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Teatro


Milo Rau, con audacia alla ricerca della verità


Di Ghania Adamo


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Lo spettacolo di Milo Rau si basa su dei racconti di vita. (Marc Stephan/IIPM)

Lo spettacolo di Milo Rau si basa su dei racconti di vita.

(Marc Stephan/IIPM)

Non è un reporter di guerra, ma non esita a recarsi nelle zone di conflitto. In “Empire”, la sua ultima creazione, il regista teatrale bernese Milo Rau affronta la questione della guerra, chiedendosi «se l’esilio sia una fatalità».

International Institute of Political Murder (Istituto Internazionale di Omicidio Politico). Con un nome del genere, che sembra quello di un’agenzia della CIA, non si rischia di passare inosservati. È il nome che Milo Rau, 39 anni, ha dato alla sua casa di produzione fondata nel 2007 tra la Svizzera e la Germania. «All’inizio volevo creare assieme a ricercatori internazionali un istituto incentrato sugli attentati. L’ho fatto, ma senza i ricercatori», confida con umorismo Milo Rau.

Gli “omicidi” del regista teatrale bernese destano molto scalpore quando vengono rappresentati sul palcoscenico. In un batter d’occhio, Milo Rau erige un tribunale e subito dopo, ecco gli accusati e la giuria. Il suo spettacolo teatrale “I processi di Mosca”, che ripercorre la storia del processo di tre membri del celebre gruppo punk russo Pussy Riot, ha fatto scorrere parecchio inchiostro nel 2013, dopo che la polizia era intervenuta interrompendo lo spettacolo presentato all’epoca nella capitale russa.

Ricerca della verità

Questo incidente non lo ha tuttavia dissuaso. Sul palcoscenico, Milo Rau, da buon investigatore, si permette ogni tipo di audacia. Interroga la Storia, con una ricerca forsennata della verità. Succede così che il regista strapazza l’ex dittatore rumeno in “Gli ultimi giorni dei Ceausescu” e i responsabili del genocidio ruandese in “Hate Radio” (Radio odio), un’emittente diabolica e razzista realmente esistita a Kigali negli anni 1990, che attizzava l’odio tra Tutsi e Hutu.

L’Africa, dove Milo Rau si è recato a più riprese per condurre le sue ricerche e presentare i suoi spettacoli, è in primo piano anche in “Il tribunale sul Congo”. Nel 2015 a Bukavu, questa rappresentazione ha riunito 60 testimoni ed esperti di una guerra civile che da oltre 20 anni ha sprofondato l’est del Congo in un inferno.

Un altro inferno è quello che brucia in “Empire” (Impero), la nuova creazione del regista bernese e ultimo capito della sua trilogia europea iniziata nel 2014 con “The Civil Wars” (Guerre civili) e proseguita nel 2015 con “The Dark Ages” (Le epoche buie). Denominatore comune di questa trilogia: gli attori sono tutti testimoni della loro vita.

Nel primo capitolo della serie si scopre la storia di un giovane belga partito per partecipare alla jihad in Siria e quella del padre che tenta di rimpatriarlo. Nel secondo, il regista affronta il problema dello smembramento dell’ex Jugoslavia.

«Nell’ultimo mi pongo invece questa domanda, spiega Milo Rau: l’esilio è un destino tragico, una fatalità a cui non ci si può sottrarre?». La sua risposta è prudente. «Nell’essere umano c’è sempre una possibilità di imparare, di progredire e di trarre beneficio anche dalle situazioni più drammatiche. Il ruolo dell’artista consiste nell’evocare tutto questo».

Siria, Grecia, Romania

Milo Rau è stato quest’estate a Erbil, nel Kurdistan iracheno, e a Qamichli, nel nord-est della Sira, poco distante dalla regione terrorizzata dal sedicente Stato islamico. «Sono stato accompagnato da uno dei miei attori, Ramo Ali, un siriano curdo fuggito dalla Siria nel 2011, racconta Milo Rau. Da allora vive in Germania, dove si esibisce su vari palcoscenici. Viaggiare con lui mi ha permesso di vedere con i miei occhi la realtà di un paese poco conosciuto da molti dei nostri giornalisti, che non vi hanno mai messo piede. A interessarmi non è la traversata del Mediterraneo da parte dei rifugiati, di cui la stampa parla pateticamente di frequente, ma il percorso della riflessione di un esiliato che può al contempo amare e ripudiare le proprie origini».

Questa dialettica è al centro del suo spettacolo “Empire”, che riunisce quattro racconti di vita, narrati da quattro attori/testimoni: il già citato Ramo Ali, Rami Khalaf, anch’egli siriano, Akillas Karazissis, un greco fuggito dalla dittatura dei colonnelli negli anni Settanta, e Maia Morgenstern, un’ebrea rumena la cui famiglia fu cacciata dalla Bielorussia. Un mosaico dunque di esistenze e di memorie.

Come Frisch e Dürrenmatt

«Desidero mostrare come questo “Empire”, che è l’Europa, pone gli esiliati di fronte alla sua realtà economica e sociale», spiega Milo Rau, che nel suo percorso impegnato fa pensare a due giganti del teatro svizzero: Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt. L’unica differenza è che questi ultimi usavano delle allegorie per parlare delle ingiustizie o delle derive politiche e sociali. Milo Rau, invece, ha un linguaggio più diretto.

Nel suo approccio non c’è dunque una piccola componente suicidaria? La sua risposta arriva con una risata. «Diciamo che cerco un po’ il suicidio politico, sociale e… fisico. Per ciò che mi concerne, so comunque proteggermi. Nei paesi a rischio, e Dio sa quanti ne ho visti, mi circondo di gente del posto, capace di illuminarmi nel mio lavoro e di individuare i pericoli. Ma ok, lei mi dirà che nessuno è al riparo da una bomba che esplode senza gridare “attenzione!”».


Traduzione dal francese di Luigi Jorio

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