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L’asilo della discordia


L’accoglienza dei profughi mette alla prova 160 anni di solidarietà


Di Clare O'Dea, Fribourg


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I bambini orfani, le persone obese ed ora i profughi: da 160 anni, i residenti dell’istituto friburghese della Guglera sono lo specchio dei cambiamenti sociali che hanno trasformato la Svizzera moderna. Oggi però il futuro dell’istituto come centro d’accoglienza per richiedenti l’asilo divide l’opinione pubblica.


La Guglera ha offerto letti, educazione e terapie per 160 anni. (Institut St.Joseph Guglera)

La Guglera ha offerto letti, educazione e terapie per 160 anni.

(Institut St.Joseph Guglera)

Vestiti di soli stracci, i poveri che hanno occupato la Guglera a metà del XIX secolo non hanno atteso nemmeno che l’edificio fosse completato, tanto la miseria in quegli anni era grande in Svizzera.

L’orfanotrofio di quattro piani, con annessa una scuola, ha attraversato le epoche ed è stato ampliato negli anni Novanta. Se il paesaggio tranquillo che lo circonda, con pascoli e boschi, non è cambiato molto, oggi una nuvola nera sembra oscurare la Guglera.

Le autorità federali e cantonali sono state accolte con fischi e campanacci alla serata d’informazione organizzata a fine febbraio per presentare il nuovo centro per richiedenti l’asilo della Guglera. All’esterno, diversi falò sono stati accesi in segno di protesta.

Un simbolo che ha fatto il giro della Svizzera, suscitando costernazione e preoccupazione. In un’intervista al quotidiano Le Temps, il direttore di Caritas Hugo Fasel ha denunciato una strumentalizzazione dell’evento da parte dell’Unione democratica di centro e ha parlato di un evento storico. «Dei falò contro esseri umani che chiedono aiuto: chi potrà mai dimenticarlo?». 

Lo scorso mese di febbraio, la Segreteria di Stato della migrazione ha deciso di acquistare la proprietà e di adibirla a centro d’accoglienza per richiedenti l’asilo. Una proposta che ha suscitato un certo malcontento tra la popolazione.

Preoccupazione

Come altri paesi europei, la Svizzera è confrontata con una crescente pressione migratoria. Ogni anno, oltre 20mila profughi – provenienti in particolare da Siria ed Eritrea – attraversano il confine per chiedere asilo alla Svizzera. I posti di accoglienza però scarseggiano e la Confederazione ha sempre più difficoltà a convincere i comuni ad accettare un nuovo centro sul loro territorio. Anche nel distretto della Singine, dove si trova la Guglera, la popolazione è preoccupata e le autorità locali sono sul piede di guerra.

Il proprietario dell’istituto, l’imprenditore Beat Fasnacht, afferma di essere stato costretto a vendere per ragioni finanziarie. Per lui si tratta però anche di una questione di principio. 

«Tutti devono capire che ci troviamo sulla stessa barca. Non esiste un altro mondo nel quale rifugiarsi se qualcosa va storto. Ciò significa che tutti – dal mondo della finanza a quello dell’economia e della politica fino alle istituzioni sociali – devono collaborare in modo più intenso».

È proprio la collaborazione tra i dirigenti d’impresa, la Chiesa cattolica e le comunità locali ad aver permesso alla Guglera di esistere.

Povertà cronica

È stato Fridolin Meyer, un prete del vicino villaggio di Plasselb, a lanciare l’idea di aprire una casa per i poveri alla Guglera per far fronte alla povertà cronica che ha colpito la regione negli anni quaranta dell’Ottocento. Un gruppo di dieci cittadini impegnati aveva già acquisito il terreno a questo scopo.

«All’epoca, gli indigenti che erano in grado di lavorare venivano solitamente mandati nelle fattorie a lavorare nella servitù. I bambini, gli infermi e gli anziani non avevano però alcun posto dove andare», racconta lo storico Anton Jungo. La mendicità era endemica nei villaggi della regione e nella città di Friburgo, a poco più di dieci chilometri.

