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Politica antidroga


«Il consenso proibizionista resiste soltanto sulla carta»


Di Frédéric Burnand, Ginevra


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Ruth Dreifuss ha fatto parte del governo svizzero dal 1993 al 2002. (2014 Getty Images)

Ruth Dreifuss ha fatto parte del governo svizzero dal 1993 al 2002.

(2014 Getty Images)

L’Agenzia delle Nazioni Unite sulle droghe e il crimine (UNODC), spesso considerata molto conservatrice in materia di stupefacenti, ha presentato a Ginevra il suo rapporto annuale sulle droghe. In diversi paesi, il proibizionismo sta lasciando il posto a politiche di salute pubblica e di difesa dei diritti fondamentali, spiega Ruth Dreifuss, ex ministra svizzera della sanità e membro della Commissione mondiale sulla politica delle droghe.

In qualità di ministra della sanità, Ruth Dreifuss ha messo in atto dal 1993 un nuovo approccio in materia di droghe e di dipendenze, che si basa su quattro pilastri: prevenzione, terapia, riduzione dei rischi e repressione. Dopo aver lasciato il governo svizzero, Ruth Dreifuss si è impegnata a livello mondiale per scardinare l’approccio essenzialmente repressivo in materia di droga. Un’azione che oggi porta avanti in seno alla Commissione mondiale sulla politica delle droghe. Ruth Dreifuss ha risposto per iscritto alle domande di swissinfo.ch.

swissinfo.ch: A lungo proibizionista, l’UNODC rispecchia l’evoluzione delle politiche dei suoi Stati membri oppure rimane essenzialmente conservatrice?

Ruth Dreifuss: L’UNODC si è certamente evoluta, ma rimane un organo tecnico che difficilmente può andare oltre le intese concluse nelle convenzioni degli Stati membri. Collaborando con l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Alto commissariato ONU per i rifugiati, l’UNODC svolge comunque un ruolo nella promozione di misure a riduzione dei rischi e del rispetto dei diritti umani.

swissinfo.ch: Le posizioni difese dall’UNODC sono legate a quelle degli Stati membri, che intendono difendere il minimo comune denominatore, oppure sono dovute a una «cultura aziendale» fondamentalmente proibizionista?

R. D.: L’UNODC aiuta gli Stati ad applicare delle convenzioni proibizioniste. Ma numerosi suoi collaboratori si sono fatti un’esperienza sul terreno, ciò che li porta a cercare soluzioni più pragmatiche, efficaci e che non corrispondono più a una rigida ortodossia.

swissinfo.ch: Nel suo ultimo rapporto mondiale sulle droghe, l’UNODC afferma di collocarsi sulla stessa linea tracciata dalla sessione speciale dell’Assemblea generale dell’ONU sulle droghe, che ha avuto luogo in aprile a New York. Quel vertice, a cui lei ha partecipato, ha permesso di fare dei reali passi avanti?

R. D.: Il bilancio della sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è ambivalente. Da una parte, le convenzioni, tutte impregnate del postulato della proibizione, sono state confermate nel loro ruolo di «pietra angolare» del controllo internazionale degli stupefacenti. Dall’altra, è stata affermata l’importanza di una politica di salute pubblica e del rispetto dei diritti umani.

Consumo di droga stabile a livello mondiale

Secondo l’ultimo rapporto ONU sulle droghe, pubblicato il 23 giugno 2016, il numero di consumatori di stupefacenti nel mondo è rimasto stabile nel corso degli ultimi quattro anni, ovvero 250 milioni di persone di età compresa tra i 15 e i 64 anni.

Quasi il 12% di loro (29 milioni di persone) soffre di disturbi legati al consumo di droghe.

La canapa rimane la droga più utilizzata al mondo (183 milioni di persone nel 2014), seguita dalle anfetamine (35,7 milioni).

Circa 33 milioni di persone consumano oppiacei, tra cui eroina, oppio e morfina.

Il consumo di cocaina è stabile dal 2010 (da 14 milioni di persone nel 1998 a 18,8 milioni nel 2014). La tendenza è però al rialzo, in particolare nell’America del sud.

