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28 luglio 2010 - 09:48
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Storia della fotografia del subcontinente indiano

Operai in una fabbrica di iuta a Titagarh, Calcutta.
Didascalia: Operai in una fabbrica di iuta a Titagarh, Calcutta. (Raghu Rai)

Il Fotomuseum di Winterthur dedica un'ampia esposizione ai 150 anni della fotografia in India, Pakistan e Bangladesh. Oltre 400 immagini raccontano lo sviluppo della fotografia nel subcontinente indiano e riflettono sulle moltitudini di mondi che compongono i 3 stati.


Raramente il Fotomuseum delude il suo pubblico e con l’attuale esposizione alza ancora la mira offrendo un’occasione rara e da non perdere, perché per una volta la storia della fotografia esce dai confini europei e americani e si arricchisce di una voce nuova.

Proponendo un punto di vista tutto locale, la mostra “Dove tre sogni si incrociano - 150 anni di fotografia da India, Pakistan e Bangladesh” permette di seguire passo a passo l’evoluzione della fotografia nel subcontinente indiano: dalle prime foto-ritratto ritoccate a mano della seconda metà dell’800, ai reportage giornalistici del secolo scorso, fino alle ricerche e alle sperimentazioni della fotografia contemporanea.


Il ritratto, il genere degli esordi

Suddivisa in 5 sezioni tematiche - il ritratto, la performance, la famiglia, la strada e il corpo politico - l’esposizione prende le mosse dal momento cruciale in cui l’uso della macchina fotografica non è più prerogativa dei soli fotografi coloniali.

Quando nel 1850 appaiono le prime foto in India la popolazione rimane affascinata dal nuovo metodo di riproduzione della realtà. Ma se i colonizzatori europei preferivano realizzare vedute da mandare in patria, i nativi erano più interessati a riprodurre immagini di se stessi.

Non è perciò un caso che l’esposizione si apra proprio con la sezione dedicata al ritratto, un genere che ha avuto e ha tutt’ora un ruolo centrale nella fotografia di tutti e tre i paesi e che, come dimostrano molte delle immagini presenti in mostra, rimanda all’antica tradizione della miniatura indiana.

Ritoccate a mano con colori sgargianti e dall’effetto per noi un po' kitsch, le prime fotografie risentono ancora tantissimo dell’influenza di questo genere pittorico. Ciò non risponde soltanto al gusto ma anche al fatto che - come svela la mostra - è proprio negli atelier di pittura che la fotografia indiana trova i suoi primi adepti.

La sfida mossa dalla fotografia alla tradizione pittorica del ritratto costrinse infatti molti artisti ad imparare ad usare la macchina fotografica per non essere costretti a perdere del tutto la loro clientela.


Tre stati, una moltitudine di anime

Al di là di questa particolarità tutta indiana e di alcune rivelazioni più tecniche - come ad esempio una certa predilezione per il reportage - l’apporto più consistente e interessante che emerge dalle immagini raccolte in questa esposizione è l’autoriflessione sulla storia culturale e politica, sui rituali familiari, sociali e tradizionali e più in generale sui molteplici mondi che compongono India, Pakistan e Bangladesh.

La rassegna non punta a fornire una lettura peculiare della storia dei singoli stati ma ne mescola gli eventi e le atmosfere di vivacità e drammaticità, di entusiasmo e rassegnazione, di povertà e ricchezza, di pace e conflitto, immortalando le funzioni teatrali della vita quotidiana dentro e fuori la famiglia, ma puntando il fuoco anche sulle gerarchie che strutturano la società, oltre che sul groviglio di gente, traffico e colori che attraversano il continente sud asiatico.


" La storia della fotografia nell’Asia del sud deve ancora essere scritta. "
Sunil Gupta, curatore

Il punto di vista locale

Ricchissime di soggetti e di forme espressive, le immagini presentate non mostrano nuovi modi di fotografare. “Non credo ci sia una differenza tra la fotografia occidentale e quella del subcontinente indiano” dice a swissinfo.ch Sunil Gupta, uno dei curatori indiani. “La differenza è nei fotografi, nelle persone che scattano le immagini, non nelle immagini. Perché credo che la storia dell’arte abbia un carattere globale e il confronto per tutti sia con essa.”

Quindi è lo sguardo dei fotografi locali a rendere speciale questa rassegna. Uno sguardo che documenta, denuncia, si sorprende ma che rimanda una calma, una pacatezza, un affetto e anche uno humor che solo un occhio che ha familiarità con i suoi soggetti è in grado di trasmettere. I veri protagonisti sono dunque loro, i fotografi che hanno vissuto e lavorato in loco, spesso sconosciuti ai più e che, in mancanza di una storia della fotografia consolidata, in molti casi sono stati contattati personalmente dai curatori.

“La storia della fotografia nell’Asia del sud deve ancora essere scritta”, sottolinea Gupta. “ La fotografia come disciplina accademica nel subcontinente si trova ancora in una fase infantile e chi ha studiato fotografia ha dovuto farlo all’estero.”


I reportage

Molte delle foto storiche sono anonime, mentre è noto il nome dei fotografi indiani che hanno documentato i fatti di cronaca legati all’indipendenza dell’India. Tra i tanti Kulwant Roy (1914-1984) che ha aperto la strada al fotogiornalismo ed è divenuto famoso per i suoi reportage a fianco di Gandhi sui vagoni di terza classe; o Homai Vyarawalla (1913) che fu non solo la prima, ma anche la sola fotogiornalista dell’intero periodo in cui questo mestiere era considerato un lavoro esclusivamente maschile.

Altrettanto significative e cariche di umanità sono le foto di Sunil Janah (1918) che mostrano non solo il durissimo periodo di transizione che porta alla nascita del Pakistan ma anche i diversi volti delle tradizioni classiche indiane, o ancora quelle di Raghu Ray (1942) testimone di alcuni degli eventi più significativi della storia recente dell’India.


Influenze e nuove voci

Gli influssi dei fotografi stranieri su questi lavori sono evidenti, a cominciare da coloro che durante la colonizzazione inglese hanno introdotto e diffuso la fotografia fino a quelli successivi, arrivati in india nel XX secolo.

“Margaret Bourke-White della rivista Life viaggiò in tutto il paese insieme a un fotografo indiano e più tardi venne anche Henri Cartier-Bresson”, ricorda Gupta. “I loro lavori hanno influenzato fortemente il fotogiornalismo locale, ma ora sta emergendo una nuova generazione e si avverte il ritorno a una fotografia più riflessiva e meditata.”

Anche se i media locali riservano ancora ampio spazio al fotogiornalismo, comincia ad affiorare un genere meno documentario come ad esempio quello dell’indiana Dayanita Singh (1961) che a partire dagli anni '90 ha sviluppato una fotografia estetica e contemplativa che cerca di creare un ponte tra il mondo del sentimento, del sogno, della fantasia e quello della realtà.

Paola Beltrame, swissinfo.ch, Winterthur



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