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Investimenti per il clima


Conferenza di Parigi, dove sono i soldi?


Di Paula Dupraz-Dobias


Uno dei primi progetti approvati dal Fondo verde per il clima ha lo scopo di proteggere il bacino amazzonico peruviano dalle inondazioni. (AFP)

Uno dei primi progetti approvati dal Fondo verde per il clima ha lo scopo di proteggere il bacino amazzonico peruviano dalle inondazioni.

(AFP)

Le soluzioni per lottare contro il cambiamento climatico non dipendono soltanto dai negoziati politici alla Conferenza sul clima di Parigi (COP21) che si apre il 30 novembre, ma anche dai soldi investiti nelle tecnologie pulite.

Il finanziamento dei progetti a protezione del clima è tra i punti centrali delle discussioni condotte in seno alle Nazioni Unite e in particolare alla COP21. L’obiettivo è di riunire 100 miliardi di dollari all’anno per sostenere i paesi in via di sviluppo nelle loro politiche di attenuazione e di adattamento al cambiamento climatico.

Per ora, si è tuttavia soltanto a metà strada. Secondo un recente studio dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), la media delle promesse di aiuto nel periodo 2013-2014 ammonta a 57 miliardi di dollari all’anno.

Oltre i 2 ºC

Un rapporto pubblicato in ottobre dal Climate Action Tracker (CAT), un gruppo indipendente di climatologi europei, prevede che anche se tutti gli obiettivi volontari di riduzione delle emissioni venissero raggiunti, la temperatura terrestre aumenterebbe di 2,7 ºC.

Il riscaldamento sarebbe quindi superiore ai 2 °C, il valore massimo fissato dalla comunità internazionale. Per il CAT, si tratta pur sempre di un miglioramento rispetto agli impegni presentati lo scorso anno alla conferenza sul clima di Lima, che avrebbero portato a un aumento di 3,1 ºC.

I paesi in via di sviluppo avvertono che senza questi soldi non saranno in grado di investire in nuove forme di energia o in mezzi di trasporto più puliti. Non potranno neppure prepararsi ad affrontare potenziali effetti devastanti dell’aumento della temperature. Stando alle stime del sito britannico Carbon Brief, i paesi più poveri avranno bisogno di migliaia di miliardi di dollari nei prossimi 15 anni.

“Spendere in modo intelligente”

Ottenere degli impegni risoluti da parte degli Stati per alimentare il Fondo verde per il clima - tra i principali mezzi di finanziamento delle politiche climatiche - non è però semplice. Il fondo non sta progredendo «altrettanto velocemente di quanto molti di noi avrebbero voluto», osserva Stefan Marco Schwager, consulente esterno dell’Ufficio federale dell’ambiente.

Da un anno, il Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon si sta sforzando di trasformare la promessa iniziale di 10,4 miliardi di dollari in impegni formali. La Svizzera ha promesso di partecipare alla capitalizzazione del fondo con 100 milioni di dollari, che verranno versati in tre rate tra il 2015 e il 2018.

Ora che «i soldi sono nel salvadanaio», commenta Stefan Marco Schwager, bisogna riflettere su come spenderli «non solo velocemente, ma anche in modo intelligente e con un certo impatto». Inoltre, prosegue, bisogna fare maggiore chiarezza su ciò che viene generalmente definito il “finanziamento climatico”, una questione ampiamente discussa durante la Conferenza sul clima di Lima nel 2014.

Anche i problemi di corruzione che potrebbero emergere al momento di destinare i soldi del fondo suscitano una certa preoccupazione tra i donatori nei paesi industrializzati, osserva Stefan Marco Schwager. «Ogni volta che ci sono dei flussi di denaro c’è anche il rischio di corruzione, di abusi e di inefficienza».

Settore privato

I mezzi finanziari che verranno investiti nella lotta contro il cambiamento climatico dovrebbero tuttavia provenire, per la maggior parte, dal settore privato. Nei prossimi 15 anni, quasi 90 miliardi di dollari confluiranno nelle tecnologie pulite e nelle infrastrutture, ha detto Christina Figueres, segretaria generale della Convenzione quadro delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico (UNFCCC), in occasione dell’ultima conferenza sul clima.

Dal canto suo, l’Agenzia internazionale dell’energia sostiene che per limitare l’aumento della temperatura a 2 ºC bisognerà investire 5'000 miliardi di dollari nelle energie pulite entro il 2020.

