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Kunsthaus di Zurigo


Pipilotti Rist, la geniale videoartista svizzera incanta la sua città d’adozione


Di Ariane Gigon, Zurigo


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Pipilotti Rist, Die Geduld (La pazienza), 2016 - installazione video al Kunsthaus di Zurigo. ( Lena Huber, Courtesy the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine)

Pipilotti Rist, Die Geduld (La pazienza), 2016 - installazione video al Kunsthaus di Zurigo.

( Lena Huber, Courtesy the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine)

Diciassette anni dopo la sua ultima grande esposizione a Zurigo, Pipilotti Rist prende possesso del Kunsthaus, che trasforma con le sue messinscena colorate e melanconiche, culminanti in un abbagliante finale in omaggio ai pixel.

Vegetali che volteggiano in nuvole di colore, figure che nuotano al rallentatore, cianfrusaglie, libri e video proiettati sui supporti più improbabili: i conoscitori ritroveranno da venerdì l’atmosfera incantata ed enigmatica, gioiosa e nello stesso tempo melanconica, tipica di Pipilotti Rist.

L’esposizione

La mostra di Pipilotti Rist a Zurigo, che si apre il 26 febbraio e si concluderà l’8 maggio 2016, è intitolata «La tua saliva è la mia muta nell’oceano del dolore».

«Questa frase è tratta da una canzone in inglese scritta tanto tempo fa con Anders Guggisberg, spiega la commissaria dell’esposizione Mirjam Varadini. Fa riferimento a molti elementi essenziali dell’opera di Pipilotti Rist – la saliva, il sangue, i fluidi in generale – e tematizza tutto ciò che viene dall’interno e scorre verso l’esterno, compreso il sangue».

Come nel film «Pepperminta» (2009), Pipilotti Rist non ha mai smesso di rimettere in discussione diversi tabù, in particolare quelli collegati al sangue femminile.

Anche il catalogo dell’esposizione è particolare: si presenta sotto forma di un glossario con una settantina di termini, dalla lettera A per «Angst» (paura) a Z, per «Zerstörung» («distruzione»). L’artista ha invitato amici, scrittori, ricercatori e anche bambini a scrivere un testo.

Per il ritorno dell’artista in un museo della sua città d’adozione – dopo la Kunsthalle nel 1999 – il pubblico ha l’occasione di scoprire le mille sfaccettature dell’artista sangallese.

La gioia e il buonumore naturale dei giochi da bambini non impediscono a colei che per il suo nome d’arte si è ispirata a Pippi Calzelunghe di esprimere domande complesse. La nostalgia affianca le tecnologie più sofisticate. L’artista affronta temi come la sensualità e il corpo, le paure, i sogni, i ricordi personali, il ruolo delle donne o lo stato del mondo.

Con Thomas Hirschhorn, Fischli/Weiss, Christian Marclay, Roman Signer o Ugo Rondinone, per citarne alcuni, Pipilotti Rist è una delle artiste contemporanee svizzere più famose al mondo. Contrariamente a molti suoi colleghi, la videoartista rappresentata dalla Galleria Hauser e Wirth si espone, si mette in scena, si deforma, filmandosi da ogni angolo. Musicista, cantante, attrice e poeta: la sangallese combina i media e gli sguardi.

Esposizione-appartamento

Al Kunsthaus, in uno spazio di 1'400 metri quadrati senza pilastri né architettura fissa, i visitatori penetrano in un gigantesco loft, con salotto, ufficio, sala da pranzo e balcone-giardino. La luce è tenue, poiché dappertutto dei brevi video sono proiettati su ogni tipo di schermo.

I visitatori ricevono un piano e una piccola torcia elettrica per spostarsi. Qui e là possono sedersi, sdraiarsi, aprire dei libri e meditare. In certi punti, le immagini dei video li avvolgono completamente.

