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Centenario


Svizzeri nell’inferno di Verdun e della Somme


Di Mathieu van Berchem, Parigi


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Cannoni francesi da 75 mm procedono a un tiro di sbarramento durante la battaglia di Verdun.  (AFP)

Cannoni francesi da 75 mm procedono a un tiro di sbarramento durante la battaglia di Verdun. 

(AFP)

A Verdun, durante la prima guerra mondiale, combatterono vari ginevrini, giurassiani e friburghesi. Buona parte di loro erano cittadini francesi residenti in Svizzera. Sul fronte della Somme, l’arruolamento massiccio di svizzeri nella Legione straniera fu funestato dalla terribile presa di Belloy-en-Santerre.

Il 21 febbraio 1916, l’esercito tedesco lancia una grande offensiva contro la fortificazione di Verdun, ritenuta imprendibile. I combattimenti, che si protraggono fino a dicembre, fanno oltre 300'000 morti.

Verdun, una «battaglia totale», rappresenta per la Francia il simbolo stesso della Grande guerra: due terzi delle divisioni francesi passano da Verdun. «Chi non ha fatto Verdun non ha fatto la guerra», affermava un po’ ingiustamente il soldato e scrittore Jacques d’Arnoux.

Stando al sito del ministero francese per la Difesa Mémoires des hommes, 77 militi nati in Svizzera sono morti nei dintorni di Verdun durante i dieci mesi di combattimenti. Si trattava soprattutto di soldati appartenenti a reggimenti di fanteria. «Uccisi dal nemico», recita, nella maggior parte dei casi, la scheda amministrativa scritta durante o dopo la guerra.

Combattenti svizzeri: una cifra incerta

Quanti erano gli svizzeri arruolati nella Legione che hanno combattuto dalla parte della Francia nel 1914-18? Nel suo libro sul servizio militare degli svizzeri all’estero, Honneur et fidelité, Paul de Vallière stima che i legionari svizzeri fossero 14'000. Una cifra che appare però troppo elevata. Gli svizzeri «hanno sempre formato un po’ più di un terzo dei reggimenti stranieri», scrive nel 1916 Gauthey des Gouttes, che presiede il comitato degli svizzeri al servizio della Francia. Quest’ultimo stima il loro numero a «circa 2500-3000 uomini». Walter Scher, legionario del 1° reggimento straniero, scrive che « dopo l’inizio della guerrra in questo reggimento d’élite ci sono stati oltre 39'000 arruolamenti di persone provenienti da tutti paesi del mondo, tra cui 8000 svizzeri». 

Chi sono questi Baudet, Béguin, Blesmaille, Paccard, Paicheur, Rey, Tavernier, Weiss, ecc. le cui schede non specificano la nazionalità? Per la gran parte, francesi residenti in Svizzera. «La legge in vigore in Francia, retta dall’ordinanza reale del 10 marzo 1831, non permetteva l’arruolamento di stranieri nelle truppe francesi, se non nella Legione straniera», precisa lo storico Jérôme Christinaz. Ora, la Legione non partecipò ai combattimenti a Verdun.

Naturalizzazione facilitata

Tuttavia, aggiunge Christinaz, «non si può escludere ed è anzi probabile che degli svizzeri naturalizzati da poco abbiano partecipato alla battaglia di Verdun. In effetti le leggi in vigore all’inizio della guerra hanno permesso a numerosi stranieri di ottenere una naturalizzazione facilitata a condizione di arruolarsi come volontari per tutta la durata della guerra».

Questi naturalizzati hanno rinunciato alla nazionalità elvetica per battersi contro i tedeschi. È senza dubbio il caso di François Émile Héritier, nato a Granois, nel comune vallesano di Savièse, incorporato dopo il 1914 nel 267° reggimento di fanteria. O dello svizzero-tedesco Gottfried Hegglin, ucciso il 20 aprile a Cumières.

Il percorso di questi soldati, svizzeri o francesi di Svizzera, segue gli imprevisti drammatici della battaglia. Alla fine di febbraio, in seguito alla terribile offensiva tedesca, muoiono l’urano Rutshmann e il giurassiano Waldt.

Il vallesano Héritier e l’aiutante ginevrino Delarze cadono quando i francesi cercano di riprendere Cumières alla fine di maggio. Distrutta, dopo la guerra Cumières non sarà più ricostruita.

Alla fine di ottobre le sorti della guerra volgono a favore della Francia. Il 230° reggimento è incaricato di «levare e ripulire tutto il sistema di difesa nemico in direzione del bosco di Fumin e dello stagno di Vaux». È un’operazione suicida: una decina di svizzeri vi perderanno la vita.

La Verdun di Raphaël Radraux

Raphaël Radraux ha maggiore fortuna. Direttore della banda della città di Bulle, come tutti i francesi nell’agosto 1914 è mobilitato. Nel luglio 1916 si ritrova a Verdun. Nel suo diario, di cui nel 2009 sono stati pubblicati degli estratti negli Annales fribourgeoises da parte dello storico Pierre-Alain Stolarski, racconta lo «spettacolo indimenticabile».

