Navigazione

Saltare la navigazione

Funzionalità principali

Aziende nelle zone in conflitto: un bene o un male?

Di


Edifici in rovina dopo un raid aereo israeliano ad ovest della città di Gaza nel luglio 2011: le aziende private possono contribuire alla pace in Medio Oriente?

Edifici in rovina dopo un raid aereo israeliano ad ovest della città di Gaza nel luglio 2011: le aziende private possono contribuire alla pace in Medio Oriente?

(AFP)

Le attività delle aziende presenti nelle regioni in conflitto possono peggiorare la situazione e compromettere il lavoro stesso degli imprenditori. Secondo la fondazione Swisspeace, le società devono quindi agire con responsabilità e svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace.

L’auspicio è stato formulato durante una discussione tra personalità internazionali e svizzere dell'economia privata, dell’amministrazione e di organizzazioni non governative tenuta durante la conferenza annuale di Swisspeace a Berna.

Nel corso dell’incontro di metà novembre - dal titolo "Money Makers as Peace Makers?" - è stato sottolineato che, in generale, le zone di conflitto non sono adatte per fare affari. Gli atti di violenza contro collaboratori e infrastrutture, i costi elevati e le lacune nella pianificazione non costituiscono un terreno ideale per gli imprenditori.

Inoltre, le ditte attive nelle zone di conflitto devono tener conto che rischiano di compromettere la loro immagine. Chi lavora nel campo delle materie prime, alimentando con la sua attività tensioni e violenze, è sovente al centro delle critiche.

Aziende sbagliate al posto sbagliato

 

Negli ultimi anni, diversi settori economici hanno elaborato dei codici di buona condotta, rileva Swisspeace, aggiungendo che «questi principi sono ben rispettati» La fondazione invita comunque le aziende svizzere attive in paesi in guerra a svolgere volontariamente «attività economiche responsabili».

 

«In linea di massima - afferma a swissinfo.ch Andreas Missbach dell’ong Dichiarazione di Berna - le aziende attive in regioni in conflitto possono apportare un contributo in favore della pace. Si deve tuttavia essere consapevoli dei limiti: ci sono situazioni in cui non è possibile trarre profitti. In un contesto senza condizioni quadro chiare e sicure, come ad esempio nell’est della Repubblica del Congo, un'azienda non può funzionare».

Ciò non toglie che diverse società decidono comunque di lavorare in zone a rischio. «Per garantirsi maggiore sicurezza collaborano con le milizie e i signori della guerra. Queste società sono ovviamente parte del problema», osserva Missbach.

Succede così che sono le aziende sbagliate ad essere attive in zone ad alta tensione, prosegue Missbach. «Quelle responsabili e che potrebbero fare qualcosa in favore della pace non sono presenti. Troviamo invece le aziende più irresponsabili».

Pecore bianche e nere

 

Parlando delle ditte (Money Makers) che promuovono anche la pace (Peace Makers), l'esperto della Dichiarazione di Berna fa l’esempio del gruppo elettrotecnico ABB, attivo in Sudan. «L'azienda elvetica ha resistito alla tentazione di lasciare il paese, in quella che sarebbe probabilmente stata la soluzione più semplice».

Questa decisione è legata all'attività di ABB nel paese africano: il miglioramento dell'approvvigionamento energetico della popolazione. Nella realizzazione di infrastrutture, sottolinea Missbach, è importante che siano attive ditte responsabili, che lavorano a contatto con la società civile piuttosto che con il regime di Khartoum.

Tutt’altra situazione per la Glencore, multinazionale con sede a Zurigo attiva nelle materie prime, «interessata unicamente alle risorse a buon mercato del Sudan», osserva Missbach. In generale, le compagnie svizzere che sono attive nel campo delle materie prime (oltre a Glencore ci sono anche le ginevrine Trafigura e Gunvor) «sono senza dubbio tra quelle che fomentano i conflitti».

I vantaggi della Svizzera in Medio Oriente

Secondo il palestinese Iyad Joudeh, fondatore e CEO della ditta di consulenza privata Solutions, le aziende elvetiche possono contribuire al processo di pace in Medio Oriente. «Rispetto ad altri paesi la Svizzera è avvantaggiata: è vista positivamente per il suo statuto di paese neutrale, sia dai palestinesi sia da Israele», dice a swissinfo.ch.

In Svizzera vi sono poi prodotti e imprese di qualità. A questo si aggiunge un impegno politico orientato verso lo sviluppo. «Abbiamo uno stretto legame con la Direzione per lo sviluppo e la cooperazione [l’agenzia della Confederazione per la cooperazione internazionale, ndr], attiva nei territori palestinesi».

«Apprezziamo le attività delle aziende svizzere in Palestina», insiste l’economista. «Nestlé è presente in Cisgiordania e suoi prodotti sono venduti anche a Gaza attraverso degli intermediari palestinesi». Più volte, Joudeh si è incontrato con i rappresentanti di Nestlé. «Sono venuti per vedere come potevano sostenere l’economia palestinese».

Economia indipendente soltanto in uno Stato indipendente

Per Iyad Joudeh, un’economia indipendente e sviluppata è possibile soltanto in uno Stato palestinese indipendente. «Innanzitutto deve cessare l’occupazione israeliana. Le aziende straniere saranno così in grado di investire liberamente in Palestina».

Le speranze dei palestinesi sono riposte al momento nelle Nazioni Unite, alle quali è stata presentata una richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese. Per Joudeh «è importante mostrare al mondo che rinunciamo alla violenza e che vogliamo il nostro Stato con metodi pacifici».

«Credo che la soluzione a due Stati sia la migliore, per la nostra regione e per l’intero pianeta. Se però si temporeggia e si lascia che Israele continui a confiscare le terre, la soluzione a due Stati diventa improbabile. Questo lascerà aperta un’unica opzione, che a Israele non piacerà: la soluzione di uno Stato unico».

Swisspeace

Nel 1965, in piena guerra fredda, il consigliere nazionale socialista Max Arnold lanciò un appello in parlamento, affinché la Confederazione adottasse una politica di pace attiva e non fondata unicamente sulla neutralità armata.

Secondo il deputato, «nessun paese più della Svizzera,

patria della neutralità e depositaria delle Convenzioni di Ginevra è indicato per accogliere un istituto di ricerca sulla pace».

La proposta di Arnold raccolse parecchi consensi ma pure numerose critiche da parte degli ambienti conservatori, che ritenevano eccessivi i costi di realizzazione.

I tentativi di concretizzarla rimasero pertanto lettera morta per oltre vent'anni: la Fondazione svizzera per la pace (Swisspeace) fu fondata a Berna nel 1988 da un gruppo eterogeneo di promotori.

A partire dal 1996, Swisspeace - che conta attualmente una quarantina di collaboratori - è

riconosciuta dalla Confederazione ai sensi della legge sulla ricerca: l'associazione riceve dunque un sussidio pari all'8% del suo budget annuale (circa 6 milioni di franchi).

Nel 2001, unitamente a una quarantina di organizzazioni non governative, Swisspeace ha creato il Centro per la promozione della pace, una piattaforma di consulenza e dialogo per gli attori del settore finanziata dal Dipartimento federale degli affari esteri.

Swisspeace è inoltre uno degli otto istituti che costituiscono il

Polo di ricerca nazionale Nord-Sud, sostenuto dal Fondo nazionale per la ricerca scientifica e dalla Direzione per lo sviluppo e la cooperazione.

Fine della finestrella


Traduzione e adattamento di Luigi Jorio, swissinfo.ch


Link

subscription form

Abbonatevi alla nostra newsletter gratuita per ricevere i nostri articoli.

×