Poiché Pipilotti Rist è piuttosto avara in materia di interviste, a far da guida durante la visita è la commissaria dell’esposizione Mirjam Varadinis. Anche se sono presentati tutti i periodi creativi dell’artista, partendo dagli anni 1980 e dai «single-channel videos» (il più celebre è «I’m Not The Girl Who Misses Much»), non si tratta di una retrospettiva nel senso classico.

«A Zurigo, un’intera generazione non ha mai visto le opere di Pipilotti Rist, spiega Mirjam Varadinis. Per questo abbiamo optato per un mix di tutte le epoche che, come nell’insieme del lavoro di Pipilotti, interrogano le nostre diverse forme di percezione».

Sperimentazioni

Delle tende trasparenti rappresentano l’entrata. È l’opera «Administrating Eternity» («Gestire l’eternità», 2011). I visitatori proiettano delle ombre e diventano parte integrante dell’installazione. Una volta superata l’entrata, il «loft» appare in tutta la sua grandezza, con piccole storie raccontate in ogni oggetto, una «capsula spaziale» che ricrea una camera di una volta, un tavolo da trucco e, in fondo, un grande letto.

«Pipilotti Rist fa esplodere il quadro classico della proiezione, rileva Mirjam Varadinis, che ha lavorato per più di un anno con l’artista per preparare l’esposizione. Spesso è difficile capire da dove viene l’immagine. L’obiettivo è di permettere a chi guarda di sperimentare come cambia la percezione a seconda della posizione che occupa».

Pipilotti Rist è anche un’artista impegnata e ha aderito a numerosi appelli politici lanciati dalle cerchie culturali, in particolare contro iniziative promosse dalla destra conservatrice. Non sorprende perciò di trovarne traccia nei libri esposti. «The Face of human rights», un libro di fotografie, affianca cataloghi dedicati ad altri artisti, ai quali Pipilotti Rist rende omaggio.

Sul lato opposto della sala da pranzo è installata una specie di «studio sulla storia della videoarte», spiega Mirjam Varadinis: dai primi computer «Mac», che Pipilotti Rist modificava per ottenere nuove inquadrature, incollando ad esempio uno specchio sul lato dello schermo, agli ultimi apparecchi elettronici, è tutta l’evoluzione dell’artista che emerge dalla mostra.

Frontiere imprecise

Pipilotti Rist fa vivere gli spazi che occupa, rimettendo in discussione anche il legame tra spazio privato e pubblico. Ha così chiesto agli impiegati del museo di conservare gli imballaggi trasparenti del cibo che consumano, di pulirli e di riporli in cantina. Il tutto va a formare una delle sue «collezioni innocenti» che in un secondo tempo trasforma.

Una «foresta di pixel» («Pixelwald»), la sua creazione più recente, apre l’ultima parte dell’esposizione. Dietro a lunghe ghirlande di cristallo che cambiano colore sono proiettati tre video in grande formato. Da un lato «Sip My Ocean», con la celebre canzone di Chris Isaak «Wicked Games», che si alterna con «Ever is Over All» e, dall’altra, «Worry will Vanish Horizon».

Foresta di Pixel ( Lena Huber, Courtesy the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine)

Foresta di Pixel

( Lena Huber, Courtesy the artist, Hauser & Wirth and Luhring Augustine)

«Questi cristalli vanno visti come i pixel di uno schermo gigante esploso nello spazio», spiega Mirjam Varadinis. In un mondo in cui ogni minima immagine digitale conta milioni di pixel, vi si può vedere anche un omaggio alla «risoluzione di cattiva qualità», poiché vi sono in tutto circa 3'000 pixel.

L’esposizione nel suo insieme è in fin dei conti un’opera d’arte o una coreografia, a seconda dei gusti. Si esce dalla visita allegri, malgrado i tocchi di malinconia sparsi qua e là. La colorata leggerezza caratteristica del marchio Pipilotti Rist può essere ammirata anche all’esterno. Dei video sono infatti proiettati su parti della facciata, mentre grandi bolle di sapone svolazzano nel giardino interno. 


Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch

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