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Elezioni federali


Un diplomatico d’élite primo svizzero all’estero eletto in parlamento?


Di Ariane Gigon, Zurigo


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Tim Guldimann, uno dei diplomatici svizzeri più conosciuti nel mondo, si lancia in politica. (Keystone)

Tim Guldimann, uno dei diplomatici svizzeri più conosciuti nel mondo, si lancia in politica.

(Keystone)

Dopo una carriera diplomatica che lo ha condotto da Teheran ai Balcani, passando per la Cecenia e l’Ucraina, Tim Guldimann concluderà a fine maggio il suo ultimo mandato, quello di ambasciatore svizzero in Germania. Candidato del Partito socialista di Zurigo al Consiglio nazionale, potrebbe diventare il primo rappresentante della «Quinta Svizzera» in parlamento.

Seduto un po’ di traverso sulla sedia, in una postura rilassata, il diplomatico non lascia trasparire il minimo disappunto per il ritardo del giornalista. Uomo di mondo abituato ai parquet tirati a lucido, e talvolta scivolosi, dei palazzi e al fango dei campi di battaglia, sembra affrontare con calma tutte le sfide.

Candidati all'estero

Negli ultimi anni, il numero di candidati ‘stranieri’ che si sono presentati alle elezioni per il Consiglio nazionale è costantemente aumentato: da un solo candidato nel 1999, si è passati a 15 nel 2003, 44 nel 2007 e 75 nel 2011, stando ai dati dell’Organizzazione degli svizzeri all’estero.

Per le elezioni in programma in ottobre non si dispongono ancora di dati.

Mai prima d’ora un candidato residente all’estero è riuscito a farsi eleggere in Consiglio nazionale.

L’unico caso di consiglieri nazionali che vivevano all’estero è stato quello di Ruedi e Stephanie Baumann, membri rispettivamente dei Verdi e del Partito socialista. Il primo è stato deputato federale dal 1991 al 2003, la seconda dal 1994 al 2003. La coppia si è trasferita in Francia nel 2001.

Contrariamente a quanto accade in altri paesi che riservano dei seggi a rappresentanti che vivono all’estero (in Italia, ad esempio, 12 deputati e 6 senatori), in Svizzera non esiste una circoscrizione estero. I candidati residenti all’estero devono presentarsi su una lista nel loro cantone d’attinenza o dell’ultimo domicilio in Svizzera.

È la prima cosa che colpisce in Tim Guldimann, 65 anni a settembre: questa noncuranza, anche se la sua agenda è probabilmente piena di appuntamenti. «Quando lo si incontra, si ha l’impressione che non abbia nulla da fare», osserva il giornalista José Ribeaud, che sta per concludere un libro di interviste con lui. Accademico di fama, Tim Guldimann parla anche numerose lingue. Non vuole dire quante, notando semplicemente che «ne ho imparate molte e ne ho anche dimenticate molte».

Uno sguardo al percorso di uno dei diplomatici svizzeri più conosciuti al mondo permette di avanzare qualche ipotesi sulla sua poliglossia: lo spagnolo, per i suoi soggiorni come studente di economia in America latina (Cile, Messico), lo svedese forse, perché a Stoccolma ha compiuto delle ricerche per il suo dottorato, il russo senza dubbio, perché ha soggiornato a più riprese in Unione sovietica, l’arabo per i due periodi trascorsi al Cairo e il persiano, appreso a Teheran, dove è stato ambasciatore dal 1999 al 2004. «Il persiano l’ho dimenticato», precisa.

La sua missione di negoziatore durante la prima guerra di Cecenia, in quanto capo del gruppo di sostegno dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), poi altre due missioni sempre per conto dell’OSCE (Croazia e Kosovo) gli sono valse nei media l’etichetta di «star della diplomazia». Ancora lo scorso anno, quando il presidente della Confederazione Didier Burkhalter l’ha nominato rappresentante speciale dell’OSCE per l’Ucraina, molti media hanno parlato della «persona giusta al posto giusto».

Già candidato al parlamento cantonale

Tim Guldimann, marxista negli anni di studio (ma mai affiliato a un partito comunista, dice), è membro del Partito socialista da oltre 30 anni. Si definisce però «social-liberale» e non «socialdemocratico». E non si considera un Quereinsteiger, un termine connotato negativamente, riferito a persone che accedono a una nuova professione tardivamente e, quando si tratta di una mansione politica, che non hanno fatto la gavetta prima di candidarsi a una carica di alto livello. «Ho fatto dieci anni di politica di base a Berna, dopo il mio ritorno in Svizzera nel 1982, mi sono anche candidato al Gran consiglio (parlamento) bernese», dice Guldimann, zurighese doc, nato e cresciuto sulle rive della Limmat, dove ha vissuto fino alla laurea in economia nel 1974.

Daniel Frei, presidente del Partito socialista zurighese, chiarisce: «Per il PS, Tim Guldimann non è certamente un Quereinsteiger. Ma per la vita politica zurighese lo è. Non ha mai ricoperto una carica politica. Dovrà imporsi, anche in seno al partito. Con la sua personalità, la sua vasta erudizione e la sua esperienza, è di certo un arricchimento per la nostra lista. Ma ci sono anche voci che si domandano perché un ambasciatore in pensione debba ancora iniziare una carriera politica, vivendo oltretutto a Berlino…»

Disaccordi

Berlino, dove Tim Guldimann vive con sua moglie, giornalista della rivista Spiegel, specialista della Russia e dell’Iran, e le loro due figlie di 14 e 13 anni, rimarrà la sua città di residenza, anche se eletto. «Bisogna impegnarsi maggiormente per i circa 750'000 svizzeri che vivono all’estero. Mia moglie, tedesca, ha ottenuto la cittadinanza svizzera, le nostre figlie hanno la doppia nazionalità, io sono molto legato a Berlino».

