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Generazione E, storie di giovani migranti


“Non avrei mai pensato di lasciare la Spagna”


Di Daniele Grasso


Stanco di passare da uno stage all’altro Iván G. si è giocato tre quarti del suo stipendio per tentare la sorte a Zurigo, proprio quando la crisi economica era all’apice nella sua Spagna natia. Oggi, quattro anni dopo, questo giovane architetto si sente professionalmente realizzato. Il sogno resta però quello del ritorno, anche se ora “sarebbe un suicidio”.

Ivan G.: “Quando mi hanno chiesto di presentarmi a un colloquio a Zurigo, mi sono detto: ‘perché no? Non ho nulla da perdere’” (Generation E)

Ivan G.: “Quando mi hanno chiesto di presentarmi a un colloquio a Zurigo, mi sono detto: ‘perché no? Non ho nulla da perdere’”

(Generation E)

“Il rispetto per la cosa pubblica!”: Iván G.* non ha alcun dubbio nel descrivere cosa lo ha sorpreso di più al suo arrivo in Svizzera. “La gente percepisce gli spazi pubblici come un bene comune che va curato. E lo si vede anche nelle piccole cose”.

Originario di Elche, città nella regione di Valencia, Iván vive a Zurigo da quattro anni con la sua compagna Gloria, anche lei spagnola e diplomata in amministrazione e gestione aziendale.

Il sole e il cibo sono le due cose che gli mancano di più. Ma se il sole non si può comprare, per il cibo una soluzione l’ha trovata. “Una volta al mese attraversiamo la frontiera per fare la spesa in Germania. Lì troviamo quasi tutti i prodotti e le marche che vogliamo”.

Impiegato in uno studio di architettura, Iván si dice stupito dalla cultura del lavoro svizzera, diversa da quella spagnola. Quando racconta la sua esperienza, lascia trasparire una certa incredulità di fronte alla flessibilità degli orari di lavoro e alla fiducia accordata agli impiegati. “Chissà… forse è perché in Svizzera c’è lavoro per tutti, ma non ho mai sentito una concorrenza negativa”.

Uno stage a 400 euro al mese

Come per molti altri spagnoli, a spingere Iván a fare le valigie è stata soprattutto la disoccupazione. “Non avrei mai pensato di lasciare la Spagna. Mi dicevo: ‘Si vive così bene qui, dove potrei star meglio?’”. Ma quando ha terminato gli studi nel 2010, ha dovuto fare i conti con la realtà: il suo paese non era più quello di una volta.

“Nell’arco dei primi due anni, ho lavorato solo tre mesi nel mio settore. Uno studio di architettura mi ha offerto un contratto di stagista: mezza giornata di lavoro per 400 euro al mese”.

In realtà, però, Iván non lavorava mai meno di otto ore al giorno. E questo “in un ambiente segnato dallo sfruttamento, dai falsi lavoratori indipendenti, dal lavoro in nero e dall’assenza di solidarietà”.

La strategia del ‘curriculum B’

All’inizio la strategia di Iván è stata simile a quella di molti altri giovani: inviare il curriculum al maggior numero di indirizzi email. E sperare. Ma quando si è reso conto che le risposte positive non arrivavano, ha deciso di cambiare tattica e redigere quello che chiama ‘un curriculum B’.

“Si tratta di un curriculum sul quale ho ridotto il numero di diplomi per poter aspirare ad impieghi meno qualificati”. In altre parole Iván nascondeva di essersi diplomato con ottimi voti in una buona università spagnola. “La cosa più triste è che con questo curriculum di serie B mi hanno chiamato molto più spesso”. 

L’opzione di emigrare si è così trasformata, in pratica, nell’unica soluzione per poter sfruttare gli anni di studi e ambire a un futuro professionale.

Zurigo? “Perché no? Non ho nulla da perdere”

Iván ha così cominciato a contattare diverse ditte in Germania, paese dove ha vissuto un anno nell’ambito del programma Erasmus. Ma senza successo. Approfittando delle sue conoscenze del tedesco, ha così volto il suo sguardo verso Zurigo.

“Quando mi hanno chiesto di presentarmi a un colloquio, mi sono detto: ‘perché no? Non ho nulla da perdere’”. Il viaggio comportava però un investimento non da poco: il 75% del suo stipendio mensile. 

Nello spazio di pochi giorni, è volato a Zurigo e rientrato a Elche. E poco tempo dopo è giunta la bella notizia: non solo è stato assunto, ma il suo capo attuale ha insistito per restituirgli le spese del biglietto.

Il cancro della Spagna: burocrazia e nepotismo

Dalla Svizzera, dove vive ormai da quattro anni, Iván continua ad osservare da vicino cosa accade nel suo paese. Anche se non è stata la politica a spingerlo a partire, il giovane sperava in un cambiamento alle elezioni del 26 giugno, che hanno confermato i Popolari del premier uscente Mariano Rajoy.

La burocrazia e il nepotismo, assicura, sono i due mali peggiori della Spagna. 

“Sono comunque consapevole che il mio problema va oltre: in Spagna non ci sono progetti che necessitano degli architetti”. Lo dimostra anche la situazione dei suoi compagni di studio. “La maggioranza è disoccupata da anni o lavora in altri settori e guadagna una miseria. Anche coloro che hanno trovato un posto in uno studio di architettura guadagnano il 25% in meno di quanto prendo io ogni mese”. Nessuno, aggiunge, ha una certezza di come andranno le cose in futuro. 

Confrontarsi con gli stereotipi

La vita da espatriato non è però fatta di solo lavoro. A livello sociale, Iván afferma che è più facile relazionarsi con altri stranieri che con gli svizzeri. La gente lo percepisce con un ‘Südländer’, racconta: “È come vengono chiamati, in modo dispregiativo, i lavoratori stranieri provenienti dai paesi dell’Europa del Sud, soprattutto Spagna, Portogallo, Grecia e Italia”.

Iván non ha comunque vissuto nessun tipo di discriminazione sulla propria pelle. “Nel nostro studio, su diciannove impiegati sette sono stranieri e tre sono svizzeri per metà. È gente aperta, sulla trentina. Non mi hanno mai mancato di rispetto per il fatto di non essere svizzero”.

Gli stereotipi però sono duri a morire. “Una volta siamo stati a mangiare in un ristorante gestito da un curdo iracheno. Un amico svizzero, nel vederlo, mi ha chiesto se fosse italiano. Solo per il fatto che è basso, moro, coi capelli ricci e perché non parla tedesco”.

Iván guarda al suo paese come la maggior parte dei giovani che hanno partecipato all’inchiesta di GenerazioneE: “Se potessi, tornerei domani. Però al momento non posso. Sarebbe un suicidio”. 

* La persona intervistata ha preferito mantenere l'anonimato. 

Contattate l'autore via Twitter @danielegrasso

Daniele Grasso è un giornalista italiano emigrato a Madrid. Dal 2013 lavora per il quotidiano spagnolo El Confidencial, dove ha creato e dirige il dipartimento di Data Journalism. Ha collaborato a diverse inchieste giornalistiche transnazionali, tra cui LuxLeaksSwissLeaks e Panama Papers. Nel 2014 ha partecipato a The migrants files, un progetto di data journalism internazionale sulla migrazione in Europa. Fa parte del team di Generation E, il primo progetto di crowdsourcing di storie sulla migrazione giovanile in Europa. Questo articolo è stato realizzato grazie ai dati raccolti da Generation E.


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