Il sacerdote idealista si è così lanciato in una campagna di raccolta fondi e ha convinto i quattro comuni vicini a partecipare al progetto. Nel marzo del 1851 ha comprato la fattoria di Guglera e ha iniziato a costruire l’istituto con l’idea di ospitare 300 persone.

Le suore di Ingenbohl davanti alla scuola. (Institut St. Joseph Guglera)

Le suore di Ingenbohl davanti alla scuola.

(Institut St. Joseph Guglera)

Nonostante le buone intenzioni, il sacerdote non è tuttavia riuscito a raccogliere denaro a sufficienza per realizzare il suo sogno. È a quel punto che è entrato in scena padre Theodosius Florentini, tra le personalità di spicco della Chiesa cattolica svizzera del XIX secolo. Versatile e instancabile cappuccino, Florentini aveva appena fondato una nuova congregazione autonoma, quella delle suore di carità della Santa Croce, quando il canton Friburgo gli ha chiesto di riprendere la Guglera. Florentini ha accettato e ha confidato l’incarico di gestire l’istituto alle suore, che ne hanno fatto un orfanotrofio.

Giorni di scuola

A cavallo del secolo, c’erano però già molti orfanotrofi attivi nella regione e la scuola della Guglera ha così iniziato ad accogliere allievi esterni. In poco tempo le suore hanno trasformato la casa in un collegio, l’Istituto St Joseph.

«Nella regione, c’erano pochissimi posti disponibili nelle classi post scuola elementare. Le famiglie che potevano permetterselo mandavano così i loro bambini alla Guglera, dove ricevevano una buona eduzione bilingue, francese e tedesco», afferma Jungo.

Le studentesse avevano corsi di lingue ed economia domestica. (Institut St.Joseph Guglera)

Le studentesse avevano corsi di lingue ed economia domestica.

(Institut St.Joseph Guglera)

La mancanza di vocazioni a partire dalla metà del XX secolo ha però costretto le suore ad assumere insegnanti laici e la scuola è presto diventata un fardello. Così, a partire dal 2004 hanno deciso di ridurre l’offerta e di non più aprire nuove classi.

Nel 2006 sono emersi nuovi acquirenti con un progetto in testa: Beat Fasnacht e sua moglie Gaby Fasnacht-Müller volevano aiutare i giovani in sovrappeso e ospitarli alla Guglera. 

Con una certa fierezza, Fasnacht ci mostra le installazioni dell’istituto, che includono un atelier artistico, una biblioteca e una sala informatica. «Sono stato influenzato dalla mia prima moglie, che era obesa. È morta oltre trent’anni fa, dopo aver sofferto per tutta la vita a causa del suo peso».

L’istituto ha ospitato finora 150 giovani in sovrappeso, che vengono aiutati a riprendere uno stile di vita sano e a ricominciare una carriera professionale. Venti persone vi lavorano, incluso Beat Fasnacht e la sua famiglia, che risiedono nello stabile.

Anche se Fasnacht ha ormai raggiunto l’età della pensione, vuole proseguire il suo lavoro e costruire uno stabile più grande. Come sempre però, trovare i finanziamenti non è facile.

L’annuncio della vendita della casa principale della Guglera per trasformarla in centro di accoglienza per richiedenti l’asilo è giunta a sorpresa e ha stupito parte della popolazione. Durante una serata informativa, Beat Fasnacht è stato accusato di voler trarre profitto dalla situazione.

Ma l’imprenditore ha anche ricevuto messaggi di sostegno. «Non c’è alcun dubbio che i richiedenti l’asilo sono il nuovo gruppo di persone più vulnerabili nella nostra società e hanno bisogno di essere accolti da qualche parte. I precursori di Beat Fasnacht, nel XIX secolo, sarebbero d’accordo con lui», afferma Anton Jungo. 

swissinfo.ch

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