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Sebastian Pinera ha stravinto ieri il ballottaggio delle presidenziali in Cile.

KEYSTONE/AP/LUIS HIDALGO

(sda-ats)

Sebastian Pinera ha stravinto ieri il ballottaggio delle presidenziali in Cile imponendosi per poco più di 9% dei voti sul candidato della maggioranza uscente, Alejandro Guiller, in una nuova svolta politica a destra in America latina.

Pinera - 68 anni, già presidente dal 2010 al 2014 e uno degli uomini più ricchi del Paese - ha ottenuto poco più del 54% dei voti, mentre Guiller - 64 anni senatore indipendente ed ex giornalista televisivo - si è fermato al 45,5%.

Il risultato ha smentito le previsioni dei sondaggi, che indicavano appena un 2% di distanza fra i due candidati prima del ballottaggio, così come avevano attribuito a Pinera più del 40% al primo turno, quando in realtà ne ha ottenuto solo il 36,6%.

Per la seconda volta, dunque, la socialista Bachelet consegnerà la fascia presidenziale a Pinera, che diventerà - anche qui per la seconda volta - l'unico presidente di centrodestra eletto in Cile dalla fine del regime militare di Augusto Pinochet (1973-1990).

La "dura sconfitta" di Guiller alle urne, come lui stesso l'ha definita, è un effetto della crisi interna dell'alleanza fra socialisti e democristiani che ha governato il Paese quasi ininterrottamente da più di due decenni, ma anche del rapporto fra questa alleanza - nota prima come Concertazione, poi diventata Nuova Maggioranza nel secondo mandato Bachelet, con l'apertura ai comunisti - e la sinistra più a sinistra.

La grande rivelazione di queste elezioni, infatti, è stata Beatriz Sanchez, la candidata presidenziale del Fronte Ampio delle sinistre, che con il suo 20% di voti è stata sul punto di sorpassare Guiller e passare lei al ballottaggio. Questi voti, però, non si sono riversati poi sul candidato di centrosinistra, o il risultato del secondo turno sarebbe stato diverso.

Questa frattura fra sinistra e centro-sinistra in Cile riflette a sua volta un cambio di orientamento più generale a livello latinoamericano. Dieci anni fa, infatti, il Cile era, insieme all'Uruguay, il rappresentante della sinistra moderata nel subcontinente, amica ma non alleata del cosiddetto "blocco bolivariano" (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile, Argentina e Paraguay), egemone durante il primo decennio del secolo.

Ora, dopo l'impeachment di Dilma Rousseff in Brasile e Fernando Lugo in Paraguay, l'elezione di Mauricio Macri in Argentina, il "tradimento" del presidente ecuadoriano Lenin Moreno e il collasso economico e istituzionale del governo di Nicolas Maduro in Venezuela, quella che era stata annunciata come una "marea rosa" destinata a conquistare l'America latina sembra invece essersi abbassata definitivamente.

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SDA-ATS