 (swissinfo.ch)
(swissinfo.ch)

Sebbene queste cifre possano sembrare colossali, alcuni esponenti del mondo economico non sembrano perturbati. Daniel Rüfenacht, vicepresidente della responsabilità aziendale presso la società di certificazione e d’ispezione SGS, ritiene che le imprese stiano già facendo la loro parte. I governi, sottolinea, devono però collaborare maggiormente con il settore privato. «Gli schemi che verranno messi in atto dipenderanno dalle tecnologie e dall’innovazione provenienti dalle aziende».

«Questi obiettivi non sono irraggiungibili. Il settore privato sta già fornendo tra i due terzi e i tre quarti dei fondi necessari per contrastare il cambiamento climatico», afferma Bertrand Gacon, presidente di Sustainable Finance Geneva (SFG), un’associazione sponsorizzata da aziende private, incluse numerose banche, e dal governo cantonale. «Quello che l’umanità spende per le sigarette supera quello che l’umanità dovrebbe spendere per far fronte al cambiamento climatico», illustra.

Obbligazioni verdi

Dal 2014, il mercato delle obbligazioni verdi - che finanzia progetti con un impatto positivo sull’ambiente e il clima - è cresciuto rapidamente. Le nuove emissioni hanno raggiunto un totale di oltre 40 miliardi di dollari. Le obbligazioni, a reddito fisso, finanziano essenzialmente la costruzione di centrali per le energie rinnovabili, il miglioramento dell’efficienza energetica e le tecnologie di trasporto ecologiche.

Sebbene le obbligazioni verdi continuino a rappresentare «una goccia nell’oceano» rispetto alla dimensione totale dei mercati finanziari, stanno «iniziando a rappresentare una cospicua somma di denaro» nella lotta contro il cambiamento climatico, rileva Bertrand Gacon.

Per la prima volta, spiega, si dispone di un prodotto destinato al grande pubblico nel quale possono investire sia il settore privato sia quello pubblico (governi, fondi pensione,…). Sostenute dalla Banca mondiale, le obbligazioni verdi sono col tempo diventate più sofisticate, ciò che permette agli investitori di concentrarsi maggiormente sul luogo esatto in cui desiderano investire, invece che di puntare unicamente sull’emittente delle obbligazioni.

La banca Credit Suisse e l’assicuratore Zurich hanno entrambi svolto ruoli attivi nella promozione del mercato delle obbligazioni verdi. Lo scorso anno, Zurich Insurance ha ad esempio investito in questo mercato 2 miliardi di dollari. Il responsabile degli investimenti dell’azienda ha tuttavia suscitato scalpore tra i sostenitori di un’economia sostenibile affermando di non escludere l’acquisto di obbligazioni verdi presso dei produttori di combustibili fossili, ciò che solleva interrogativi sulla definizione di "investimenti ecologici".

Investimenti a impatto

La società di investimento ginevrina Quadia fa parte di quelle aziende, sempre più numerose in Svizzera, che si interessano a un altro importante ambito della finanza verde: l’investimento a impatto, una forma d’investimento socialmente ed ecologicamente responsabile. Quadia lavora in particolare con aziende innovative che fanno fatica a trovare fondi sui mercati finanziari tradizionali.

Questo nuovo modello d’affari è molto attrattivo per gli investitori, afferma Bertrand Gacon. Non solo per il suo impatto sociale e ambientale, ma anche perché genera dei rendimenti elevati e perché consente di diversificare il portafoglii.

Bertrand Gacon, che è pure responsabile degli investimenti a impatto presso la banca privata Lombard Odier, osserva che i banchieri devono però ancora adattarsi a questo «cambiamento culturale» e diventare più consapevoli di tutti i benefici della finanza sostenibile.

L’alveare che dice sì!

Tra le aziende sostenute da Quadia c’è “La Ruche qui dit oui” (“L’alveare che dice sì”), una società francese specializzata nella fornitura di alimenti. In media, la distanza tra produttori (agricoltori e artigiani) e consumatori che partecipano a questa rete è di 43 chilometri. In gergo si parla di “circuiti corti”.

Quasi il 25% delle emissioni di gas a effetto serra proviene dall’agricoltura e dal trasporto delle derrate alimentari, rammenta Aymeric Jung di Quadia.

Grazie alla partecipazione di Quadia, e di tre altri investitori, “La Ruche qui dit oui” ha potuto espandersi in Germania, Spagna, Regno Unito e Italia. Attualmente dispone di 700 “alveari” dai quali distribuisce gli alimenti di 4'000 produttori.

«Questa è una soluzione che favorisce nuove abitudini alimentari grazie a un nuovo sistema che permette di ridurre le conseguenze negative dovute ad alimenti che fanno tre volte il giro del mondo prima di approdare sui nostri piatti», spiega Aymeric Jung.


Traduzione e adattamento dall'inglese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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