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Industria degli armamenti


L’embargo in Medio Oriente ostacola le esportazioni svizzere




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I bombardamenti dell'aviazione saudita in Yemen sono stati condannati dalle ong. (Reuters)

I bombardamenti dell'aviazione saudita in Yemen sono stati condannati dalle ong.

(Reuters)

L’industria elvetica degli armamenti teme di perdere contratti milionari a causa del divieto di vendere armi agli Stati del Medio Oriente. In Svizzera, le restrizioni all’esportazione di materiale bellico intendono impedire che le armi vengano usate per commettere violazioni dei diritti umani.

In seguito all’offensiva militare dell’Arabia Saudita contro i ribelli Houti nel vicino Yemen, il governo svizzero ha deciso nel mese di marzo di imporre restrizioni sulle esportazioni verso il lucrativo mercato mediorientale.

Già confrontata con il franco forte, l’azienda statale di armamenti Ruag comunica che dal marzo 2015 non ha ottenuto l’autorizzazione di esportare verso il Medio Oriente. «Le richieste di esportazione sono in sospeso per la maggior parte dei paesi toccati dalla moratoria», indica l’azienda in una e-mail spedita a swissinfo.ch. Il danno finanziario è stimato a «diverse decine di milioni di franchi», scrive Ruag.

Il pericolo, aggiunge l’azienda con sede a Berna, è di perdere terreno nei confronti di altri concorrenti a lungo termine. «Inoltre, la nostra base industriale in Svizzera rischia di indebolirsi. Se le restrizioni dovessero protrarsi, i siti di Ruag in Svizzera [che impiegano 4'300 persone] verranno colpiti in modo significativo».

La Segreteria di Stato dell’economia (SECO) ha confermato che le severe restrizioni all’esportazione concernono anche il Kuwait, la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrain e l’Egitto, paesi coinvolti nel conflitto in Yemen.

Nel 2014, Bahrein e Emirati Arabi Uniti hanno effettuato ordinazioni per oltre 14 milioni di franchi ciascuno. Le ordinazioni dell’Arabia Saudita - un paese che negli ultimi anni è stato tra i grossi clienti di Ruag - sono state di poco inferiori ai 4 milioni.

Lettera di protesta

In giugno, diverse lobby sostenute da politici hanno inviato una lettera di protesta al governo, stando a un articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ). Nella lettera si deplora che le restrizioni elvetiche hanno avvantaggiato gli esportatori di altri paesi, in particolare la Germania. Secondo la NZZ, anche l’attività del fabbricante di materiale bellico Rheinmetall Air Defence, con sede in Svizzera ma di proprietà tedesca, subisce le conseguenze del blocco delle esportazioni in Medio Oriente.

Le perdite dell’industria degli armamenti appaiono però sotto una luce diversa, se si pensa ai crimini di guerra perpetrati nel conflitto in Yemen, fa notare la sezione svizzera di Amnesty International (AI). «È risaputo che i caccia sauditi hanno bombardato obiettivi civili», sottolinea a swissinfo.ch Alain Bovard, esperto di commercio d’armi presso AI.

In Svizzera, prosegue, «la lobby delle armi è ben rappresentata e abbastanza potente per imporre delle modifiche nella legge che giovano agli interessi finanziari dei suoi membri». Alain Bovard fa riferimento alla controversa modifica legislativa dello scorso anno - adottata per un solo voto - che facilita le esportazioni di materiale bellico.

Con questa modifica, le esportazioni svizzere sono vietate soltanto nei paesi in cui sussiste un rischio importante che le armi vengano utilizzate per commettere violazioni dei diritti umani. Altrimenti, spetta al governo decidere caso per caso.

Indonesia, un cliente prezioso

Gli armamenti venduti all’estero rappresentano soltanto lo 0,26% di tutte le esportazioni elvetiche dello scorso anno. Tra i principali clienti ci sono la Germania e l’Indonesia, un mercato emerso nel 2014 e che sta ora colmando la lacuna lasciata dal Medio Oriente. Lo scorso anno, una cospicua ordinazione dell’Indonesia ha fatto salire il valore degli armamenti svizzeri venduti all’estero a 563,5 milioni di franchi (contro i 461 milioni del 2013).

Nei primi sei mesi del 2015 le vendite sono leggermente cresciute (217 milioni) grazie, ancora una volta, alle ordinazioni indonesiane. L’industria di materiale bellico è tuttavia lontana dalla cifra raggiunta nel 2011: 873 milioni di franchi.

Tangenti in India?

Malgrado una percentuale relativamente piccola se paragonata a quella di altri settori di esportazione, l’industria degli armamenti è considerata un ramo importante ed è il principale fornitore dell’esercito svizzero.

La natura stessa dei suoi prodotti pone però l’industria bellica sotto stretta osservazione, in Svizzera e all’estero. L’India ha ad esempio avviato un’inchiesta nei confronti di due aziende con sede in Svizzera accusate di aver versato delle tangenti per assicurarsi dei contratti.

Alcuni mesi fa, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha però respinto la richiesta indiana di assistenza giudiziaria nei confronti della Rheinmettal Air Defence e della SAN Swiss Arms (entrambe in mani tedesche). Le informazioni fornite dalle autorità indiane non soddisfacevano i requisiti della legislazione pertinente [sull’assistenza giudiziaria internazionale per questioni penali] e l’MPC non è quindi stato in misura di dar seguito alla domanda di assistenza giudiziaria, si legge un comunicato. Nessuna delle aziende coinvolte ha risposto alle domande di swissinfo.ch.

Armi riesportate illegalmente

Non è la prima volta che l’industria svizzera degli armamenti finisce nel mirino. La legislazione sull’esportazione di materiale bellico è stata inasprita nel 2012, dopo la scoperta che delle armi di fabbricazione elvetica erano state riesportate verso Stati terzi.

Alain Bovard di AI osserva ad ogni modo che la Svizzera ha fatto in generale passi avanti per ciò che riguarda il commercio di armi. «In un paio di occasioni le autorità elvetiche si sono mostrate alquanto ingenue, ma il comportamento della Svizzera è tutto sommato positivo».


Traduzione dall’inglese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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