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La Svizzera e gli averi dei potentati


«La nostra politica di restituzione non è nata per altruismo»


Di Samuel Jaberg, swissinfo.ch


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L'ex-dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier, deceduto l'anno scorso, aveva nascosto parte della sua fortuna nei forzieri delle banche svizzere. Confiscati dal governo elvetico, questi averi saranno utilizzati per dei programmi di aiuto allo sviluppo. (Keystone)

L'ex-dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier, deceduto l'anno scorso, aveva nascosto parte della sua fortuna nei forzieri delle banche svizzere. Confiscati dal governo elvetico, questi averi saranno utilizzati per dei programmi di aiuto allo sviluppo.

(Keystone)

In questi ultimi vent’anni, la Svizzera ha restituito circa 1,8 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo depredati dai loro dirigenti. Nella maggior parte dei casi, queste restituzioni sono state coronate da successo, afferma Pascale Baeriswyl, responsabile di questo compito altamente strategico per la reputazione della Svizzera e della sua piazza finanziaria. Intervista.

Rappresentanti dei governi stranieri, esperti della Banca mondiale, organizzazioni non governative svizzere: tutti elogiano la prassi istituita questi ultimi anni dalla Confederazione per il blocco e la restituzione di fondi appartenenti a potentati stranieri. Questa politica sarà presto iscritta in una legge, che ha già ottenuto il via libera di principio dalle due Camere del parlamento.

Cronologia: I soldi dei despoti nei forzieri svizzeri

Anche se non tutti i problemi sono risolti, in particolare per quanto concerne l’accettazione di questi fondi o la loro gestione nelle banche svizzere, il dispositivo ha dimostrato la sua efficacia. Ed ha avuto un effetto dissuasivo su tutti coloro che fino a poco tempo fa consideravano ancora la Svizzera un rifugio sicuro per nascondere il denaro acquisito in modo illecito, afferma l’ambasciatrice Pascale Baeriswyl, vicedirettrice della Direzione del diritto internazionale pubblico presso il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE).

swissinfo.ch: La Svizzera è considerata uno dei paesi pionieri in materia di blocco e restituzione degli averi dei potentati. Come si è giunti a questa situazione?

Pascale Baeriswyl: La nostra politica di restituzione non è nata per altruismo. Nel corso degli anni 1980, la Confederazione era accusata di accettare il denaro dei dittatori. Nel 1986, in occasione della caduta di Ferdinand Marcos, la Svizzera è stata confrontata col primo caso importante di «fondi di potentati». Da quel momento, abbiamo capito l’importanza di avere un approccio che prendesse in considerazione sia i nostri valori, sia gli interessi della piazza finanziaria. Il risultato è stato che oggi abbiamo il dispositivo più progressista al mondo in materia di blocco e restituzione dei fondi.

I principali fondi già restituiti dalla Svizzera

  • 2002 Montesinos / Perù 92 milioni USD
  • 2003 Marcos / Filippine 684 milioni USD
  • 2005 Abacha / Nigeria 700 milioni USD
  • 2007 Kazakistan I 115 milioni USD
  • 2008 Salinas / Messico 74 milioni USD
  • 2012 Kazakistan II 48 milioni USD
  • 2012 Angola 43 milioni USD
  • 2015 Duvalier / Haiti (in corso) 5,7 milioni USD

Fonte DFAE

swissinfo.ch: La Svizzera può quindi presentarsi come un modello in questo ambito?

P.B.: Il nostro obiettivo non è di presentarci come il primo della classe, come si è a volte sentito dire. Per contro, siamo convinti che se vogliamo conservare un piazza finanziaria pulita e competitiva, è necessario un dispositivo eccellente. Anche le altre piazze finanziare devono però impegnarsi. Dalla Primavera araba, altri paesi sono diventati molto attivi. Gli Stati Uniti hanno restituito più denaro della Svizzera in questi ultimi anni. Le mentalità evolvono. Guardiamo a quanto sta succedendo alla FIFA, o la campagna anticorruzione portata avanti dalle autorità cinesi: la corruzione è sempre meno tollerata. Gli sforzi intrapresi dalla Svizzera saranno paganti, anche se ci vorrà tempo prima che tutte le piazze finanziarie si conformino.

swissinfo.ch: La Confederazione si vanta di aver potuto rimborsare in questi ultimi vent’anni 1,8 miliardi di dollari di beni dei potentati ai paesi in questione. Questo denaro è veramente ritornato nelle mani delle popolazioni spogliate dai loro dirigenti?

