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La transizione tunisina "La democrazia partecipativa è una questione di mentalità"

Contrariamente agli altri paesi che hanno vissuto la «primavera araba», la Tunisia è riuscita a portare avanti il processo di transizione post Ben Ali. Per il giurista Yadh Ben Achour, che ha svolto un ruolo chiave nella preparazione delle riforme politiche, questo successo ancora fragile è legato alla storia del paese e a una certa esperienza di consenso e democrazia partecipativa.

Gioia e soddisfazione in seno al Parlamento tunisino dopo l'approvazione della nuova Costituzione, il 26 gennaio 2014.

(Reuters)

Malgrado la minaccia terroristica e securitaria, la Tunisia prosegue il suo cammino democratico, forte di una nuova Costituzione e dell’elezione di un parlamento e di un presidente permanenti. Intervista col professor Yadh Ben Achour, a capo della "Alta istanza per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica", di passaggio a Ginevra.

swissinfo.ch: Nel 2011 ha diretto questa istituzione incaricata di portare avanti le riforme politiche. Quali sono le principali lezioni che ha tratto da questa esperienza?

Yadh Ben Achour: Eravamo in un periodo rivoluzionario e in simili circostanze il diritto non può governare integralmente la realtà. Ma non si può mai fare a meno delle leggi, anche nel mezzo di una rivoluzione!

Global Forum Tunisi 2015 Vecchi e saggi signori a Tunisi, nuovi poteri in provincia

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La decentralizzazione è una delle sfide con cui è confrontata la Tunisia, Stato molto centralizzato e gerarchizzato. Le strutture che permettono ai cittadini di partecipare al processo decisionale esistono, ma sono un po’ «dei gusci vuoti», afferma l’esperto svizzero di democrazia Andreas Gross. 

Il tema della decentralizzazione sarà al centro del Global Forum sulla democrazia diretta modernaLink esterno, in programma a Tunisi dal 14 al 17 maggio. Il parlamentare socialista Andreas GrossLink esterno terrà uno dei discorsi d’apertura della conferenza.

swissinfo.ch: La Tunisia ha gravi problemi economici e la popolazione non sta meglio rispetto a prima della rivoluzione del 2010/2011. Pensa che il Global Forum possa dare un segnale di speranza che verrà inteso dai cittadini di questo paese?

Andreas Gross: I tunisini sembrano percepirlo così. Molti sono contenti delle discussioni previste, poiché sono convinti che possano permettere di compiere dei passi in avanti. Inoltre alla conferenza sono annunciati circa 400 partecipanti. Ogni visita dall’estero è considerata da molti tunisini come un segnale incoraggiante. L’unica rivoluzione democratica in un paese arabo merita il nostro appoggio.

swissinfo.ch: Nella nuova Costituzione tunisina sta scritto «Decentralizzazione attraverso la partecipazione». Ed è questo anche il titolo del forum. Quali sono i principali problemi che si incontrano sulla strada di una maggiore autonomia dei comuni e delle province?

Andreas Gross, 62 anni, è storico, politologo ed è considerato uno degli specialisti delle questioni legate alla democrazia diretta. Da 24 anni è consigliere nazionale socialista del canton Zurigo. È anche membro del Consiglio d’Europa, dove da otto anni presiede il gruppo socialdemocratico.

In occasione delle elezioni tunisine del 2011 e del 2014, Gross è stato membro della delegazione di osservatori del Consiglio d’Europa.

Complessivamente ha soggiornato dieci volte in Tunisia dalla rivoluzione del 2011, entrando in contatto con numerosi attori.

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A.G.: La struttura fortemente centralizzata dello Stato attuale e la mancanza di esperienza in materia di autonomia locale e regionale. Pur non essendo mai stata una colonia francese, la Tunisia ha lo stesso sistema centralistico e gerarchizzato della Francia. Le differenze tra le regioni per quanto concerne la speranza di vita sono enormi. Queste disparità economiche regionali sono state una delle cause della rivoluzione. In certe parti del paese, non è mai stato possibile vivere dignitosamente. Cambiare questa situazione è molto difficile. È però il compito che si sono assunti il nuovo parlamento e il nuovo governo.