Numerosi consumatori di stupefacenti hanno la tendenza di consumare diversi tipi di droga (politossicomania), solitamente con l’intenzione di migliorare o di contrastare gli effetti di uno dei prodotti assunti.

(Fonte: rapporto mondiale sulle droghe 2016).

Ma sono state soprattutto le prese di posizione di numerosi Stati, che hanno fatto il punto sulle riforme messe in atto o auspicate, ad aver mostrato che l’adesione alle convenzioni non è più assoluta. Il consenso esiste solo sulla carta. Rivendicando un’applicazione flessibile e adattata alle diverse situazioni internazionali, diversi oratori hanno riconosciuto l’inefficacia e pure la disumanità delle politiche tradizionali. Presto o tardi, questi nuovi approcci apriranno la strada a grandi cambiamenti.

swissinfo.ch: Secondo gli osservatori, quella sessione speciale ha messo l’accento sulla prevenzione e il trattamento, invece che sulla repressione. L’approccio repressivo rimane cionostante dominante?

R. D.: Il divieto di produrre, esportare, importare, vendere e consumare rimane la regola. E le risorse consacrate alla repressione superano di parecchio quelle consacrate ai trattamenti, alla riduzione dei rischi e alla prevenzione.

C’è però una presa di coscienza crescente che la repressione comporta conseguenze deleterie, che la dipendenza è una malattia e che l’incarcerazione di masse, le punizioni disproporzionate e la discriminazione sociale violano i diritti umani.

swissinfo.ch: Dal punto di vista geopolitico, dove si situa le linea che separa i paesi che sostengono una linea fondamentalmente repressiva da quelli che invece favoriscono una politica di salute e di prevenzione o, addirittura, che chiedono una depenalizzazione di tutte o di una parte delle droghe illegali?

R. D.: In modo molto sommario, l’Europa e l’America latina chiedono delle riforme. L’Africa, confrontata più di recente con il traffico e con i problemi medici e sociali del consumo locale, potrebbe raggiungere questa posizione. Gli Stati Uniti hanno smesso di essere i detentori di un’interpretazione molto rigida delle convenzioni. Si sono infatti resi conto della grande diversità di posizioni tra gli Stati e del fatto che l’immensa popolazione carceraria causata dalla proibizione li ha posti di fronte a un chiaro fallimento.

Ad opporsi alle riforme sono la Russia, la maggior parte degli Stati musulmani, il Sud-est asiatico, la Cina e il Giappone. Sebbene alcuni paesi abbiano adottato misure di salute pubblica, rimangono repressivi, al punto che un’ampia maggioranza delle condanne a morte e delle esecuzioni in quei paesi puniscono delle infrazioni alle leggi sugli stupefacenti.

swissinfo.ch: A lungo pioniera con la sua politica dei quattro pilastri, la Svizzera rimane all’avanguardia in questo campo?

R. D.: Sebbene le misure di salute pubblica - ampio spettro di trattamenti, locali di consumo, analisi dei prodotti, materiale d’iniezione sterile,… - non siano sufficientemente accessibili a tutti e in ogni angolo del paese, la Svizzera rimane un modello per numerosi paesi.

Ci sono però state poche innovazioni per rispondere ai problemi posti dalle nuove droghe o dalla cocaina. In merito alla discriminazione del consumo e soprattutto alla regolamentazione dei mercati degli stupefacenti, la Svizzera non figura invece tra i pionieri.

swissinfo.ch: La sua diplomazia è attiva in questo ambito?

R. D.: La politica estera della Svizzera ha fatto della salute uno dei suoi grandi temi. La Svizzera accoglie delegazioni straniere interessate all’esperienza elvetica e le ambasciate rispondono alle domande.

Per ciò che riguarda la pena di morte in generale, ma anche nello specifico per atti in relazione alle droghe, la Svizzera si esprime con forza. Fa parte, attivamente, del gruppo di paesi che promuovono delle riforme incentrate sulla salute, sui diritti umani e sullo sviluppo.

La politica proibizionista e repressiva in materia di droghe ha fatto il suo tempo? Dite la vostra inviandoci i vostri commenti.


Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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