«Tutto il cielo è infuocato, è un rumore assordante. Si vedono da tutte le parti delle lingue di fuoco uscire dalla bocca dei cannoni. Quando i grandi pezzi partono, vi danno l’impressione del ruggito dei leoni […] Rendetevi conto, cari lettori, del rumore e della devastazione che possono provocare 3200 pezzi che sparano durante 8-10 ore ogni notte».

Musicista della truppa, barelliere, Radraux descrive il pericoloso trasporto dei feriti. «La zona da attraversare è completamente devastata dagli obici, in alcune di queste buche ci potrebbe entrare una carrozza con un cavallo. Per trasportare un ferito sulle spalle di quattro barellieri, bisogna aggirare le buche degli obici, bisogna camminare continuamente sui loro orli. Durante tutta la notte, i francesi e i tedeschi lanciano dei razzi traccianti […]. A ogni razzo tracciante bisogna abbassarsi, per non farsi scoprire».

Radraux finirà la sua guerra nel 1917, gravemente ferito ma vivo, e tornerà nel canton Friburgo.

A cent'anni di distanza, le tracce della battaglia di Verdun restano ben visibili. (akg-images )

A cent'anni di distanza, le tracce della battaglia di Verdun restano ben visibili.

(akg-images )

Il dramma svizzero della Somme

Per la Svizzera, la battaglia della Somme fu però ben più carica di lutti. Tra l’inizio dell’offensiva anglo-francese il 1° luglio 1916 e la fine dei combattimenti in dicembre, 130 soldati nati in Svizzera morirono al fronte.

Si trattava soprattutto di cittadini svizzeri arruolati nella Legione straniera. Pianificata da tempo dagli Alleati, l’offensiva comincia male. Partendo con baldanza per il campo di battaglia come a Waterloo, i soldati inglesi, mal preparati, sono falcidiati il 1° luglio dalle mitragliatrici tedesche. Il bilancio è terrificante: più di 20'000 morti e 35'000 feriti, «record mondiale in una guerra convenzionale», precisa lo storico Alain Denizot.

Qualche chilometro più a sud, lo stesso 1° luglio, il ginevrino Gustave Marolf del 1° reggimento di marcia della Legione straniera, scrive a suo fratello Alphonse: «Ti scrivo approfittando di una momento di calma nei combattimenti, per annunciarti che sono appena stato nominato capitano sul campo di battaglia. Rallegrati con me. Non puoi renderti conto della preparazione d’artiglieria che facciamo. Mentre ti scrivo c’è un avvicendamento ininterrotto di tutti i calibri, ne siamo letteralmente assordati».

Poi più nessuna notizia. A Ginevra, Alphonse si inquieta, si informa presso l’esercito francese. Due mesi dopo riceve una lettera firmata dal generale Fayolle. «Ufficiale brillante, di un’esuberanza ammirevole. Ha radunato gli elementi di due compagnie dopo la presa di un villaggio energicamente difeso ed è gloriosamente caduto alla loro testa».

«Ucciso dal nemico», per consolazione una croce di guerra. Sconvolto, Alphonse si getta in un’inchiesta sulle circostanze della morte di Gustave. Viene a sapere che suo fratello è stato ferito il 4 luglio sotto l’occhio destro. «Si è rifiutato categoricamente di farsi evacuare», gli comunica il comando della Legione.

Raccoglie la testimonianza del legionario vodese Bailly, segretario di Marolf, l’ultima persona ad averlo visto vivo. «Nel pomeriggio del 5 luglio, mentre portavo un ordine al mio capitano, sono riuscito a scovarlo, dopo mille deviazioni nei camminamenti. L’ho raggiunto un istante dopo l’esplosione dell’obice di un tiro di sbarramento tedesco. Il capitano Marolf era adagiato sul fondo della trincea, gravemente ferito al petto». Morì sulla barella.

Massacro a Belloy

Il 4 e 5 luglio 1916, 44 svizzeri perdono la vita, come Marolf, durante la presa di Belloy-en-Santerre. Il villaggio, situato a est di Amiens, ricorda una fortezza. È «la posizione più forte e meglio difesa al mondo», afferma Winston Churchill.

Il capitano de Tscharner, che conta fra i suoi antenati dodici soldati al servizio del re di Francia, racconta l’assalto della sera del 4 luglio. «A 300 metri dal villaggio, terribile tiro d’infilata delle mitragliatrici nemiche nascoste lungo il sentiero Estrées-Belloy. L’11° compagnia ne ha enormemente sofferto. In una spazio di terreno relativamente stretto, tutti gli ufficiali e sotto-ufficiali sono caduti. L’immensa prateria, dall’erba incolta, era coperta di feriti». Tscharner se la cava con una ferita alla spalla.

In tarda serata, il reggimento di marcia della Legione straniera stila un bilancio «positivo» della giornata: Belloy è presa, tra i 700 e i 900 tedeschi sono fatti prigionieri. Ma 5 ufficiali e 112 sotto-ufficiali e soldati mancano all’appello, senza contare i 113 dispersi. Tra loro i soldati svizzeri Burki, Chopard, Desarzens, Hofstetter, Jotterand, Morgenegg, Thalmann e altri. Alcuni di loro, feriti, moriranno il 5 luglio.

«Come a Verdun, la battaglia della Somme è il simbolo di un’offensiva inutile e costosa» riassume Alain Denizot.


Traduzione di Andrea Tognina

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