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Il FIFF festeggia 30 anni


«La diversità cinematografica, un’arma contro l’intolleranza»


Di Stefania Summermatter, Friburgo


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Il festival del film di Friburgo festeggia 30 anni. Da appuntamento “altermondialista”, ha saputo trasformarsi in un incontro per cinefili, pur mantenendo una forte identità sociale. E questo grazie anche al lavoro di Thierry Jobin, ex giornalista ed attuale direttore artistico. Intervista.  

Apertura in grande stile, per la 30esima edizione FIFF: la proizione del capolavoro di Chaplin "Il monello" ("The Kid") è stata accompagnata dall'Orchestra da camera friburghese.  ( Nicolas Brodard/FIFF )

Apertura in grande stile, per la 30esima edizione FIFF: la proizione del capolavoro di Chaplin "Il monello" ("The Kid") è stata accompagnata dall'Orchestra da camera friburghese. 

( Nicolas Brodard/FIFF )

swissinfo.ch: Cinque anni fa ha ripreso le redini del Festival di Friburgo con l’obiettivo di cambiarne l’immagine, ancora legata a quella di un appuntamento altermondialista, una settimana della “buona coscienza”, secondo le sue stesse parole. Qual è oggi l’identità del festival?

Thierry Jobin: C’è un aspetto fondamentale del FIFF che non è cambiato in questi anni: la volontà di promuovere la diversità dell’offerta cinematografica. Poiché questa è sempre più limitata, a causa di una non-reazione di fronte al monopolio americano. Non è normale che quando “Guerre stellari” e “James Bond” escono nella sale poco prima di Natale, come è successo lo scorso anno, tre quarti dei cinema svizzeri sono occupati da questi film. Non far nulla, significa spalancare la porta all’ignoranza nei confronti di altre culture. E l’ignoranza porta alla paura e la paura all’intolleranza. Il festival di Friburgo ha dunque una responsabilità, che non è forzatamente altermondialista. D’altronde sono convinto che questo dovrebbe essere il ruolo di tutti i festival, anche perché in parte sono finanziati con soldi pubblici. Questo aspetto dell’identità del FIFF è dunque rimasto intatto.

D’altra parte, non possono proiettare 120 film scelti unicamente in base al contenuto, anche se veicolano un messaggio importante come la lotta contro l’escissione o i matrimoni forzati. Un film deve essere ben fatto e “necessario”: è questo il mio credo. Questa via più cinefila è stata promossa dal mio predecessore, Edouard Waintrop, e ha segnato un punto di rottura rispetto ai venti anni precedenti.

swissinfo.ch: Oggi il FIFF non mostra più solo dei film del “Sud”, ma anche opere a noi più vicine. Per quale ragione?

T.J.: La situazione è cambiata in modo piuttosto drammatico. Oggi riuscire a vedere un film spagnolo, tedesco o inglese nelle sale svizzere – a parte qualche grande nome come Almodovar, Mike Lee o Wim Wenders – è diventato altrettanto difficile che vedere dei film del Sud vent’anni fa. Il FIFF ha senza dubbio mantenuto un occhio puntato sull’Africa, l’Asia e l’America latina, ma oggi ha la responsabilità di mostrare anche la diversità cinematografica europea.

swissinfo.ch: Pochi film selezionati dal FIFF escono poi nelle sale cinematografiche. Non è un po’ problematico?

T.J.: Al contrario! Sarebbe molto più facile presentarmi da un distributore, chiedergli la lista dei film che usciranno in Svizzera e mettermi d’accordo per mostrarli in prima visione a Friburgo. È ciò che accade d’altronde in altri festival elvetici. Il FIFF, però, deve continuare a mostrare delle opere che spesso non trovano sbocchi nelle sale.

swissinfo.ch: D’accordo, ma i festival potrebbero servire da trampolino affinché questi film escano nelle sale e siano così accessibili a un pubblico più ampio.

T.J.: Certo… Salvo che i distributori vi risponderanno che se si mettono questi film nel circuito normale, ossia nelle sale al di fuori dei festival, nessuno va a vederli.

swissinfo.ch: Perché?