P.B.: Non vi è mai una garanzia totale. Da parte nostra vi è però una volontà politica forte e chiara affinché questi fondi vadano alle popolazioni. I contesti sono a volte difficili e fragili. Per ogni restituzione è necessario un approccio particolare e un’intensa collaborazione con lo Stato partner. Nella maggior parte dei casi, gli esami indipendenti hanno mostrato che queste restituzioni sono state coronate da successo.

swissinfo.ch: Nel 2005, la restituzione di diverse centinaia di milioni di dollari alla Nigeria si era però rivelata un fiasco, rilevano diverse organizzazioni non governative. Secondo la Dichiarazione di Berna, circa la metà dei fondi sono stati stanziati per progetti di sviluppo di dubbia utilità o semplicemente inesistenti. La Svizzera ha tratto un insegnamento da questo fallimento?

P.B.: Il denaro è stato assegnato al budget dello Stato nigeriano per progetti che non erano fittizi. Non vi sono prove che sia stato male utilizzato. Il problema è che non è stato possibile tracciare l’utilizzazione di ogni singolo franco. Il monitoraggio della Banca mondiale è stato infatti effettuato quando i fondi erano già stati utilizzati. La responsabilità incombe al governo nigeriano, che del resto è stato fortemente criticato dalle organizzazioni della società civile. Ci sforziamo di far capire ai nostri partner che la sorveglianza da parte di un’istituzione indipendente è nell’interesse del paese che riceve il denaro e che questa sorveglianza deve avvenire sin dall’inizio della procedura.

swissinfo.ch: La giustizia ginevrina, nel quadro di un accordo stipulato col governo nigeriano, ha recentemente deciso di restituire 380 milioni di dollari sottratti dall’ex dittatore Sani Abacha. Perché il DFAE non è stato coinvolto in questa decisione?

P.B.: È una domanda che va posta alle autorità giudiziarie ginevrine. In maniera generale, bisogna sottolineare che la giustizia ginevrina ha svolto un ruolo di pioniere nella restituzione degli averi illeciti e che collaboriamo bene assieme. Nel caso menzionato, il denaro è ancora bloccato in Svizzera. Il DFAE è stato incaricato di discutere della restituzione di questi fondi con le autorità nigeriane. Il nuovo presidente Muhammadu Buhari non ha ancora formato il suo governo. Aspettiamo di avere dei partner a Abuja per esaminare il modo in cui questi fondi saranno utilizzati. Siamo però fiduciosi. Il presidente Buhari ha in effetti vinto le elezioni facendo della lotta alla corruzione il suo principale cavallo di battaglia.

«Non si tratta di aggirare i governi legittimamente eletti o di imporre loro delle condizioni»

swissinfo.ch: A volte dei governi stranieri criticano la Svizzera poiché si arroga un diritto morale di vincolare la restituzione dei fondi a programmi di sviluppo, allorquando per decenni ha approfittato della gestione di questi averi illeciti. Cosa risponde?

P.B.: Non si tratta di aggirare i governi legittimamente eletti o di imporre loro delle condizioni. Il processo di recupero è lungo e laborioso. Ha successo solo se i due governi lavorano in partenariato. È nel corso di questo processo che deve essere instaurato un dialogo sulle modalità di restituzione. È nell’interesse di ambedue le parti. Gli averi sono stati sottratti alle popolazioni di questi paesi e cerchiamo quindi di coinvolgere anche le organizzazioni della società civile. Devono avere voce in capitolo, in particolare quando hanno contribuito al cambiamento di regime, come è successo per la Primavera araba.

swissinfo.ch: Si sa a quali programmi saranno destinati i circa 6 milioni di franchi confiscati dalla Svizzera all’ex dittatore haitiano Jean-Claude Duvalier?

P.B.: La restituzione avverrà tramite la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC). Abbiamo ad esempio esaminato delle soluzioni nell’ambito dei progetti infrastrutturali o dei diritti umani. A causa della situazione politica precaria nel paese, non abbiamo però potuto finora discuterne con le autorità haitiane.

«la Svizzera è il solo paese che restituirà denaro sottratto illecitamente da Jean-Claude Duvalier.»

swissinfo.ch: È da un quarto di secolo che la popolazione di Haiti aspetta questi soldi. Non ha ragione di cominciare a perdere la pazienza?

