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Libera circolazione


Svizzera e UE: lo scenario "spericolato" prende forma


Di Tanguy Verhoosel, Bruxelles


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L'attuazione dell'iniziativa sul freno all'immigrazione ha creato seri grattacapi alla ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga e ai suoi colleghi di governo. (Keystone)

L'attuazione dell'iniziativa sul freno all'immigrazione ha creato seri grattacapi alla ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga e ai suoi colleghi di governo.

(Keystone)

Berna e Bruxelles stanno ancora cercando di trovare una soluzione amichevole al problema della libera circolazione delle persone. La clausola di salvaguardia proposta dal governo svizzero ha, tuttavia, poche chance di essere approvata dall'Unione Europea (UE).

"È difficile": la presidente della Confederazione, Simonetta Sommaruga, lo ha confermato lei stessa l'8 dicembre, dopo una visita a sorpresa a Bruxelles, dove ha incontrato il ministro degli esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn (il cui paese presiede attualmente l'UE), e il capo negoziatore della Commissione europea, Christian Leffler. Le "consultazioni" condotte da Berna e Bruxelles per trovare una soluzione all’enigma della libera circolazione delle persone sembrano destinate al fallimento o, in ogni caso, non lasciano intravvedere molte speranze di successo. 

I dati del problema sono noti: il governo svizzero si è ritrovato di fronte alla quadratura del cerchio dopo che il popolo aveva adottato, il 9 febbraio del 2014, l'iniziativa "contro l'immigrazione di massa". 

Programmi di cerca minacciati

Il 4 dicembre, il governo svizzero ha indicato che accordo di compromesso con l'UE sulla clausola di salvaguardia consentirebbe alla Confederazione di ratificare il protocollo che estende alla Croazia, il 28° Stato membro dell'Unione, il campo d'applicazione dell'accordo sulla libera circolazione delle persone. 

"Questa è una delle condizioni affinché la Svizzera possa continuare a partecipare al programma europeo di ricerca Orizzonte 2020 oltre il 2016”, ha specificato il governo. 

Ciò significa che, senza soluzione comune, la Svizzera non potrà ratificare il protocollo e che, dal 2017, i suoi ricercatori saranno esclusi dal vasto programma di ricerca e sviluppo dell’UE. 

Berna farà quindi il possibile per trovare un compromesso con l'UE. Da parte loro, i membri dell’Unione faranno probabilmente leva su questo argomento per tentare di ottenere concessioni da parte svizzera, in particolare per quanto riguarda il quadro istituzionale.

I Ventotto vogliono, tra le altre cose, stabilire un meccanismo efficace per la risoluzione delle controversie con Berna, accordando un ruolo di primo piano alla Corte di giustizia europea.

In base al nuovo articolo costituzionale, governo e parlamento devono introdurre, entro il 9 febbraio 2017, un sistema di contingenti e di tetti massimi per frenare l’immigrazione, conformemente al testo dell’iniziativa. Per l'UE, delle quote sono inconciliabili con l'accordo bilaterale sulla libera circolazione delle persone, in vigore tra Berna e Bruxelles. E, in caso di disdetta di questo accordo, verrebbe revocato automaticamente tutto il pacchetto di trattati bilaterali conclusi nel 1999. 

Clausola di salvaguardia 

Per attuare l’iniziativa, lo scorso 4 dicembre il governo svizzero ha annunciato che intende negoziare con l'UE una "clausola di salvaguardia", i cui contorni rimangono poco chiari. In base a tale progetto, Berna potrebbe limitare i permessi di soggiorno concessi ai cittadini dell'UE in modo temporaneo e mirato, se determinate soglie d’immigrazione dovessero essere superate. 

"Ci si è lanciati in un esercizio di equilibrismo precario", ritiene l'avvocato Jean Russotto, che segue da molti anni a Bruxelles le relazioni tra la Svizzera e l'UE. 

La clausola di salvaguardia proposta dal governo svizzero verte su un'interpretazione dell'articolo 14 dell'accordo sulla libera circolazione delle persone. Secondo tale articolo, in caso di "gravi difficoltà di ordine economico o sociale", la Svizzera potrebbe applicare "misure appropriate (...) di portata e di durata limitata, per rimediare alla situazione". Si tratta però di vedere cosa si intende con il concetto di “gravi difficoltà”. 

"Una volta che i criteri sono definiti, necessariamente con finezza, la domanda è: chi decide che cosa", aggiunge Jean Russotto. E lì risiede il problema. L'articolo 14 prevede che ogni decisione debba essere presa "di comune accordo" nell'ambito del comitato misto, composto di rappresentanti della Svizzera e dell'Europa, incaricati di gestire l'accordo sulla libera circolazione delle persone. 

Piano B? 

Il problema è che l'UE si oppone al principio delle quote. E che, da parte sua, la Svizzera è ora obbligata a controllare l'immigrazione "in modo autonomo", come sancito dal nuovo articolo 121 bis della Costituzione. In breve, dice l'avvocato, "non bisogna essere un genio per intuire che, con una probabilità di oltre il 50%, la Svizzera sarà costretta ad applicare il suo “piano B", ossia l'introduzione di una clausola di salvaguardia unilaterale. Un’opzione che il Dipartimento di giustizia e polizia è stato incaricato di elaborare entro inizio marzo 2016. 

Questo scenario, spericolato, appare ancora più probabile, tenendo conto del fatto che i paesi membri dell’UE non hanno ancora concesso alla Commissione europea l'autorizzazione formale per intavolare negoziati su questo punto con le autorità svizzere. Gli ambasciatori dei Ventotto hanno discusso di questo tema il 9 dicembre, ma senza adottare nessuna decisione. Avrebbero però ribadito che "l'introduzione di quote è inaccettabile". 

I membri dell'Unione saranno pronti a negoziare?Mentre il tempo stringe per Berna, nei prossimi mesi la procedura rischia di essere ancora più lenta e complicata all’interno dell’Unione, dal momento che i paesi membri sono chiamati a risolvere un altro puzzle, ben più prioritario: quello della Gran Bretagna, le cui autorità hanno deciso di indire, entro la fine del 2017, un referendum sull’appartenenza o meno all'UE. 

Ostaggio di Londra 

Pur non facendo parte dell’UE, "la Svizzera viene presa in ostaggio da Londra", si dice a Bruxelles. 

Anche la Gran Bretagna vuole frenare l'immigrazione sul proprio territorio, compresa quella proveniente dagli altri paesi dell’UE. Le sue pretese sono tuttavia meno fondamentali rispetto a quelle di Berna. Londra non esige infatti quote per limitare l’immigrazione, ma vorrebbe restringere per quattro anni l’accesso dei lavoratori non britannici agli aiuti sociali. 

Tra gli Stati membri dell’UE "non vi è nessun consenso" su questa richiesta – benché sia meno difficile da ingoiare di quella avanzata da Berna – ha dichiarato il 7 dicembre Donald Tusk. 

Il presidente del Consiglio europeo non nutre alcuna speranza di risolvere le "differenze politiche sostanziali", che oppongono la Gran Bretagna ai suoi partner, prima del febbraio 2016. Se Bruxelles dovesse fare delle concessioni a Berna, "Il pericolo è che Londra possa ovviamente richiedere condizioni analoghe”. In altre parole: la situazione di stallo non è finita. 


Traduzione di Armando Mombelli, swissinfo.ch

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