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Consiglio dei diritti umani


A Ginevra, i diritti umani sono sempre in balia delle lotte tra Stati


Di Frédéric Burnand, Ginevra


La pena di morte non è la risposta giusta al terrorismo, secondo il ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter. (Keystone)

La pena di morte non è la risposta giusta al terrorismo, secondo il ministro degli esteri svizzero Didier Burkhalter.

(Keystone)

Creato dieci anni con un forte impulso della diplomazia svizzera, l’organo dell’ONU per la protezione dei diritti umani è oggi confrontato con un degrado del rispetto dei diritti fondamentali, anche nelle democrazie più avanzate. E come la vecchia commissione prima di lui, il Consiglio dei diritti umani non sfugge al sistema di doppio standard e alla politica.

«L’architettura [giuridica, ndr] dei diritti umani si è rafforzata. Ma nei fatti, in questi ultimi anni la situazione si è degradata». È il paradosso rilevato questa settimana a Ginevra da Didier Burkhalter, ministro svizzero degli affari esteri, durante una riunione dedicata ai dieci anni del Consiglio ONU dei diritti umani (CDU), a margine dell’apertura della 31. sessione del consiglio (#HCR31 su twitter).

Pubblicato appena prima della principale sessione annuale del CDU, che si termina il 24 marzo, il rapporto di Amnesty International lo conferma: «Molti governi hanno violato spudoratamente il diritto internazionale nel loro paese nel corso del 2015: più di 122 Stati hanno praticato la tortura o altri maltrattamenti e almeno 30 hanno forzato illegalmente dei rifugiati a ritornare in un paese in cui erano in pericolo. In almeno 19 paesi, sono stati commessi crimini di guerra e altre violazioni delle “leggi della guerra” da parte del governo o di gruppi armati».

L’organizzazione per la difesa dei diritti umani insiste: «Numerosi governi si sono fuorviati nella loro risposta alle minacce di sicurezza che incombono sulle nazioni: hanno soffocato la società civile, se la sono presa con il diritto al rispetto della vita privata e al diritto della libertà di espressione, e hanno cercato senza mezzi termini di rendere i diritti umani indesiderabili, presentandoli come contrari alla sicurezza nazionale, all’ordine pubblico e ai “valori nazionali”. Alcuni si sono persino presi beffa della loro legislazione». Una constatazione che concerne paesi che vanno dalla Cina comunista alla Francia democratica e liberale.

«Violazioni crescenti e gravi»

Lo stesso allarmismo è stato espresso dall’Alto commissario per i diritti umani, il giordano Zeid Ra’ad Al Hussein, nel suo discorso di apertura del CDU: «Le violazioni dei diritti umani sono come le oscillazioni di un sismografo, che segnalano un terremoto imminente. Oggi, queste oscillazioni diventano più rapide e ampie. Sono il segnale di violazioni crescenti e gravi dei diritti e dei principi fondamentali. Questi scossoni sono provocati da cattive decisioni, da azioni sprovviste di principi e spesso criminali, così come da un trattamento limitato, a corto termine ed eccessivamente semplificato, delle questioni complesse».

Il Consiglio dei diritti umani - il fondamento dell’architettura protettiva evocata da Didier Burkhalter - è riuscito a fare la differenza in questi contesti difficili, se paragonato alla vecchia Commissione dei diritti umani che ha sostituito dieci anni fa?

Sì, hanno risposto i partecipanti alla riunione organizzata dalla Svizzera, con le seguenti argomentazioni: oggigiorno, il CDU si riunisce sei volte all’anno, invece di una solta volta per la vecchia commissione. Il CDU si mostra così più reattivo di fronte a determinate crisi.

Gli oratori hanno pure ricordato il passo avanti rappresentato dall’Esame periodico universale (EPU), che passa al setaccio la situazione sul fronte dei diritti umani in ogni paese membro delle Nazioni Unite. Un’analisi che dura quattro anni, prima che ogni paese sia nuovamente esaminato.

Un Consiglio meno politico?

Al momento di essere lanciato, questo strumento è stato presentato come un mezzo per depoliticizzare i diritti umani, affinché non siano più ostaggio delle politiche estere degli Stati. Prima dell’EPU, gli Stati preferivano infatti tacere di fronte alle violazioni di un paese alleato o di una grande potenza amica, denunciando invece la mancanza di rispetto dei diritti fondamentali da parte di un concorrente economico o di un avversario sul piano geopolitico. Questa politica dei “due pesi, due misure” era al centro delle critiche rivolte alla vecchia Commissione dei diritti umani ed è stata la ragione invocata per creare il CDU, meno sensibile a questi scossoni di ego statale.