Guldimann è un ardente difensore della diversità culturale svizzera. La priorità data all’inglese nelle scuole di alcuni cantoni della Svizzera tedesca? Un errore, dice. Quel che vuole portare a Berna se sarà eletto? «Voglio combinare un’esperienza internazionale con una realtà politica nazionale che, a mio avviso, ha bisogno di una nuova prospettiva, più aperta».

«Il nostro paese si illude sulle garanzie per il futuro», prosegue. «Se veniamo esclusi dal mercato interno europeo, la situazione può peggiorare rapidamente. Ora, se non rafforziamo il consenso interno, l’Unione europea potrebbe mostrarsi reticente a negoziare nuovi accordi che possono essere rimessi in causa in ogni momento con una votazione popolare. Dovremmo sviluppare in fretta un ampio progetto per regolare il nostro avvenire europeo».

Ironia

Il candidato non mette in questione i diritti popolari, ma critica il fatto che siano messi al primo posto rispetto allo Stato di diritto. «Se sono al di sopra di tutto, si dovrebbero sottomettere le decisioni del Tribunale federale al referendum», dice ironicamente.

Autore di un dottorato di ricerca sul mercato del lavoro in Svezia, Guldimann osserva che la situazione attuale della Svizzera, caratterizzata dalla forza del franco, «è evidentemente molto difficile per l’economia, ma non è un ostacolo al mantenimento della nostra capacità di innovazione. Con un tasso del 3% del PIL dedicato ai finanziamento della ricerca e dello sviluppo, pensiamo di essere i migliori. Ma il tasso è del 5,1% nel Baden-Württemberg. La concorrenza non dorme! Non è perciò sui costi di produzione che bisogna discutere, ma sull’innovazione. Senza specialisti stranieri, gli svizzeri possono scordare l’eccellenza delle loro scuole universitarie».

Dall’altra parte dello spettro politico, la sua libertà di parola dà fastidio, fin dal 1997. È l’anno della prima interrogazione parlamentare a suo riguardo. Da allora, a più riprese i deputati dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) hanno chiesto spiegazioni sul fatto che il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) permetta a uno dei suoi impiegati di esprimere in pubblico le sue opinioni personali, critiche su certi aspetti della Svizzera.

«Aspettative eccessive»

Il consigliere nazionale Christoph Mörgeli, dell’UDC di Zurigo, è l’autore di alcune di queste interrogazioni. «Non abbiamo bisogno di altri deputati che vengono dall’amministrazione», dice. «Ce ne sono già abbastanza. Ciò di cui abbiamo bisogno sono esperienze nell’economia e nella vita, vale a dire artigiani, commercianti, casalinghe, ecc. Temo anche che Tim Guldimann abbia aspettative eccessive sui potenziali effetti delle sue azioni… Il fatto che sia uno svizzero all’estero, anche se non ho nulla in contrario, potrebbe esser un problema, perché non è ‘dentro’ alla vita politica».

È ora. Tim Guldimann si alza in tutta la sua statura alta e fine per andare a prendere l’aereo che molti gli contestano («Un diplomatico raramente ha un buon bilancio ecologico», commenta Daniel Frei) e che lo riporterà a casa, a Berlino. Dovrebbe tornare a Zurigo al più tardi il 30 maggio, giorno in cui i delegati del suo partito confermeranno i loro candidati alle elezioni federali di ottobre.

Tra diplomazia e insegnamento

Tim Guldimann è nato nel 1950 a Zurigo. I suoi studi di economia lo conducono poi in Cile, in Messico e a Stoccolma.

Dal 1976 al 1979 lavora all’istituto Max Planck di Starnberg (Germania), codiretto da Jürgen Habermas. Nel 1976 pubblica un’opera su I limiti dello Stato assistenziale, poi, nel 1979, il suo dottorato su La politica del mercato del lavoro in Svezia, sostenuto all’università di Dortmund.

Tra il 1979 e il 1981 ha compiuto vari soggiorni di ricerca a Mosca, Leningrado e Novosibirsk, a Londra e a New York.

È entrato al servizio del Dipartimento degli affari esteri svizzero nel 1982. Tra il 1991 e il 1995 è stato responsabile dei negoziati con l’Unione europea sulla ricerca. Ha anche insegnato nelle università di Berna, Zurigo e Friburgo.

Ha diretto il gruppo di sostegno dell’OSCE in Cecenia tra il 1996 e il 1997 e negoziato il cessate il fuoco. Nei due anni successivi ha guidato la missione OSCE il Croazia.

Tra il 1999 e il 2004 è stato ambasciatore svizzero a Teheran, in quanto tale anche rappresentante degli interessi statunitensi. Il suo progetto di ristabilire le relazioni diplomatiche tra Stati uniti e Iran è però fallito.

Tra il 2004 e il 2007 ha insegnato in varie università europee. Nel 2007 ha ripreso servizio presso l’OSCE; per un anno ha diretto la missione in Kosovo, nelle vesti di inviato speciale del segretario generale dell’ONU.

Dal maggio 2010 è ambasciatore svizzero a Berlino, posto che lascerà alla fine di maggio del 2015.

Nel 2014 il presidente della Confederazione Didier Burkhalter lo ha nominato inviato speciale dell’OSCE in Ucraina.


Traduzione di Andrea Tognina, swissinfo.ch

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