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Fine del segreto bancario


«Nessuna banca svizzera punterà sul denaro nero»


Di Andreas Keiser


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Un caveau di una banca svizzera, destinazione prediletta fino a poco tempo fa degli evasori fiscali. (Keystone)

Un caveau di una banca svizzera, destinazione prediletta fino a poco tempo fa degli evasori fiscali.

(Keystone)

Dal 2018 il segreto bancario per gli stranieri apparterrà al passato. Il parlamento ha approvato la riforma che permette l’introduzione dello scambio automatico di informazioni. La Svizzera ha modificato strategia al momento giusto, in modo tale da poter partecipare all’elaborazione degli standard internazionali in materia e difendere con successo la sua posizione, afferma l’esperto Aymo Brunetti, intervistato da swissinfo.ch.

Aymo Brunetti è professore di economia politica all’Università di Berna. È stato responsabile di due gruppi di esperti interessatisi alla strategia per il mercato finanziario elvetico e presiede il Consiglio consultivo per il futuro della piazza finanziaria, istituito nel marzo 2015 dal governo.

swissinfo.ch: Solo tre anni fa, evocare ad alta voce lo scambio automatico di informazioni era sacrilegio. Adesso il parlamento lo ha approvato e per nessuno è stata una sorpresa. Cosa è successo?

Aymo Brunetti: Il contesto internazionale è mutato drasticamente. L’origine di tutto ciò va ricercata nella crisi finanziaria, che ha portato a una forte crescita delle uscite statali e a una drammatica riduzione delle entrate. Gli Stati hanno cercato in tutti i modi di raggranellare denaro per coprire i buchi nei bilanci. In precedenza l’evasione fiscale era tollerata. Questa nuova situazione ha forgiato un consenso globale, secondo cui l’evasione andava frenata.

Per un certo tempo la Svizzera ha puntato sull’introduzione di un’imposta liberatoria [il cosiddetto modello Rubik], ma era fatica sprecata. Ce ne si è resi conto al più tardi alla fine del 2012, quando la Germania ha respinto la proposta di instaurare una simile imposta. È stato il colpo di grazia. La nostra è una piazza finanziaria globale e se vogliamo salvaguardarla è impensabile restare permanentemente sulle liste nere.

In Svizzera nessuno apprezza lo scambio automatico di informazioni. È chiaro che questo sistema conduce a una raccolta di dati enorme e verosimilmente inefficace. L’imposta preventiva era una buona idea, ma è arrivata troppo tardi.

swissinfo.ch Il rapporto di giugno 2013 del gruppo di lavoro da lei diretto raccomandava anche al mondo politico di agire in seno all’OCSE per elaborare gli standard relativi allo scambio automatico di informazioni. In altre parole, di intervenire in modo proattivo e non in maniera «autonoma» e di malavoglia come in precedenza. La Svizzera ha collaborato. Con successo?

A.B.: Sì, sicuramente. Fino ad allora, la Svizzera non aveva partecipato all’elaborazione degli standard internazionali, poiché lo scambio automatico non era un’opzione. Il cambiamento di strategia è arrivato al momento opportuno e quindi la Confederazione ha potuto avere voce in capitolo e difendere con un certo successo la sua posizione.

Nel quadro dell’elaborazione in seno all’OCSE degli standard per lo scambio automatico di informazioni, la Svizzera ha collaborato attivamente e ha potuto far valere alcune sue richieste.

Concretamente, Berna ha difeso l’introduzione di uno standard unico e globale, la reciprocità dello scambio di informazioni, che avverrà tra le autorità fiscali dei paesi interessati e non tra le banche, il rispetto della protezione dei dati e la divulgazione di informazioni concernenti i trust.

swissinfo.ch: Non tutti i paesi introdurranno lo scambio automatico di informazioni. Su pressione delle banche, il parlamento ha respinto la proposta del governo di rafforzare l’obbligo di diligenza per gli istituti finanziari per quanto riguarda i patrimoni provenienti dai paesi con i quali la Svizzera non ha un accordo di scambio automatico. È una decisione ragionevole?

A.B.: In linea di massima capisco che per le banche questa proposta era problematica. È vero, si chiede tanto alle banche, in particolare che siano sufficientemente al corrente dei sistemi fiscali dei differenti paesi, in modo da poter valutare se il denaro sia stato assoggettato in modo corretto o meno alle imposte.

Il problema però rimane. Vi sono paesi coi quali abbiamo potuto accordarci sullo scambio automatico di informazioni, perché hanno uno Stato di diritto funzionante e paragonabile al nostro. Vi sono però molti paesi emergenti coi quali non abbiamo un accordo. Dobbiamo fare molta attenzione affinché con questi Stati non si ripresenti lo stesso problema che abbiamo avuto coi paesi dell’OCSE.