In quest’ottica, l’obiettivo non è affatto stato raggiunto. È l’opinione di Adrien-Claude Zoller, profondo conoscitore degli arcani onusiani e direttore di Ginevra per i Diritti Umani, una ONG per la difesa dei diritti fondamentali in seno alle Nazioni Unite.

«La maggior parte dei 47 Stati membri del CDU violano i diritti umani. Se sono membri è innanzitutto per evitare che il loro paese sia oggetto di una risoluzione del CDU».

Adrien-Claude Zoller, Ginevra per i Diritti Umani

«Quello che si può dire dopo dieci anni di esistenza del CDU è che è altrettanto politicizzato della vecchia commissione dei diritti umani», rileva Adrien-Claude Zoller. E questo per la semplice ragione che il Consiglio è costituito da rappresentanti statali e non da promotori dei diritti umani.

«La maggior parte dei 47 Stati membri del CDU violano i diritti umani. Se sono membri è innanzitutto per evitare che il loro paese sia oggetto di una risoluzione del CDU».

Una situazione riconosciuta anche dal segretario generale di Amnesty International, nel corso della riunione per i dieci anni del CDU. «Per contrastare la realtà, dove il Consiglio è un organo politico, dobbiamo rinunciare alla politica di potenza e di alleanza in favore di una politica diversa (…). Bisogna porre fine al doppio standard che permette agli Stati potenti e ai loro alleati di sfuggire alle critiche. È ora di prendere tutto questo molto più sul serio», ha detto Salil Shetty.

L’auspicio di Amnesty International è realistico?

All’epoca, la Svizzera aveva ripreso l’argomento di una commissione dei diritti umani discreditata a causa della sua politicizzazione, per giustificare il suo forte impegno nella creazione del CDU. Come rammenta Adrien-Claude Zoller, questo argomento è stato dapprima avanzato da regimi dittatoriali e autoritari. «La fronda contro la Commissione dei diritti umani si è intensificata dopo una campagna americana contro Cuba e dopo le prime risoluzioni nei confronti della Cina».

Selezionare meglio i membri del CDU

Questa denuncia di una Commissione politicizzata era quindi anch’essa estremamente… politica. Si trattava inoltre di frenare lo sviluppo di un organo troppo minaccioso per alcuni Stati che non rispettavano i diritti fondamentali.

Questa volontà degli Stati ostili al rafforzamento dei diritti umani, non si è esaurita. Il miracolo dipende quindi dai progressi, seppur modesti, resi possibili dal CDU. I negoziati per la sua creazione non hanno portato a un regresso nella difesa dei diritti umani in seno alle Nazioni Unite.

Ma la sessantina di Stati chiusi di fronte ai progressi dei diritti fondamentali continuano a fare dell’ostruzionismo quando diventano membri del CDU. «È il doppio standard visibile in seno al Consiglio giova maggiormente a paesi quali la Cina che agli Stati Uniti, solitamente tenuti responsabili di questa politica dei “due pesi, due misure”», sottolinea Adrien-Claude Zoller.

Per uscire da questa impasse, Salil Shetty propone un sistema di elezione dei membri del CDU più rigoroso. «La pressione per avere elezioni meno scontate è essenziale [con più candidati che posti, come prevede il regolamento, ndr]. I candidati devono assumersi degli impegni elettorali e difendere la loro candidatura nelle audizioni. L’Assemblea generale deve utilizzare il suo potere di sospendere i membri del Consiglio che hanno commesso violazioni flagranti e sistematiche dei diritti umani».

Le priorità della Svizzera al CDU

La Svizzera è di nuovo membro del Consiglio dei diritti umani (CDU) per il periodo 2016-2018 (lo era già stata nel 2006-2009 e nel 2010-2013). Per il 2016, il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) annuncia le seguenti priorità:

- Partecipazione a una tavola rotonda per celebrare il decimo anniversario del CDU, il 13 giugno 2016, con il sostegno dei paesi che hanno fornito i primi dieci presidenti del Consiglio.

- Proseguimento dell’iniziativa svizzera per la protezione dei diritti umani nel contesto di manifestazioni pacifiche, con l’elaborazione di una nuova risoluzione.

- Risoluzione “Diritti umani e ambiente”: la Svizzera fa parte del gruppo di base che ha lanciato il mandato del Relatore speciale sugli obblighi in materia di diritti legati a un ambiente pulito, sano e sostenibile.

- Risoluzione “L’educazione ai diritti umani e formazione”: la Svizzera fa parte del gruppo di base di questa risoluzione.

L’attività della diplomazia svizzera in seno al CDU ha come quadro una strategia “diritti umani” definita dal DFAE fino al 2019.


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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