P.B.: La nostra responsabilità è di garantire che questi fondi siano utilizzati con cognizione di causa. Ciò rappresenta una grande sfida in un contesto così fragile. Ci sono voluti 25 anni di procedure e l’adozione di una legge specifica per riuscire a confiscare questi fondi. Sarebbe veramente giustificato restituire il denaro troppo rapidamente, rischiando che finisca di nuovo nei giri della corruzione? Ricordo anche che la Svizzera è il solo paese che restituirà denaro sottratto illecitamente da Jean-Claude Duvalier. Anche se le somme non sono così elevate, hanno un grande valore simbolico per la popolazione haitiana.

swissinfo.ch: In fin dei conti non sarebbe più semplice fare in modo che le banche non possano più amministrare questo denaro, al posto di instaurare procedure costose per bloccare e restituire dei fondi?

P.B.: La piazza finanziaria svizzera rappresenta pur sempre tra il 7 e il 10% del prodotto interno lordo ed è importante preservare la sua attrattiva. Le eccellenti prestazioni fornite dalle nostre banche e la stabilità del nostro sistema politico spiegano perché il nostro paese è interessante per le persone politicamente esposte (PPE). Parto dal principio che la maggioranza dei fondi di queste PPE è di origine lecita.

Oltre all’aspetto preventivo della lotta contro il riciclaggio di denaro, il dispositivo sul blocco e la restituzione dei fondi ha anche un effetto dissuasivo. Nel 2014, quando il governo svizzero ha bloccato i fondi del presidente ucraino destituito Viktor Yanucovich, alcuni osservatori si aspettavano di trovare nelle banche svizzere somme ben più importanti dei 70 milioni rinvenuti.

L’esempio del Kazakistan

Tra il 2008 e il 2014, la Svizzera ha restituito l’equivalente di 115 milioni di dollari provenienti da atti di corruzione che avevano coinvolto le più alte sfere del potere kazako. La sfida consisteva nell’assicurarsi che ad approfittare del denaro fosse la popolazione e non il governo, che in sostanza non era cambiato. Questi fondi sono stati gestiti in completa indipendenza nei confronti delle istituzioni ufficiali del Kazakistan. A controllare la procedura è stata la fondazione privata Bota, creata espressamente a questo scopo.

«È un esempio di restituzione virtuosa, afferma il ticinese Pietro Veglio, ex direttore per la Svizzera presso la Banca mondiale e membro della fondazione Bota. I programmi sociali sono stati gestiti in modo molto efficace da due ONG internazionali conosciute e attuati da ONG locali. Più di 200'000 persone hanno potuto beneficiare di questi programmi, come dimostrato da analisi indipendenti».

Anche Mark Herkenrath, direttore di Alliance Sud, l’organizzazione ombrello di sei grandi ONG svizzere, stila un bilancio positivo dell’esperienza kazaka. «È molto importante integrare le organizzazioni della società civile locale nel processo di restituzione. Ne escono rafforzate, in particolare nei confronti del loro governo, poiché è spesso la prima volta che hanno l’occasione di sedersi allo stesso tavolo e di partecipare alle decisioni».

Scandalo Petrobras: dei conti bloccati in Svizzera

Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha bloccato conti bancari del presidente del Congresso dei deputati brasiliano Eduardo Cunha, nel quadro dello scandalo di corruzione che coinvolge il gruppo petrolifero Petrobras. «La procura svizzera ha inviato al Brasile i suoi processi verbali d’inchiesta contro il presidente della camera dei deputati per dei sospetti di riciclaggio di denaro e di corruzione passiva», ha indicato mercoledì sera il ministero pubblico brasiliano.

L’annuncio è stato fatto un mese dopo l’apertura formate di un’inchiesta della procura brasiliana contro Eduardo Cuhna, sospettato di aver incassato delle tangenti da parte di Petrobras. «In Svizzera le indagini sono iniziate nell’aprile 2014 e degli attivi sono stati bloccati», sottolinea il comunicato, senza precisare le somme in gioco. Il marzo scorso, l’MPC aveva annunciato che 400 milioni di dollari erano stati bloccati in Svizzera.

Eduardo Cunha, uno dei principali avversari della presidente Dilma Rousseff, è sospettato di aver ricevuto cinque milioni di dollari da Petrobras, nel quadro di un contratto per la costruzione di cinque navi tra il 2006 e il 2012.

Fonte: AFP


Traduzione di Daniele Mariani

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