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Quando i cittadini vogliono dire la loro


La pressione non diminuisce sul settore delle materie prime




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Da una quindicina d'anni, la Svizzera è diventata la più importante piazza per il commercio di materie prime. (Reuters)

Da una quindicina d'anni, la Svizzera è diventata la più importante piazza per il commercio di materie prime.

(Reuters)

L’iniziativa contro la speculazione sulle derrate alimentari è stata respinta in votazione a fine febbraio, ma in modo meno massiccio del previsto. Un’altra iniziativa popolare che tocca direttamente il settore delle materie prime, denominata «per delle multinazionali responsabili», è allo stadio della raccolta delle firme. Le società che commerciano in questo settore sono molto presenti in Svizzera e sono spesso additate dalle organizzazioni della società civile.

«Il mondo del commercio misura la sua impopolarità. Dovrà lavorare duro per migliorare la sua immagine», ha scritto il giornale Le Temps all’indomani della votazione sull’iniziativa promossa dalla Gioventù socialista, che voleva vietare gli strumenti finanziari che permettono di speculare sulle derrate alimentari.

Il progetto è stato rifiutato. Tuttavia oltre il 40% dei votanti ha infilato un ‘sì’ nelle urne. Gli esperti prevedevano al massimo una proporzione del 25 al 30% di favorevoli. «Si tratta di un buon risultato per un’iniziativa di sinistra dai contenuti idealistici», si è rallegrato Jo Lang, vicepresidente dei Verdi svizzeri. Altri hanno parlato di «successo di stima».

Nel mirino della sinistra vi erano non solo banche e fondi di investimento, ma anche i commercianti di materie prime. In Svizzera vi sono circa 500 società che operano in questo settore, compresi giganti come Glencore-Xstrata, Cargill, Vitol e Trafigura. Complessivamente danno lavoro a circa 10'000 persone e contribuiscono per oltre il 4% al prodotto interno lordo svizzero. Più dell’industria turistica.

Cifre del 2013 (swissinfo.ch)

Cifre del 2013

(swissinfo.ch)

Dopo aver superato questo primo ostacolo democratico, le multinazionali attive in questo commercio molto criticato si preparano ad affrontare altri appuntamenti elettorali. Nel cantone Ginevra, cuore di questa attività, l’abrogazione degli statuti fiscali speciali accordati dalle multinazionali straniere sarà quasi certamente combattuta attraverso un referendum. Si aprirà allora un grande dibattito, dagli esiti imprevedibili, sul contributo che queste imprese forniscono al bene comune.

Iniziativa meno radicale

A livello nazionale, un’altra iniziativa – denominata «per delle multinazionali responsabili» – è allo stadio della raccolta delle firme. Lanciato nel 2015 da oltre 70 organizzazioni della società civile, il progetto intende iscrivere nella legge regole vincolanti affinché le aziende svizzere rispettino i diritti umani e ambientali nelle loro attività all’estero.

Il punto più contestato dell’iniziativa riguarda la responsabilità di queste società davanti ai tribunali svizzeri per delitti commessi da filiali estere da loro controllate.

Meno radicale dell’iniziativa della Gioventù socialista, ha un potenziale per convincere una maggioranza dell’elettorato, afferma Florian Wettstein, professore di etica economica all’Università di San Gallo e membro del comitato d’iniziativa. «La resistenza dell’economia nei confronti di ogni misura vincolante è ancora forte, ma si assiste a un’evoluzione importante delle mentalità in seno alla popolazione. Oggi molti considerano che queste multinazionali hanno il dovere di rispettare i diritti elementari, ovunque operano».

L’iniziativa riguarda tutte le società con sede in Svizzera. Si tratta di un numero ragguardevole: nella Confederazione vi è la più grande concentrazione di multinazionali al mondo e molte di loro giocano un ruolo di primo piano in diversi settori sensibili, come quello farmaceutico o agrochimico. Sovraesposto proprio per la natura delle sue attività nei paesi in via di sviluppo, il settore delle materie prime rappresenta una priorità delle ONG. Malgrado un certo sforzo di trasparenza intrapreso negli ultimi anni, questo settore rimane «molto segreto e opaco, in particolare perché molte aziende attive in questo commercio sono relativamente piccole e non sono quotate in borsa», osserva Florian Wettstein.

Cambiamento di strategia

Il cittadino ha dal canto suo in mano poche leve per intraprendere delle azioni dirette, poiché queste aziende non entrano mai in contatto con il consumatore finale. Da qui il cambiamento di strategia delle ONG: non si limitano più ad allertare l’opinione pubblica, ma usano direttamente gli strumenti politici, tramite petizioni o atti parlamentari. E, se necessario, utilizzano la democrazia diretta.

I rappresentanti di questa industria ancora poco conosciuta in Svizzera sono coscienti del pericolo. «Il nostro settore è confrontato con un deterioramento delle condizioni quadro, nonché con incertezze legate a nuove legislazioni e iniziative popolari che possono influire sulle decisioni di investimento nel paese», afferma Stéphane Graber, segretario generale della Swiss Trading and Shipping Association (STSA), l’organizzazione ombrello del settore. La STSA non vuole per il momento commentare un’iniziativa che si trova ancora allo stadio della raccolta delle firme. Si interroga tuttavia «sull’applicazione extraterritoriale del diritto, che non fa parte della tradizione svizzera», dixit Stéphane Graber.

Alcune aziende fanno planare la minaccia di una delocalizzazione verso lidi meno scrupolosi, come Singapore, piattaforma del commercio di materie prime in pieno sviluppo, che fa gli occhi dolci alle società impiantate in Svizzera. Ciò che irrita Florian Wettstein: «Queste società affermano che non sono qui solo per beneficiare di vantaggi fiscali e di una regolamentazione favorevole, ma anche per la stabilità politica, per la prossimità con le grandi banche e per il bacino importante di personale qualificato. Ebbene, ogni volta che si parla di rivedere questi privilegi fiscali o che si esigono regole più severe, minacciano di andarsene».

In parlamento, l’iniziativa sarà sostenuta dalla sinistra e da una parte del centro-destra. «Non si tratta di mettere queste aziende sul banco degli imputati, bensì semplicemente di introdurre un dovere di diligenza ragionevole», sottolinea la consigliera agli Stati del Partito popolare democratico Anne-Seydoux-Christe. «A livello internazionale cominciano ad essere instaurate delle regolamentazioni. È nel nostro interesse prendere misure proattive prima di farcele imporre dall’esterno, come accaduto recentemente per il segreto bancario».


Traduzione di Daniele Mariani , swissinfo.ch

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