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Libero scambio


Svizzera-Cina, un accordo o nulla


Di Alain Arnaud, Pechino


Il ministro svizzero dell'economia Johann Schneider-Ammann brinda con il ministro cinese del commercio Chen Deming (Keystone)

Il ministro svizzero dell'economia Johann Schneider-Ammann brinda con il ministro cinese del commercio Chen Deming

(Keystone)

Il ministro Johann Schneider-Ammann è in missione economica in Cina, a capo di un'imponente delegazione recatasi nel paese asiatico per rafforzare le relazioni bilaterali. Un accordo di libero scambio, nelle grandi linee, dovrebbe andare in porto prima della fine dell'anno.

È con l'aria soddisfatta che Johann Schneider-Ammann s'imbarca sul volo HU 7771 a destinazione di Xiamen, dove si reca per incontrare gli imprenditori svizzeri che vivono in quella metropoli nel sud della Cina.

Il capo del Dipartimento federale dell'economia ha appena trascorso due giorni a Pechino. Nella capitale cinese ha discusso con cinque ministri e con vari viceministri, in modo da curare i contatti ad alto livello e far avanzare il progetto di accordo di libero scambio tra la Cina e la Svizzera.

"Ci stiamo avviando verso il traguardo, ma non siamo in dirittura d'arrivo", dice il consigliere federale. "Ci sono ancora molti problemi e sfide, ma sono piuttosto fiducioso. Possiamo trovare una soluzione prima della fine dell'anno".

La missione economica del consigliere federale in Cina è ambiziosa: con lui viaggiano venticinque capitani d'industria, una decina di funzionari, giornalisti... La Svizzera dispiega i grandi mezzi per sostenere e rafforzare le relazioni bilaterali. A Pechino, organizza il Forum economico sino-elvetico, che riunisce 300 uomini e donne d'affari cinesi e svizzeri.

Per Stéphane Graber, presidente della sezione romanda della Camera di commercio Svizzera-Cina, una simile mobilitazione elvetica piace ai cinesi. "Siamo in una cultura dell'apparenza. L'arrivo della missione svizzera ha un aspetto simbolico forte, che consente di conoscere i partner con i quali si lavora. È fondamentale per sviluppare un rapporto positivo".

Ricadute proficue

Le cerchie economiche svizzere vogliono assolutamente questo accordo di libero scambio. "Ci aspettiamo benefici per la nostra industria e i nostri settori finanziari", spiega Gerold Bührer, presidente dell'organizzazione ombrello economiesuisse. "Una migliore protezione dei nostri investimenti, una riduzione delle tariffe possono avere solo effetti benefici, compreso l'impatto sull'occupazione in Svizzera".

Per Alexandre Jetzer-Chung, consulente della Novartis, l'accordo "consentirebbe l'importazione di prodotti senza pagare dazio. Attualmente, le tasse che paghiamo incidono pesantemente, così come le procedure, che fanno perdere un sacco di tempo a scapito dei pazienti cinesi". Il rappresentante del gigante farmaceutico basilese osserva che "se ci riusciamo, saremo più veloci dell'Unione europea. Ciò che non è sempre il caso".

François Gabella, Ceo del produttore ginevrino di componenti elettroniche LEM, molto presente in Cina, parla di "un'occasione unica per l'economia svizzera di rafforzare la propria presenza in questo paese". Un esempio concreto è il gioielliere Gübelin, azienda familiare per eccellenza, che l'accordo potrebbe portare a stabilirsi in Cina. "Ci sarebbe una sicurezza nettamente maggiore di adesso", afferma il suo presidente Thomas Gübelin.

Dal canto suo, Patrick Hofer-Noser, presidente di Cleantech Svizzera, ritiene che il commercio con la Cina diventerà più semplice: molti ostacoli cadranno, le competenze svizzere in materia di sviluppo sostenibile saranno esportate più facilmente. "Sono convinto che riceveremo almeno tanto quanto daremo".

La tutela dei marchi di orologi

E poi c'è l'orologeria. "La conclusione di questi negoziati sarebbe redditizia per noi", dice Maurice Altermatt, capo della divisione economica della Federazione dell'industria orologiera svizzera, il quale spera che scompaiano i dazi e che progredisca la questione della protezione della proprietà intellettuale.

