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Guerre del XXI secolo


La fronda contro droni e robot killer si organizza




Il Taranis (GB) è un prototipo di drone da combattimento a reazione (Keystone)

Il Taranis (GB) è un prototipo di drone da combattimento a reazione

(Keystone)

L’ampio ricorso ai droni da parte dell’amministrazione Obama ha sollevato un’ondata di critiche. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU, con sede a Ginevra, si occuperà del tema a fine maggio. Una coalizione di ONG vuole frenare la corsa verso robot killer autonomi.

Con la crescente robotizzazione in materia bellica si stanno delineando scenari inediti e inquietanti, che i difensori dei diritti umani e delle Convenzioni di Ginevra cercano di modificare. Attraverso due approcci distinti.

Il primo riguarda l’uso dei droni nella lotta internazionale contro Al Qaida. Questo programma è stato lanciato dopo l’11 settembre 2001 e dall’arrivo al potere del presidente statunitense Barack Obama se ne è fatto ampio uso. Il Bureau of Investigative Journalism, un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Londra, stima che gli attacchi condotti dai droni tra il 2004 e il 2013 hanno fatto tra 2'500 e 3'500 morti (tra cui centinaia di civili e quasi 200 bambini) e oltre 1'000 feriti solo in Pakistan.

Pressioni su Obama

Per determinare se vi siano state violazioni delle Convenzioni di Ginevra, il Consiglio dei diritti umani ha incaricato di indagare Ben Emmerson, relatore speciale dell’ONU sull’antiterrorismo e i diritti dell’uomo. Secondo questo avvocato britannico, l’obiettivo centrale dell’inchiesta è di valutare se i bombardamenti dei droni hanno causato un numero sproporzionato di vittime civili, ciò che è contrario al diritto internazionale umanitario vigente.

Ben Emmerson deve presentare i risultati della sua inchiesta in settembre, durante la 68esima Assemblea generale dell’ONU. Su pressione dell’opinione pubblica statunitense, l’amministrazione Obama sembra essersi avveduta del problema e sta pensando di trasferire la gestione di questo programma d’eliminazione dei gruppi terroristi dall’opaca CIA al poco più trasparente Pentagono, secondo il Daily Beast/Newsweek.

«Questo trasferimento è solo una voce. Non vi è ancora nulla di ufficiale. Questo cambiamento va tuttavia nel senso delle nostre richieste», precisa a swissinfo.ch Andrea Prasow, specialista della lotta contro il terrorismo presso l’ONG Human Rights Watch.

Parallelamente, Christof Heyns, un altro esperto dell’ONU sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, presenterà il 29 maggio un nuovo rapporto, durante la 23esima sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra. Il documento, centrato sui «robot letali autonomi», chiede una moratoria internazionale sullo sviluppo di questi marchingegni bellici.

Il CICR e i droni

In un’intervista pubblicata il 10 maggio sul sito del Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), il suo presidente Peter Maurer spiega perché l’uso dei droni ha implicazioni per il diritto internazionale umanitario (DIU).

Dopo aver ricordato i principi generali del DIU, come la distinzione tra civili e militari e la proporzionalità nell’uso della forza, Maurer sottolinea l’interesse potenziale di un’arma come il drone.

«Dal punto di vista del DIU, un’arma che permette attacchi più precisi, che consente di evitare o minimizzare uccisioni e ferimenti di civili, nonché danni a infrastrutture civili, dovrebbe essere preferita ad armi che non hanno queste capacità». E a proposito dell’uso di droni da combattimento al di fuori delle zone di conflitto aggiunge: «Quando sono impiegati in situazioni in cui non vi è un conflitto armato, sono applicati il diritto nazionale e i diritti umani e non il DIU».

Il presidente del CICR critica poi, senza nominarlo, il programma statunitense di eliminazione dei terroristi nelle regioni pachistane al confine con l’Afghanistan. «Nei conflitti armati, il DIU permette di utilizzare la forza contro i combattenti o i civili che partecipano alle ostilità. La situazione è molto più complessa quando una persona che partecipa direttamente alle ostilità proviene dal territorio di uno Stato non belligerante o si sposta verso il territorio di uno Stato non belligerante dopo aver preso parte a un conflitto».

«La questione che si pone è di sapere se la forza può essere legalmente utilizzata contro una simile persone e quale quadro giuridico fa stato. Le opinioni divergono. Secondo il CICR, il DIU non è applicabile in questa situazione. Ciò significa che in virtù delle leggi di guerra, questa persona non può essere considerata un bersaglio legittimo. In caso contrario, il mondo intero diventerebbe potenzialmente un campo di battaglia».