Le esperienze in materia di democrazia diretta e federalismo – entrambi elementi essenziali per la suddivisione del potere – possono essere d’aiuto. Cultura della sussidiarietà significa che più i problemi possono essere risolti dai cittadini, migliori sono i risultati.

Di conseguenza è necessario proseguire le riforme rivoluzionarie. Bisogna continuare a fare leva su questo slancio rivoluzionario, poiché non è ancora tramontato.

swissinfo.ch: Vi sono però anche tendenze controrivoluzionarie…

A.G.: Ne ho sentito parlare. La Tunisia può però contare su una società civile molto sviluppata e bene organizzata. Se il governo o il parlamento dovessero dirigersi nella direzione sbagliata, la gente scendere subito in piazza per criticare le autorità, così come ha già fatto alcune volte in questi ultimi quattro anni.

swissinfo.ch: A che punto si trova la Tunisia in questo processo di suddivisione dei poteri? Vi sono comuni e regioni in cui i cittadini possono già partecipare al processo decisionale?

A.G.: Esistono, ma sono un po’ dei gusci vuoti. Queste strutture devono quindi essere riempite. Spesso, chi ha molto potere non è disposto a condividerlo. In questi casi è necessario che la popolazione faccia pressione. Nelle prossime elezioni regionali, sarà importante che vengano eletti coloro che portano avanti questa idea della rivoluzione dal basso, per fare avanzare la decentralizzazione.

swissinfo.ch: Yadh Ben Achour, presidente dell’Alta istanza per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione e, come lei, tra i principali oratori della conferenza, ha designato la modernizzazione della società avvenuta sotto Bourghiba come un fondamento della rivoluzione dei gelsomini. È un’opinione che condivide?

A.G.: Bourghiba era una personalità molto autoritaria. Col Codice dello statuto della persona del 1956, che dà alle donne gli stessi diritti che agli uomini, si era però spinto molto in là. Più della Svizzera, ad esempio. Ha dato il libero accesso all’istruzione. Ciò è sfociato nell’apparizione di organizzazioni della società civile molto forti. È una delle ragioni per cui la rivoluzione tunisina è riuscita. Oggi queste organizzazioni sono molto utili nel processo di decentralizzazione.

Piattaforma sulla democrazia diretta

Il Global Forum sulla democrazia diretta moderna si svolge dal 14 al 17 maggio 2015 a Tunisi.

Il tema della conferenza è «Decentralizzazione attraverso la partecipazione» (#globfor15Link esterno).

Per l’occasione swissinfo.ch lancerà il suo nuovo portale «Democrazia diretta» (#citizenpowerLink esterno).

Questa piattaforma in dieci lingue presenta le sfide, le discussioni e più in generale tematiche relative ai diritti popolari e alla partecipazione democratica.

A questa iniziativa di swissinfo.ch collabora anche il sito People2Power, diretto dalla specialista di democrazia svizzero Bruno Kaufmann. 

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swissinfo.ch: Molti posti importanti nel governo e in parlamento sono occupati da politici anziani. Ritiene che questi abbiano la volontà di condividere il potere?

A.G.: Il modo in cui pone la domanda non rende giustizia a queste persone. La rivoluzione deve molto ad alcune di loro. Ad esempio, il fatto che non sia sfociata in scontri violenti o abbia subito importanti battute d’arresto. Il problema principale è il rapporto tra religione e Stato. Il dittatore deposto aveva vietato o emarginato la religione. Adesso che è di nuovo permessa, domina. Per trovare il giusto equilibrio tra religione e Stato è necessario un processo di apprendimento sociale, possibile solo se si è liberi di criticare.