"Vogliamo una migliore protezione dei marchi e dei modelli. La collaborazione con le autorità cinesi dà i suoi frutti, ma date le dimensioni del paese e dei suoi mercati, si devono ancora rinnovare questi sforzi e soprattutto vigilare affinché siano effettuati a lungo termine e non solo durante operazioni specifiche che sono troppo limitate".

Di fatto comunque l'accordo non è ancora concluso. "I cinesi si aspettano che la Svizzera apra ulteriormente il proprio settore agricolo", rileva Johann Schneider-Ammann. "Da parte nostra abbiamo delle considerazioni su come la Cina dovrebbe aprire il suo settore industriale in modo che i nostri prodotti possano entrare più facilmente. Mi aspetto che i cinesi riducano i dazi al minimo, senza eccezioni. E discutiamo anche della proprietà intellettuale".

Ma l'accordo preoccupa l'Unione svizzera dei contadini. Presto ci saranno insalate o rape cinesi sulle bancarelle dei mercati in Svizzera? La risposta del ministro elvetico dell'economia è risolutamente negativa. "Non voglio provocare l'ira dei nostri contadini. Non siamo disposti a sacrificare il nostro settore agricolo. Sento la pressione, non ho ampio margine di manovra".

Roland Decorvet, direttore di Nestlé Cina, ricorda da parte sua che la Cina è ben lungi dall'autosufficienza alimentare. "Importa sempre più prodotti agricoli. L'ultima cosa che esporterebbe sarebbero le materie prime che possono entrare in concorrenza con la Svizzera", afferma.

I timori delle Ong

Per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile, il diritto del lavoro e i diritti umani, Johann Schneider-Ammann assicura di aver evocato queste tematiche e aver spiegato ai ministri cinesi le esigenze delle organizzazioni non governative (Ong) svizzere. "La Svizzera non accetterà certamente un accordo senza disposizioni in materia di sviluppo sostenibile. Le questioni sociali e ambientali saranno probabilmente trattate in due ulteriori accordi".

Alcune organizzazioni che difendono i diritti umani temono in particolare che prodotti fabbricati in campi di lavoro cinesi sbarchino sul mercato svizzero. Ma l'ambasciatore Christian Etter, capo negoziatore, è categorico: ciò non accadrà!

Il diplomatico elvetico spiega che qualsiasi accordo di libero scambio comprende una clausola generale di eccezione, che prevede misure per impedire l'ingresso di prodotti provenienti da prigioni o campi di lavoro forzato. "È già così in seno all'Organizzazione mondiale del commercio e sarà così anche in questo accordo".

Visioni critiche

Johann Schneider-Ammann dovrebbe impegnarsi maggiormente sulla questione dei diritti umani: è quanto chiedono organizzazioni non governative in una lettera aperta al ministro, pubblicata sulla stampa svizzera. Le Ong ritengono che si debba aggiungere una clausola sui diritti umani e sui diritti dei lavoratori nell'accordo di libero scambio.

Alliance Sud, la Dichiarazione di Berna, Solidar Svizzera, la Società per i popoli minacciati e la Società di amicizia Svizzera-Tibet evocano anche la libertà sindacale e la protezione delle minoranze.

L'accordo di libero scambio non deve permettere che prodotti del lavoro forzato competano con la produzione svizzera, aggiungono le Ong.

La Commissione di politica estera (CPE) della Camera del popolo ha già chiesto che l'accordo con la Cina tenga conto dello sviluppo sostenibile.

I firmatari della lettera aperta annunciano la loro volontà di combattere questo accordo, in parlamento o tramite referendum, se il ministro ignorasse il mandato della CPE.

Dal canto suo, l'Unione svizzera dei contadini esige che l'agricoltura sia esclusa dal contratto o, nel peggiore dei casi, che sia limitata ai prodotti che non sono fabbricati in Svizzera. Qualsiasi altra soluzione minaccerebbe l'esistenza dei contadini svizzeri a medio termine, argomenta l'organizzazione di categoria.


(Traduzione dal francese: Sonia Fenazzi), swissinfo.ch



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