Azione preventiva

In margine alla sessione, i promotori della campagna «Stop Killer Robots», lanciata ufficialmente a Londra il 23 aprile scorso da una coalizione di ONG, organizzano una conferenza stampa nella sede europea delle Nazioni Unite per perorare la loro causa, che si prefigge di vietare queste armi. Per raggiungere l’obiettivo si è optato per un processo simile a quello sfociato nella Convenzione sul divieto delle mine antipersona in vigore dal 1999. Salvo che questa volta – ed è una prima – la messa al bando riguarderebbe armi che ancora non esistono.

«I sistemi semiautomatici come i droni sono controllati e pilotati da essere umani, anche se sono a distanza. Interpretandole, è possibile applicare le regole esistenti del diritto internazionale umanitario. Per contro, i sistemi di combattimento completamente autonomi allontanano sempre più l’uomo dalla macchina», sottolinea Andrea Bianchi, professore all’Istituto di alti studi internazionali e dello sviluppo.

L’uomo, anello debole della catena

Nel suo rapporto, Christof Heyns va nella stessa direzione: «Tenuto conto dell’accelerazione del ritmo con cui si svolgono le guerre, gli uomini sono diventati in un certo senso l’anello debole della catena militare e stanno quindi per essere tolti dalla procedura di presa di decisioni».

L’esperto di questioni di sicurezza Alexandre Vautravers ritiene però che questo scenario sia ancora lontano: «Bisogna fare una distinzione tra il sensazionale e i sistemi assistiti o che dispongono di una certa autonomia. Ad esempio, grazie a diversi algoritmi certe munizioni munite di diversi sensori cercano dei veicoli blindati o altri bersagli senza far capo ad un operatore. Si parla di armi «fire and forget» (spara e dimentica). Se il missile non trova il bersaglio si autodistrugge. Questi tipi di software esistono da più di vent’anni».

«Oggi – prosegue lo specialista – vi sono sistemi che si possono organizzare tra di loro, come ad esempio volare a sciami per fornire una copertura radio o un campo di visione completo di un determinato spazio. La Scuola politecnica federale di Losanna ha dei laboratori che lavorano su questi tipi di sistema. Ma Terminator non è ancora per oggi. Tanto più che i bilanci militari nei paesi più avanzati in questo ambito, a cominciare dagli Stati Uniti, sono stati rivisti al ribasso».

Nel suo rapporto, Christof Heyns considera comunque urgente regolamentare. «La tecnologia evolve in maniera esponenziale e nessuno può predire il futuro. Per questo è impossibile determinare fino a che punto si sia pronti ad utilizzare robot totalmente autonomi (…). Stando ai documenti militari, un certo numero di Stati dispone di programmi di sviluppo di armi robotizzate aeree, terrestri e navali, dotate di un’autonomia più o meno grande. Somme importanti sono utilizzate per raggiungere questi scopi».

Guerra perpetua

Una cosa è certa. Dall’entrata in scena dei droni all’inizio degli anni ’90, la guerra sta cambiando volto. «L’esperienza con gli aerei da combattimento senza pilota ha mostrato che questo tipo di tecnologia è facilmente utilizzabile al di fuori dei campi di battaglia riconosciuti».

Il pericolo è quindi di considerare il mondo intero come un unico e vasto campo di battaglia, mette in guardia Heyns. Lo sviluppo della robotica è, per sua stessa natura, difficile da regolamentare, segnatamente in materia d’armi. Inoltre esiste una continuità importante tra tecnologie belliche e non. Lo stesso sistema robotico può avere applicazioni sia civili che militari.

Ragion per cui, Andrea Bianchi domanda un dibattito approfondito su questo dossier. «Si dovrebbero riunire tutti i differenti attori, non solo il Comitato internazionale della Croce Rossa, l’ONU e gli Stati, ma anche gli scienziati e gli esperti di diritto internazionale umanitario. I progressi tecnologici sono tali che il diritto internazionale umanitario non può marciare sul posto».

Ed è anche il primo obiettivo che ci si prefigge con la campagna Stop Killer Robots: aprire un dibattito pubblico rimasto confinato finora tra gli esperti e i responsabili dell’esercito.

La Svizzera e i droni militari

L’esercito svizzero intende acquistare nuovi droni d’osservazione non armati per sostituire quelli in servizio dal 2001.

Secondo Armasuisse, il centro di competenza federale per l’acquisto di materiale bellico, sono in corso di valutazione due sistemi fabbricati dalle società israeliane Israel Aerospace Industries e Elbit Systems. La valutazione si concluderà verso la metà del 2014.

Da parte sua, la RUAG, azienda attiva nel settore della difesa e dell’aerospaziale, di proprietà della Confederazione, partecipa al programma nEUROn della francese Dassault Aviation, ossia lo sviluppo di un prototipo di drone da combattimento in parte autonomo.


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch



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