Questi anziani signori a volte erano già presenti ai tempi di Bourghiba, ma negli ultimi 15 anni hanno preso le distanze da Ben Ali. Yadh Ben Achour è uno di loro. La commissione rivoluzionaria che presiede ha creato un ponte decisivo tra la rivoluzione e l’Assemblea costituente. Ha integrato le diverse componenti della rivoluzione e ha gettato le basi per due elezioni libere. È anziano, ma è molto intelligente e saggio. Così come Béji Caïd Essebsi, il nuovo presidente. Vogliono veramente tradurre in atti i valori della rivoluzione e non hanno grandi ambizioni personali. La Tunisia è un esempio di come persone sagge con radici nella vecchia società possano costruire dei ponti importanti per la nuova società rivoluzionaria.

swissinfo.ch: L’attacco dei fondamentalisti al museo nazionale del Bardo in marzo ha mostrato quanto sia fragile la Tunisia. È d’altronde da questo paese che proviene la maggior parte degli stranieri ingaggiati nelle fila dell’IS. Come valuta il pericolo che questi combattenti di ritorno dalla Siria fanno pesare sul paese?

A.G.: La domanda da porsi è piuttosto di sapere perché migliaia di giovani tunisini lasciano il paese per aggregarsi a estremisti violenti. Le spiegazioni vanno ricercate nella mancanza di prospettive e nella miseria che attanaglia molti giovani. Economicamente, molti stanno male. Il turismo, il più importante settore economico del paese, soffre.

Anche il fatto di avere un vicino come la Libia gioca un ruolo importante. La Libia è uno Stato in piena deliquescenza. Da questo paese è affluito in Tunisia un milione di profughi. E un altro milione è giunto dalle zone di guerra dell’Africa sub-sahariana. Su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, ciò rappresenta dal 10 al 20%. Ciò crea problemi enormi.

La più grande difficoltà è di riuscire ad estirparsi da questa miseria economica. Ai giovani, che proprio a causa di questa miseria e di questa mancanza di prospettive hanno dato il via alla rivoluzione, bisogna offrire delle opportunità. È il miglior sistema per lottare contro la strumentalizzazione della miseria da parte dei fondamentalisti islamici.

swissinfo.ch: Per ritornare al forum, qual è l’aspetto di cui si rallegra di più?

A.G.: Prima di tutto il fatto che io svizzero, quindi figlio della sola rivoluzione riuscita della Primavera dei popoli del 1848, posso assistere all’unica rivoluzione riuscita della Primavera araba del 2011. In secondo luogo per le risposte. In particolare a una domanda che mi sta a cuore. Ovvero perché dopo la rivoluzione è stata redatta un’ottima Costituzione, senza però sottoporla a referendum popolare, come avviene di solito dopo una rivoluzione democratica. Non hanno voluto mettere questo puntino sulle i. E mi chiedo perché. 

Il risultato è stata la creazione di una sorta di “parlamento” attraverso l’Alta istanza. Era composto di partiti politici di una certa fama, perché avevano  resistito alla dittatura di Ben Ali, indipendentemente dalle loro ideologie. Erano tutti all’opposizione e si erano coalizzati dopo lo sciopero della fame nell’ottobre 2005 attraverso una piattaforma comune, che svolgerà un ruolo  nell’elaborazione finale della Costituzione. Di fatto, l’Alta istanza – senza legittimità elettiva – era costruita sul consenso.

Grazie a questo lavoro mi sono reso conto di quanto l’esistenza di un consenso prerivoluzionario sia stata preziosa. È questa esperienza di democrazia partecipativa che ci ha permesso di attraversare con successo il periodo di transizione e di giungere a una nuova Costituzione. Dopo tutto si tratta di una Costituzione democratica, malgrado la presenza al potere di un partito islamista.

