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Isabelle Huppert


«Amo Locarno perché ama il cinema»


Di Françoise Gehring, Locarno


Isabelle Huppert, una 58enne dal viso radioso. ()

Isabelle Huppert, una 58enne dal viso radioso.

Si presenta in jeans e giacca blu. Un velo di trucco su un volto delicato incorniciato dalla inconfondibile chioma rossa. Isabelle Huppert parla della sua esperienza cinematografica e della sua particolare relazione con la Svizzera.

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Sono le prime parole di Isabelle Huppert, la celebre attrice francese a cui il Festival del film Locarno ha attribuito l'Excellence Award. «A scuola non ho mai ricevuto la nota eccellente, quindi a Locarno ricevo infine un premio all'eccellenza, come una buona allieva», annota divertita Huppert, che di riconoscimenti ne ha avuti tantissimi. A tratti severa e algida, a tratti dolce, estremamente precisa nell'impiego delle parole, Huppert svela tutta la sua forza.

«Isabelle Huppert – ricorda il direttore artistico Olivier Père introducendo l'incontro  di domenica allo Spazio Cinema  - è indiscutibilmente una delle migliori attrici contemporanee, ha costruito il suo percorso scegliendo ruoli complessi e indimenticabili, ma anche registi che rappresentano le personalità più forti del cinema moderno. Un ventaglio di ruoli che sembra infinito fatto di maestria e passione, istinto e intelligenza, impegno e abbandono». Centosei sei i film in cui ha girato.

Un legame speciale con la Svizzera

È lo stesso Olivier Père a far notare la relazione speciale dell'attrice francese con la Svizzera: ha girato film con gli svizzeri Claude Goretta, Jean-Luc Godard, Ursula Meier. Ha girato film in Svizzera, come Villa Amalia e Merci pour le chocolat. «Credo che fosse Jean-Luc Godard ad aver detto che la Svizzera è come un grande studio hollywoodiano con tante mucche. Ho un legame molto forte con la Svizzera. Vengo spesso a Losanna e Ginevra a recitare nei teatri».

Al di là dell'aneddotica, l'incontro con il regista svizzero Claude Goretta, che Locarno omaggia con un Pardo alla Carriera, è stato indubbiamente una pietra miliare nell'edificazione del suo percorso cinematografico. Soprattutto perché nel film La Merlettaia (La Dentellière, 1977), Huppert ha avuto il primo ruolo che le ha permesso di toccare molte corde dentro di sé.

Quelle corde che esistevano già prima ma che il personaggio di Pomme ha fatto vibrare.  L'attrice francese ricorda con affetto lavori precedenti, quelli che già preludevano ad una dimensione più profonda, come il ruolo nel film Aloïse, girato a La Chaux-de-Fonds nel 1975, che narra la storia della pittrice svizzera di Art Brut Aloïse Corbaz, internata in un manicomio e in cui Huppert interpreta la pittrice da giovane.

È comunque La Merlettaia che la rivela al grande regista francese Claude Chabrol, che la chiama ad interpretare l'avvelenatrice Violette Nozière (la sua prima Palma D'oro come attrice): «A quell'età – commenta Huppert - si ha del cinema un'idea piuttosto superficiale, quella del primo piano e della seduzione; in questo caso si trattava invece di interiorità, profondità, sofferenza, senza escludere la seduzione, che c'era, ma più nascosta».

L'attrice più morta del cinema

La lunga e ricca carriera di Isabelle Huppert, perfettamente coerente sia nella scelta dei registi che dei personaggi, è caratterizzata da personaggi scolpiti sulla propria pelle. L'attrice più morta nella storia del cinema - commenta il moderatore a cui Huppert fa eco dando, divertita, ulteriori dettagli sulle sue morti – ha paradossalmente interpretato ruoli femminili spesso complessi e pieni di vita.

«In questi ruoli forti – spiega Huppert - l'attrice stessa è il personaggio. L'unica possibilità per portare sullo schermo un personaggio è di essere se stessi, perché quello che si interpreta è prima di tutto una persona. Recitare significa fare circolare la materia viva e affinché ciò avvenga, affinché il ruolo diventa materia, l'unica maniera è quella di imporre se stessi». Solo così avviene l'incarnazione del personaggio.

Questa stretta ed intima relazione tra la donna e l'attrice appare davvero come la linfa vitale che alimenta il successo di Isabelle Huppert, secondo cui  «lo scopo ultimo dell'attore non è quello di essere in primo piano, che soddisferebbe un desiderio narcisista, ma di avvicinarsi il più possibile a una verità».

L'attrice più disperata del cinema

Sul suo ruolo di attrice è molto chiara. «Essere attrice è qualcosa che sento dentro. Quando leggo un copione è come se avessi un'apparizione. Il vero lavoro non sta tanto nel ruolo del personaggio, quanto piuttosto nella scelta del ruolo. Una volta scelto, tutto diventa molto facile». E lei, in questo, è maestra. «Perché il cinema non è solo un traffico di interessi economici, è anche traffico di affetti: si dà e si prende qualcosa».

Spesso al cinema porta personaggi complessi, borderline, tormentati, pieni di asprezze e di follia, trasgressivi. «Il cinema non è fatto solo di belle gente che si comporta bene. È vero, ho avuto molti ruoli di donne con problemi sociali o psicologici, donne in situazioni disperate che lottano per sopravvivere con ogni mezzo».

Personaggi, del resto, che lei riesce a rendere sullo schermo in modo incredibile e inquietante. «Non cerco di simpatizzare con loro, cerco di entrare in empatia con loro, di capirle. La follia che è dentro di noi e in realtà  sofferenza, esprimono difficoltà  a cui è difficile sopravvivere. Esprimono anche sentimenti che appartengono a tutti».

A Locarno era già venuta nel 1994 per presentare L'Inondation, il film di Igor Minaiev. «Per me Locarno rappresenta questo: l'amore per il cinema, il grande cinema».

Una vita per il cinema

Isabelle Ann Madeleine Huppert nasce a Parigi il 16 marzo 1955. Frequenta il conservatorio di Versailles.

Dopo una carriera di successo in teatro, inizia a lavorare per il cinema nel 1972 con Faustine e Le bel été (era tuttavia già apparsa in televisione l'anno prima).

Isabelle Huppert si distingue nel suo primo grande ruolo con La merlettaia del regista svizzero Claude Goretta.

La sua magistrale interpretazione in Violette Nozière le vale la consacrazione internazionale (premio per la migliore interpretazione femminile al Festival di Cannes) e segna l'inizio di una collaborazione intensa e fruttuosa con Claude Chabrol (sette film insieme, tra cui Un affare di donne e Il buio nella mente, per i quali è stata premiata come migliore interpretazione femminile al Festival di Venezia).

Ha lavorato con i più importanti registi francesi come Maurice Pialat, André Téchiné, Benoît Jacquot, Jacques Doillon, Bertrand Tavernier, Olivier Assayas, Claire Denis, Patrice Chéreau ed europei come Jean-Luc Godard, Marco Ferreri, Werner Schroeter, Michael Haneke.

Debutta nel cinema americano con un ruolo nel kolossal di Michael Cimino I cancelli del cielo (1980). Ha lavorato inoltre con Hal Hartley, Curtis Hanson e David O'Russell.

swissinfo.ch



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