T.J.: Credo che sia questione di pletora d’informazione. In passato era difficile aver accesso a certi film. Bisognava aspettare che una cineteca li mostrasse oppure che uscissero in DVD. Oggi i film si trovano su internet in tre minuti.

Il pubblico è però spesso disarmato di fronte all’immensità dell’offerta. Ha bisogno che qualcuno gli spiani la strada e faccia una selezione per lui. Il festival serve anche a questo.

Da quando ho ripreso il FIFF nel 2012, sono riuscito a convincere solo tre o quattro volte un distributore a riprendere uno dei film che avevo selezionato. Perché non rendono! Prendiamo un film che ha vinto il Premio del pubblico e ha fatto 1200 entrate al festival. In un mercato piccolo come quello svizzero, il margine che resta ai distributori è davvero ridotto. Già non sono molte le persone che vanno a vedere questo tipo di cinema, se poi ci sono già 1200 persone in meno… è un film morto in partenza.

In causa vi è anche il fatto che in questo paese non esiste un sostegno alla diversità cinematografica. Ed è così anche altrove, perché finora non è stata trovata la formula giusta.

Continuo a pensare che quando Nicolas Bideau era responsabile della sezione cinema, aveva avuto una buona idea: l’introduzione di un sistema di “chi inquina paga”. Se uno studio arriva con 80 copie di James Bond, a partire dalla ventesima deve pagare una tassa per sostenere la distribuzione di film meno conosciuti. Questa idea è però rimasta lettera morta.

swissinfo.ch: Per questa 30esima edizione ha scelto di mettere la donna al centro della programmazione. Ha ancora senso discutere del ruolo delle donne del cinema?  

T.J.: Assolutamente. Ci sono stati dei progressi, ma la battaglia non è vinta. Preparando questo festival, ci siamo ritrovati in una situazione un po’ bizzarra, con delle donne che ci hanno rimproverati ed altre che hanno trovato l’idea fantastica. Bisogna già lottare contro un maschilismo evidente e inoltre le donne non sono d’accordo tra di loro!

Quando nel 2010 Kathryn Bigelow ha ricevuto l’Oscar come miglior regista (“The Hurt Locker”) – ed è l’unica donna finora – ci sono state molte femministe americane che hanno detto: ‘non è una donna ad aver finto, perché è un film di guerra’. Già a questo livello c’è un problema.

Inoltre, c’è chi pensa che la Palma d’Oro a Cannes per Jane Campion nel 1993 (“The Piano”) sia sufficiente… ma premi analoghi dovrebbero esserci sempre.

Forse dovremmo passare attraverso un sistema di quote, come in Canada, dove il nuovo premier Justin Trudeau ha deciso che i finanziamenti al cinema saranno distribuiti in modo paritario: 50% alle donne e 50% agli uomini.

Dunque, sì, è ancora necessario parlare del ruolo delle donne nel cinema, come d’altronde è necessario parlare del ruolo delle donne nella società.

In passato il festival di Friburgo si sarebbe limitato a discutere di questo tema attraverso uno sguardo su paesi lontani; oggi invece cerca di mostrare al pubblico che anche in Europa e in Svizzera la situazione è terribile!

swissinfo.ch: Qual è la situazione delle donne nel cinema svizzero?

T.J.: È la stessa che in altri paesi. C’è un piccolo inganno nelle statistiche: si dice che le registe rappresentano il 30%, ma in realtà si contano anche le sceneggiatrici. Inoltre le donne ricevono meno soldi da parte della Confederazione per i loro film. In parte ciò può essere legato al tipo di film, visto che i maschi restano bambini più a lungo e a volte fanno dei film pieni di effetti speciali, quasi fossero dei giocattoli. Ma personalmente non credo che sia l’unica ragione. Questa disparità si ritrova anche a livello internazionale e una delle spiegazioni è che i film delle donne rendono meno. Ci sono ancora così tanti pregiudizi da abbattere!

Contattate l'autrice via Twitter @stesummi

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