Yadh Ben Achour

Nato il 1º giugno 1945 alla periferia di Tunisi, questo avvocato tunisino è esperto di diritto pubblico e teorie politiche islamiche.Ha diretto la facoltà di scienze giuridiche, politiche e sociali di Tunisi (1993-1999), è stato membro dell'Istituto di diritto internazionale e del comitato di esperti incaricato dell’elaborazione di un rapporto sullo sviluppo umano nel mondo arabo (2007).Il 15 gennaio 2011 è stato scelto per presiedere la "Commissione Nazionale per le Riforme Politiche", ribattezzata due mesi dopo “Alta istanza per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica”. Ha pubblicato diversi libri e articoli accademici. 

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swissinfo.ch: Qual è il segreto di questa eccezione tunisina in un mondo arabo agitato e poco o per nulla democratico?

Y.B.A: Il segreto della cosiddetta “eccezione tunisina” è legato a un certo numero di elementi. Prima di tutto, vi è l’esperienza di Bourghiba [primo presidente della Tunisia, 1957-1987] che malgrado il carattere autoritario del suo governo, ha portato avanti delle riforme moderniste, in particolare per quanto riguarda il diritto della famiglia, la liberazione delle donne e la modernizzazione delle mentalità. Queste riforme si sono radicate in profondità nel nuovo spirito civico tunisino, soprattutto a livello legislativo, ma anche di atteggiamento del popolo.

Oggi abbiamo ritrovato questa eredità ! Dopo la rivoluzione i tunisini hanno difeso in modo quasi passionale i diritti delle donne. E nonostante il loro carattere profondamente credente, hanno ripreso da Bourghiba la volontà di non mescolare politica e religione. Quando l’ala radicale del partito maggioritario Ennahdha ha cominciato a voler portare avanti grandi progetti di islamizzazione dello Stato e della società, la società nella sua maggioranza ha reagito immediatamente.

La fortuna della Tunisia è quella di avere una lunga esperienza riformista che risale al 19esimo secolo. Anche Bourghiba s’inserisce in un processo secolare, che inizia con il Patto fondamentale del 1861. Abbiamo dunque una tradizione riformista, costituzionalista e statalista. È su questa tradizione che si è basata la società tunisina per far fronte a un governo la cui ala radicale voleva islamizzare lo Stato e la società. E se alla fine abbiamo una Costituzione democratica, è perché la Tunisia ha sufficienti risorse storiche dalle quali attingere.

Yadh Ben Achour

(Reuters)

swissinfo.ch: In un testo pubblicato di recente, afferma che la Costituzione del 27 gennaio 2014 "è prima di tutto il risultato di una cittadinanza nascente" in Tunisia. Pensa che questa dinamica continuerà a svilupparsi?

Y.B.A: Abbiamo portato avanti questa sperimentazione della democrazia in modo spontaneo: la società si è sentita provocata dai tentativi di islamizzazione ed il tema è stato ampiamente dibattuto.

È per questo motivo che in quest’articolo ho scritto che la Costituzione è il prodotto di una cittadinanza nascente. La cittadinanza è la libertà del soggetto di diritto, la libertà di ogni individuo che deve affermare la sua presenza di fronte allo Stato. Si tratta di un equilibrio difficile da raggiungere – tranne nei regimi democratici – tra le convinzioni personali e quelle collettive da un lato, e la libertà dell’individuo e l’autorità dello Stato dall’altra. Abbiamo conquistato la libertà dell’individuo nei confronti dello Stato, ma non abbiamo ancora trovato il punto d’equilibrio.

swissinfo.ch: Negli ultimi anni sono state valutate diverse proposte per accrescere la partecipazione dei cittadini nei processi decisionali. Un capitolo della Costituzione è ad esempio dedicato al potere locale, alla possibilità per il presidente di ricorrere al referendum. Questo approccio partecipativo si svilupperà a livello locale e regionale?

