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Instabilità politica


Fondi di coesione a rischio per l’Ungheria


Di Alexander Kuenzle


L'Ungheria è a rischio bancarotta; nella foto un mendicante davanti al mercato coperto di Budapest (Keystone)

L'Ungheria è a rischio bancarotta; nella foto un mendicante davanti al mercato coperto di Budapest

(Keystone)

Le minacce dell’Unione Europea contro l’Ungheria sembrano portare i loro frutti. In gioco vi sono 2 miliardi di euro del Fondo di coesione. Budapest riceve fondi anche dal contributo svizzero all’allargamento. Questa partecipazione non è per ora in discussione.

Martedì la Commissione europea ha ufficialmente varato le tre procedure di infrazione nei confronti dell’Ungheria annunciate da settimane. Finora i richiami provenienti da Bruxelles erano caduti nel vuoto. Solo dopo l’avvio delle procedure, il primo ministro Viktor Orban si è detto pronto a fare marcia indietro e in una lettera inviata mercoledì a José Manuel Barroso ha espresso la sua volontà di cooperare per trovare una soluzione. Esprimendosi davanti agli eurodeputati, Orban ha affermato che «i problemi potrebbero essere risolti facilmente e rapidamente».

Il principale punto di discordia riguarda la riforma legislativa avviata da Orban, che col suo partito Fidesz controlla i due terzi del parlamento. Secondo la Commissione europea, diverse modifiche sono incompatibili con il diritto europeo. In particolare vi sono forti dubbi sulla riforma che limita l’indipendenza della Banca centrale, sul pensionamento anticipato di alcuni giudici, sulla protezione dei dati e sulle restrizioni alla libertà di stampa. Bruxelles ha dato un mese di tempo a Budapest per correggere il tiro.

Anche per quanto concerne la crisi del debito, l’Ungheria ha fatto finora orecchie da mercante. Malgrado il pesante deficit e le ingiunzioni giunte da Bruxelles per risanare i conti pubblici, il governo di Orban non ha preso misure adeguate, stando alla Commissione europea. «Una procedura per deficit eccessivo è ipotizzabile», ha avvertito la settimana scorsa il finlandese Olli Rehn, commissario europeo per gli affari economici e monetari.

Fondo di coesione come arma

Visto che l’Ungheria non fa parte della zona euro, non è possibile applicare sanzioni finanziarie in quest’ambito. Per contro, l’Unione Europea potrebbe congelare il denaro proveniente dal Fondo di coesione. Se ciò dovesse accadere, si tratterebbe di una prima. Dopo il 2004, questo fondo era stato attivato anche nei dieci paesi che avevano appena aderito all’Unione Europea. Il suo obiettivo è di ridurre le disparità tra le regioni più ricche e quelle più povere dell’UE.

Per il periodo tra il 2007 e il 2013, il fondo dispone di 70 miliardi di euro. Se sommato ai fondi strutturali, l’importo assegnato alla politica regionale europea è pari a circa 348 miliardi di euro, ovvero il 35% del bilancio comunitario, e rappresenta la seconda voce di spesa dopo i contributi all’agricoltura.

L’importo destinato all’Ungheria nell’ambito del Fondo di coesione ammonta a circa due miliardi di euro. Una somma importante per un paese che conta 10 milioni di persone.

130 milioni dalla Svizzera

La Svizzera partecipa indirettamente alla politica regionale dell’Unione. Nel 2006, infatti, il popolo svizzero ha accettato la legge sulla cooperazione con gli Stati dell’Europa dell’est, che prevede un credito quadro di un miliardo di franchi (a cui si sono aggiunti altri 250 milioni nel 2007 per Romania e Bulgaria). Dopo Polonia (490 milioni) e Romania (180), l’Ungheria è la principale beneficiaria, con 130 milioni.

Oggi è lecito chiedersi se l’aiuto svizzero all’Ungheria possa essere annullato nel caso in cui le concessioni di Viktor Orban si rivelassero della semplice retorica e Bruxelles passasse dalle minacce ai fatti.

Per quanto concerne l’UE, gli Stati membri stanno esaminando se, nell’ambito della futura politica di coesione, una riduzione o un congelamento degli aiuti potrebbe essere previsto come sanzione per gli Stati che violano le regole, ad esempio non rispettando i criteri di Maastricht, spiega Hugo Bruggmann, responsabile del settore contributo all’allargamento/coesione della Segreteria di Stato dell’economia (Seco).

«È un tema molto caldo, che nel caso dell’Ungheria è anche discusso apertamente. Attualmente l’UE non vede altre possibilità per far pressioni sull’Ungheria affinché risponda alle sue domande».

Per quanto concerne la Svizzera, la situazione è totalmente diversa. «La Confederazione ha concluso un accordo quadro con l’Ungheria e non deve difendere gli interessi dell’UE in questo paese», dichiara Hugo Bruggmann. Secondo il rappresentante della Seco, l’interesse della Svizzera è di mettere a disposizione il denaro per dei progetti sostenibili in Ungheria e dare un contributo efficace per ridurre le disparità economiche e sociali.

E se il fiorino dovesse venir svalutato?

Anche in Svizzera, però, ci si pone alcune domande. Ad esempio, cosa succederebbe se il fiorino ungherese dovesse essere svalutato, oppure se il deficit pubblico aumentasse a un punto tale che Budapest non sarebbe più in misura di cofinanziare i progetti.

In questo caso si tratta però di un problema operativo e non politico, come per l’UE. Ogni progetto comporta dei rischi e rappresenta una sfida, afferma Brugggmann. «Il nostro lavoro è di condurre in porto nel miglior modo possibile i progetti, anche in un contesto di crisi del debito e con condizioni quadro difficili».

Una svalutazione del fiorino non sarebbe comunque per forza qualcosa di negativo. Il franco si rafforzerebbe. E al valore in franchi messo a bilancio due anni fa per ogni progetto, corrisponderebbe così una somma più importante in moneta locale. Di conseguenza, sarebbe possibile finanziare un maggior numero di progetti prioritari. Tuttavia il tempo stringe, poiché il termine per presentare delle proposte scade a metà giugno.

Contributo svizzero

La cooperazione della Svizzera con l'Europa dell'est è stata lanciata nel 1989.

Nel 2006 il popolo svizzero ha approvato la Legge federale sulla cooperazione con gli Stati dell'Europa dell'est.

Su questa base legale, il parlamento nazionale ha approvato il credito quadro corrispondente di un miliardo di franchi.

Questi soldi permettono di finanziare progetti che si prefiggono di ridurre le disparità socio-economiche nei dieci Stati che hanno aderito all'Unione europea nel 2004 (Polonia, Ungheria, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta).


Nel 2007 è stato approvato un credito aggiuntivo di 257 milioni di franchi per Romania e Bulgaria.

Fra i maggiori beneficiari del sostegno elvetico vi sono la Polonia, a cui sono destinati circa 490 milioni di franchi, la Romania (180 milioni),  l'Ungheria (130 milioni) e la Repubblica ceca (110 milioni).

Il contributo elvetico si concentra in quattro ambiti principali: sicurezza; stabilità e sostegno alle riforme; ambiente e infrastrutture; promozione del settore privato e dello sviluppo umano e sociale.


(Traduzione e adattamento dal tedesco: Daniele Mariani), swissinfo.ch



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