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Dopo il Brexit


Londra guarda con interesse al modello svizzero




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Un David Cameron visibilmente a disagio a Bruxelles per il primo incontro post-Brexit. (Keystone)

Un David Cameron visibilmente a disagio a Bruxelles per il primo incontro post-Brexit.

(Keystone)

La Gran Bretagna post-Brexit potrebbe optare per una soluzione ‘svizzera’, piuttosto che norvegese, per curare le sue relazioni con Bruxelles. Il modello elvetico offrirebbe maggiore flessibilità, ma è disseminato d’ostacoli, avverte un esperto dell’UE.

Dopo lo storico referendum di giovedì scorso, che ha sancito l’uscita dall’UE della Gran Bretagna, tutti si chiedono cosa accadrà ora. Come farà Londra ad uscire dal caos politico ed economico venutosi a creare? Come negozierà il divorzio da Bruxelles e quali legami a lungo termine tesserà coi 27?

Martedì, il premier britannico David Cameron ha affermato a Bruxelles che la Gran Bretagna dovrà cercare di «avere il rapporto più stretto possibile» coi partner europei.

Cenni Najy, un ricercatore del think tank svizzero Foraus (Forum di politica estera), ritiene che un modello simile a quello della Svizzera – che non è membro dell’UE ma ha legami molto stretti con Bruxelles – sia quello più probabile.

«Alcuni responsabili britannici hanno mostrato interessi per la via bilaterale, poiché credono che sia più flessibile. Grazie ad essa si possono difendere meglio i propri interessi», indica a swissinfo.ch. «La soluzione che preconizzano assomiglia a quella elvetica, seppur con alcune differenze. Non vi sarebbe ad esempio Schengen [libera circolazione delle persone], di cui la Svizzera fa parte».

Una strada molto in salita

Najy mette però in guardia: se Londra vorrà seguire il modello svizzero, la strada è tutta in salita. Ed è una salita molto ripida. In un recente studio intitolato «Piano B dopo la Brexit», il Foraus giunge alla conclusione che, contrariamente a un’opinione diffusa, negoziare gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’UE è stato «un processo lento e disseminato di ostacoli», per il quale ci sono voluti più di dieci anni dall’inizio delle trattative alla ratifica.

Inoltre, molti punti che sono stati negoziati, tra cui la libera circolazione delle persone, sono stati inclusi contro la volontà della Confederazione.

I fautori dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE, tra cui l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, possibile successore del primo ministro David Cameron, hanno suggerito che Londra potrebbe mantenere l’accesso al mercato unico europeo, frenando però l’immigrazione. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha già sottolineato che la Gran Bretagna non può aspettarsi di avere gli stessi privilegi che aveva prima senza dover rispettare anche gli obblighi.

«I britannici diranno che non vogliono la libera circolazione, ma dovranno fare marcia indietro. Sarà un mercanteggiamento. È quanto successo con la Svizzera negli anni 1990. Abbiamo iniziato a negoziare su 18 questioni. La Commissione europea ne ha ritenute sei e ha aggiunto la libera circolazione», spiega Najy.

Spazio economico europeo?

Diversi sostenitori della Brexit, come il ministro della sanità Jeremy Hunt, sembrano invece preferire il modello norvegese, che permetterebbe un pieno accesso al mercato unico con «un compromesso ragionevole sulla libera circolazione».

Membro dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) e dello Spazio economico europeo (SEE), la Norvegia ha un accordo che le dà accesso al mercato unico. Nello stesso tempo accetta la libera circolazione delle persone e paga un contributo pro capite più alto per il budget dell’UE rispetto alla Gran Bretagna. La Norvegia deve inoltre accettare le regole del mercato unico senza avere voce in capitolo.

«Vi è un problema, poiché il SEE funziona molto bene sia per l’UE che per la Norvegia. Durante l’incontro dell’AELS svoltosi martedì a Berna mi hanno detto di non volere che Londra aderisca al SEE, perché sarebbe un po’ come fare entrare un elefante in una stanza».

Dal canto suo, la Svizzera per regolare i suoi rapporti con Bruxelles ha siglato negli ultimi due decenni oltre 100 accordi con l’UE, che vanno dal commercio alla scienza. Gli accordi bilaterali sono meno cari di un’adesione pura e semplice, ma costano comunque milioni alla Svizzera. Secondo lo studio del Foraus, Berna paga più di 500 milioni di franchi all’anno per poter partecipare a programmi come Horizon 2020 (ricerca) o a Schengen.

Clima negoziale molto più difficile

In quei settori dove ha accesso al mercato unico (non ha un accesso completo), la Svizzera deve adottare le regole dell’UE. Fa inoltre parte di Schengen e accetta quindi la libera circolazione delle persone, anche se l’iniziativa «contro l’immigrazione di massa» accettata dai votanti nel febbraio 2014 dovrebbe cambiare presto la situazione.

«L’apertura [alla libera circolazione] è stata graduale e per dieci anni vi è stata la possibilità di limitarla, attraverso un sistema di contingenti e una clausola di salvaguardia. Questo sistema non è più in vigore, ma era piuttosto interessante. L’UE potrebbe accettare un meccanismo simile per la Gran Bretagna? Forse», afferma Najy.

Tuttavia, anche se la Gran Bretagna puntasse al modello svizzero, il clima negoziale sarà molto più rude. Londra ha infatti voluto il divorzio, mentre quando la Svizzera negoziava vi era la speranza che un giorno entrasse a far parte dell’UE, afferma il ricercatore.

«Sarà complicato, ma non impossibile. I negoziati saranno lunghi e difficili, conclude Cenni Najy. Bisogna però anche tener presente che oggi sono 27 gli Stati che possono dire la loro. Per la Svizzera erano solo 12».

È più facile negoziare con l’UE in qualità di Stato non membro o in qualità di ex Stato membro? Dite la vostra. 


Traduzione di Daniele Mariani, swissinfo.ch

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