Y.B.A: Queste sono tecniche giuridiche, ma la democrazia partecipativa non è una questione giuridica ma di mentalità, di esperienza. Il diritto non crea un fenomeno, l’organizza in seguito. La democrazia partecipativa è creata dallo spirito maggioritario di un popolo.

Se le mentalità restano le stesse, anche con le migliori Costituzioni e leggi del mondo, non si faranno passi avanti. Al contrario, il problema potrebbe aggravarsi. Le faccio un esempio: la democrazia locale e il potere locale sono una cosa eccellente, ma solo se c’è un’unità all’interno della società in grado di resistere alle divisioni. In altre parole, più unità che divisioni, più prosperità che povertà. Negli ultimi anni, tuttavia, abbiamo visto riemergere il fenomeno del tribalismo, che credevamo scomparso. Lasciando troppa libertà ai governi locali, vi è il rischio di incoraggiare questo tipo di divisioni, che possono diventare ancor più pericolose.

swissinfo.ch: A metà maggio, la Tunisia ospita la 5a sessione del Forum mondiale sulla democrazia diretta moderna. Quale impatto potrebbe avere una simile manifestazione sulle dinamiche in corso nel paese?

Y.B.A: Credo che questo tipo di manifestazione – con la campagna pubblicitaria che è stata fatta – non può che essere benefica al paese. Perché il cambio di mentalità passa dalla comunicazione.

Se prendiamo ad esempio temi come i diritti umani, la democrazia o la partecipazione, più se ne parla, più si radicano nella mente delle persone e permettono di sviluppare un maggiore livello di consapevolezza. È un cammino lungo, che non si può misurare sulla scala della storia recente. Ma un forum come questo non può che essere utile alla Tunisia. 


Sette mesi di dibattiti e scossoni politici 

4 gennaio 2011: Dopo un mese di manifestazioni e scontri con la polizia, l'ex presidente Ben Ali lascia  la Tunisia e cerca rifugio in Arabia Saudita con la moglie e atri membri della famiglia. 

5 gennaio: Yadh Ben Achour accetta la proposta del primo ministro di  presiedere la Commissione per la riforma politica, incaricata di rivedere la  Costituzione del 2002 e riformare le leggi.

3 marzo 2011: In seguito a forti pressioni da parte della popolazione, di alcuni partiti politici e dei sindacati, il presidente del primo periodo transitorio annuncia la sospensione della Costituzione e la creazione della "Alta istanza per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione, della riforma politica e della transizione democratica". Questa dovrà servire da quadro giuridico per l’organizzazione delle future elezioni. 

13 ottobre 2011: Dopo sette mesi di dibattiti e scossoni politici, l’Alta istanza presenta una base legale per l’elezione dell’assemblea costituente (ANC), elegge l’Istanza superiore indipendente per le elezioni (Isie) e definisce la sua organizzazione. 

23 ottobre 2011: Organizzazione delle prime elezioni libere democratiche in Tunisia per scegliere i 217 membri della nuova costituente. 

26 gennaio 2014: L’Assemblea costituente adotta a grande maggioranza (200 su 217) la nuova Costituzione tunisina.26 ottobre 2014: Viene eletta una nuova assemblea dei rappresentanti del popolo (ARP). Il partito Nidaa Tounes (che riunisce membri dell’ex partito al potere, sindacalisti, personalità di sinistra e indipendenti) arriva in testa con 86 seggi, seguito da Ennahdha (partito islamista) con 69 rappresentanti. 

18 dicembre 2014: Béji Caid Essebsi, ex primo ministro (da marzo a dicembre 2011) ed ex ministro di Bourghiba viene eletto presidente della Repubblica tunisina con il 55,7% dei voti.

5 febbraio 2015: Il nuovo governo guidato da Habib Essid ottiene la fiducia dell’ARP. Comprende ministri appartenenti a Nidaa Tounes e ad altri tre partiti di tendenza liberale e conservatrice, tra cui Ennahdha.

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(Traduzione dal francese: Andrea Tognina), swissinfo.ch


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