Vedendo però come le banche hanno cambiato radicalmente politica in materia di patrimoni evasi al fisco, sono convinto che la maggior parte degli istituti sia ben consapevole della situazione.

swissinfo.ch: Le banche possono ancora avere interesse ad accettare simili patrimoni, oppure – nel caso in cui simili soldi venissero scoperti – il rischio per la reputazione dell’istituto è troppo elevato?

A.B.: Sì, è così. Credo che nessuna banca con un modello d’affari orientato sul lungo termine punterà su soldi provenienti da evasione fiscale. Se lo facesse, sarebbe veramente una pessima idea. A corto termine si può guadagnare molto. Per questa ragione, a livello della direzione strategica della banca deve essere molto chiaro che il rischio per la reputazione è molto più elevato rispetto al guadagno che si otterrebbe a corto termine.

swissinfo.ch: Non si è però mai sicuri al 100%....

A.B.: No, è chiaro. A causa di quanto successo in passato, la Svizzera si trova oggi sotto i riflettori. In futuro, più le nuove regole saranno applicate, meno le reazioni saranno estreme se verranno alla luce casi problematici. È vero, non si potranno evitare singoli casi. Tuttavia, guadagnare sistematicamente con soldi neri è un modello che non ha più avvenire.

swissinfo.ch: Ancora fino a pochi mesi fa, uno dei temi principali era la regolarizzazione del passato, ossia l’assoggettamento fiscale del denaro custodito in Svizzera. Quando lo scambio automatico d’informazioni entrerà in vigore, questo passato ritornerà in primo piano. È un problema oppure la questione è già stata risolta con la chiusura dei conti, le autodenunce al fisco e i programmi di amnistia adottati in diversi paesi?

A.B.: Non posso esprimermi in dettaglio per ogni paese. Nei grandi Stati, però, il problema è già stato praticamente risolto. Non vi sono interessi contrastanti. Al settore bancario conviene che, nel momento in cui lo scambio automatico entrerà in vigore e i conti quindi rivelati, non venga scoperto denaro non dichiarato. Lo Stato da cui proviene il denaro ha dal canto suo interesse a dare una possibilità per regolarizzare gli averi non dichiarati. In caso contrario vi è il rischio che questi averi partano verso altre destinazioni, dove non è in vigore lo scambio automatico. Per questo non mi ha sorpreso che la maggior parte dei paesi abbia offerto una simile possibilità.

swissinfo.ch: Diversi paesi dispongono di dati rubati su persone che hanno evaso il fisco e custodito il loro denaro in Svizzera. Su pressione dell’OCSE, il governo elvetico intende fornire assistenza amministrativa agli Stati che lo domandano anche nel caso in cui la richiesta si basasse su dati sottratti. In parlamento la resistenza è programmata. La Svizzera si può però permettere di dire no?

A.B.: Si tratta di soppesare i pro e i contro. È assai seccante che dati rubati vengano di fatto legalizzati. Questi casi sono però un problema transitorio. Sarebbe di certo più seccante se la Svizzera si trovasse permanentemente su liste nere. Posso immaginarmi che in parlamento vi sarà una discussione di principio e che alla fine si giungerà alla conclusione che è un compromesso transitorio, certo spiacevole, che dobbiamo però sottoscrivere.

swissinfo.ch: Con questa riforma si può affermare che la piazza finanziaria svizzera è risanata?

A.B.: Quando la Svizzera adotterà gli standard internazionali, la pressione calerà drasticamente. Al momento non vedo altri temi potenzialmente altrettanto dannosi. Le questioni più urgenti da risolvere per la Svizzera appartengono al passato. Potranno forse apparire nuove problematiche, ma ritengo che abbiamo fatto i passi più importanti.

swissinfo.ch: E per quanto concerne il segreto bancario degli svizzeri, che continua a sussistere?

A.B.: In questo ambito non subiamo nessuna pressione internazionale. Possiamo decidere autonomamente. È una questione di politica interna per la quale non vi è urgenza. Per questo in seno al gruppo di esperti non è mai stato un tema importante. L’iniziativa che vuole ancorare il segreto bancario nella Costituzione chiarificherà questo punto. Se sarà respinta, si aprirà la porta verso l’abolizione del segreto bancario anche per gli svizzeri. A mio modo di vedere, però, si tratta di un problema assolutamente secondario per il funzionamento del sistema bancario.

Il 14 dicembre 2015, il parlamento svizzero ha finalizzato la riforma che permetterà il passaggio allo scambio automatico di informazioni, che di fatto sancisce la fine del segreto bancario per i clienti stranieri delle banche elvetiche.

Quando nel 2012 la ministra delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf (che si ritirerà a fine anno) aveva dichiarato che in futuro lo scambio automatico avrebbe potuto essere la regola, lo scalpore era stato grande. Tre anni dopo, questo standard è ormai realtà.

Ad eccezione dell’Unione democratica di centro, tutti i partiti hanno appoggiato la riforma.

Anche tra le banche vi è stata poca opposizione. 


Traduzione di Daniele Mariani

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