministrazione federale delle finanze.

PMI in prima linea

Malgrado questi tentativi di rassicurare, il clima è piuttosto pesante. Tra le reazioni più pungenti, quella di Edouard Meylan, a capo della H. Moser & Co., fabbricante di orologi di nicchia. «Spero che abbia un piano forte, che ci aiuterà sul lungo termine», si legge nella lettera aperta scritta da Meylan al presidente della BNS Thomas Jordan. «Perché altrimenti, insieme ad altre meravigliose creazioni svizzere, gli orologi H Moser diventeranno molto, molto, molto rari».

«Come imprenditore di una piccola società svizzera, mi piacciono le sfide», ha aggiunto. «Ebbene, la sua decisione ha reso le cose ancor più complesse: in effetti, il 95% della nostra produzione è venduta all’estero […]. Approfitto inoltre dell’occasione per comunicarle che i primi dettaglianti hanno annullato le loro comande dopo il vostro annuncio».

Il problema che viene a crearsi con l’apprezzamento del franco tocca tutte le industrie d’esportazione. Le multinazionali, proprio perché lavorano a un livello sovranazionale e sono abituate ad essere confrontate con i rischi di cambio, sono però più al riparo da queste turbolenze valutarie.

La grande maggioranza dei membri di Swissmem (72%) impiega meno di 10 persone, mentre solo l’1,4% ha alle sue dipendenze più di 250 lavoratori. L’80% dei membri dell’organizzazione esporta i suoi prodotti, il 64% dei quali finisce in paesi dell’eurozona.

Queste cifre caratterizzano molti altri settori. Il 99,6% delle aziende svizzere impiega infatti meno di 250 persone e rappresenta i due terzi di tutti i  posti di lavoro in Svizzera. Da una ricerca dell’istituto economico KOF effettuata l’anno scorso, emergeva che il settore manifatturiero prevedeva un calo delle vendite del 3,4% entro sei mesi e del 4,2% entro 18 mesi nel caso in cui la BNS avesse posto fine alla sua politica di aggancio all’euro.

Tre anni e mezzo per prepararsi

L’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), che raggruppa le PMI, ha dal canto suo dimostrato una certa comprensione per la decisione della BNS, sottolineando che l’intervento, iniziato nel settembre 2011, non poteva durare in eterno.

«La BNS ha sempre ripetuto che il tasso di cambio minimo era una misura temporanea», indica a swissinfo.ch Henrique Schneider, responsabile del dossier politica economica in seno all’USAM. «Le società hanno avuto tre anni e mezzo di tempo per prepararsi a questo momento».

«Alcune reazioni all’annuncio della BNS, ad esempio chi parla di bancarotta e così via, sono l’espressione dello choc causato da una decisione giunta in modo così brusco», aggiunge. «Adesso sta ad ogni azienda valutare il da farsi. I prossimi mesi ci diranno quante di esse si erano preparate per questo momento».

Tra le misure possibili, Schneider menziona la diminuzione dei costi, il miglioramento dei processi produttivi, gli investimenti nelle nuove tecnologie e la ricerca di nuovi mercati lontani dall’euro.

Le osservazioni di Schneider fanno eco a quanto affermato da Thomas Jordan giovedì. «L’economia ha potuto approfittare di questa fase per adattarsi alla nuova situazione», aveva indicato il presidente della BNS.

Ridurre i costi burocratici

L’USAM, che conta 300'000 membri, ha comunque lanciato un appello al governo affinché riduca i costi burocratici per aiutare le piccole e medie imprese a far fronte ai difficili mesi e anni a venire. Lo scorso autunno, da un rapporto del governo era emerso che attraverso una serie di misure sarebbe possibile ridurre i costi amministrativi per le imprese fino a 10 miliardi di franchi.

Per tagliare le spese, si potrebbero ad esempio sgravare le ditte da certi obblighi amministrativi legati all’IVA e allineare i regolamenti per le importazioni e le esportazioni a quelli dell’Unione Europea, al fine di evitare alle aziende di dover rispettare due regole distinte.

«Dopo la pubblicazione del rapporto, abbiamo chiesto al governo di agire rapidamente», rileva Schneider. «Ha risposto che non era il problema più urgente. Bene, adesso è invece diventato il problema più urgente».


(traduzione e adattamento di Daniele Mariani), swissinfo.ch

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