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Licenziamenti in vista


Franco forte: avviso di tempesta sull’industria svizzera




Il cielo si scurisce per la Lamineries Matthey e le ditte di subappalto dell'industria meccanica e metallurgica, in prima linea a subire le conseguenze del franco forte.  (Lamineries Matthey SA)

Il cielo si scurisce per la Lamineries Matthey e le ditte di subappalto dell'industria meccanica e metallurgica, in prima linea a subire le conseguenze del franco forte. 

(Lamineries Matthey SA)

Alcune aziende svizzere stanno già subendo le conseguenze della decisione della Banca nazionale svizzera di abolire il tasso minimo di cambio franco-euro, il 15 gennaio. Se in linea generale l’occupazione sembra finora aver resistito all’apprezzamento improvviso della moneta nazionale, i licenziamenti potrebbero intensificarsi verso la fine dell’anno. Nell’industria alcuni lanciano già un grido d’allarme.

Da sei mesi, Rolf Muster non riesce a sbollire la rabbia. “L’industria delle macchine-utensili è abituata a subire crisi cicliche, ma oggi la situazione è davvero grave. È come se fossimo in un aereo senza pilota e nessuno sembra rendersi conto che stiamo andando a sbattere contro un muro”, denuncia il direttore della Schaublin Machines SA, una ditta dell’Arco giurassiano specializzata nella costruzione di torni industriali.

L’improvviso apprezzamento del franco svizzero, in seguito alla decisione della Banca nazionale svizzera (BNS) di abolire il tasso minimo di cambio, ha colpito in pieno la società di Rolf Muster. Tra il 1° gennaio e il 31 maggio 2015, le ordinazioni per la Schaublin Machines SA (40 milioni di franchi di fatturato nel 2014) sono crollate di quasi il 60%. Rolf Muster, che sostiene di esprimersi a nome di “molti imprenditori anonimi” nelle sue stesse condizioni, è stato costretto a licenziare una decina di impiegati e a ricorrere al lavoro ridotto (disoccupazione parziale) per 35 dei suoi collaboratori.

Se il franco si ostina a oscillare attorno alla parità con l’euro, a medio termine Rolf Muster dovrà separarsi da circa la metà dei suoi 120 impiegati. “Quando c’è stata la crisi nel 2009-2010, sapevamo che un giorno o l’altro l’economia mondiale sarebbe ripartita. Oggi, la mancanza di chiarezza è particolarmente pesante da digerire, tanto più che sembra poco probabile che il franco svizzero perda rapidamente valore rispetto all’euro”.

Innovare, ma come ?

La sua rabbia si esprime nei confronti della BNS, ma anche del ministro dell’economia Johann Schneider-Ammann, che giudica troppo passivo. Il direttore della Schaublin Machines SA non digerisce nemmeno gli incantesimi sortiti dal mondo politico, che intende promuovere maggiormente l’innovazione per migliorare la competitività dei prodotti “Swiss Made”.

“In tempi normali, investiamo già quasi il 10% del nostro fatturato nella ricerca e nello sviluppo. Come possiamo aumentare questa quota, con un fatturato diviso per due? I tedeschi, che sono i nostri principali concorrenti, non sono più stupidi di noi. Eppure dall’oggi al domani i loro prezzi sono scesi del 15% rispetto ai nostri, senza aver dovuto cambiare un solo bullone delle loro macchine”, si lamenta Muster.

Le preoccupazioni di questo imprenditore sono portate avanti anche da Swissmem, l’associazione che rappresenta l’industria meccanica, elettrica e metallurgica, dalla quale dipendono circa 380mila posti di lavoro in Svizzera. “La maggioranza delle imprese del settore è toccata direttamente e in modo pesante dalla decisione della BNS”, afferma Philippe Cordonier, responsabile di Swissmem per la Svizzera francese.

Finora, lo choc del franco forte, il secondo dopo quello del 2011, ha potuto essere attenuato grazie a misure immediate di compressione dei costi e al fatto che le ordinazioni erano state fatte prima del 15 gennaio 2015. Tre mesi dopo la fine del tasso minimo di cambio, “solo” 2000 impieghi sono andati persi nell’industria meccanica, elettrica e metallurgica, che esporta l’80% della sua produzione, di cui 60% in seno all’Unione europea. E malgrado siano state riviste al ribasso, le previsioni di crescita restano comunque positive per l’insieme dell’economia.

30mila impieghi soppressi?

Ma al momento di avviare nuovi negoziati con i loro clienti, i dirigenti delle piccole e medie imprese (PMI) si mostrano poco ottimisti. “La seconda parte dell’anno si annuncia difficile. Se le perdite dei contratti si confermeranno, rischiamo di assistere rapidamente a un’ondata di licenziamenti”, teme Philippe Cordonier.

Se il tasso di cambio franco-euro dovesse mantenersi attorno a 1,05 circa 30mila impieghi potrebbero essere soppressi nel giro di sei-nove mesi, ha affermato di recente Valentin Vogt, presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori, sulle colonne del settimanale NZZ am Sonntag.

Stime giudicate realistiche da Pierluigi Fedele, membro del comitato direttivo del sindacato UNIA: “Ogni giorno vengono soppressi degli impieghi nell’industria. Per il momento, ad essere toccati sono soprattutto i contratti a durata determinata che non sono rinnovabili o i pensionamenti non sostituiti. Ciò spiega il lieve impatto sul tasso di disoccupazione. Ma molti proprietari di PMI, soprattutto nell’arco giurassiano, prevedono di prendere decisioni molto più brutali”.

A preoccupare particolarmente Pierluigi Fedele è il cambiamento strutturale in atto nel tessuto industriale elvetico. “Non siamo più in una logica congiunturale, gli impieghi perduti non verranno più ricreati”.

Subappalti in prima linea

Situate alla fine della catena di fornitura, le ditte di subappalto – numerose in questo settore – sono le prime a soffrire dell’apprezzamento del franco.

“Abbiamo ricevuto lettere feroci da parte di alcuni dei nostri clienti in Svizzera che ci chiedono una riduzione rapida dei prezzi, spiega Jürg Haefeli, a capo della Lamineries Matthey SA, una società bernese specializzata nella laminazione a freddo. Al contempo, la concorrenza europea ha approfittato della situazione per praticare una politica aggressiva dei prezzi”.

Risultato: perdita di clienti, ordinazioni in calo, margini amputati. “Saremo costretti a migliorare ancora la nostra produttività per ritrovare la posizione che avevamo sul mercato prima del 15 gennaio. Ma non è qualcosa che può essere fatto da un giorno all’altro; ci vorranno sicuramente da quattro a cinque anni. Fortunatamente, abbiamo la schiena abbastanza solida, siamo un po’ l’eccezione nel settore”, ritiene Jürg Haefeli.

L’orologeria nell’incertezza

Se l’industria meccanica, elettrica e metallurgica è la più toccata dal franco forte, la crisi potrebbe estendersi anche ad altri settori. Anche alcuni rappresentanti dell’industria chimica, farmaceutica e alimentare – attività conosciute per la loro buona resistenza a venti contrari – hanno recentemente espresso le loro preoccupazioni sulla stampa svizzera.

Per quanto riguarda l’orologeria, questo gioiello delle esportazioni elvetiche che negli ultimi anni ha accumulato margini confortevoli grazie al richiamo del “Swiss Made” presso i consumatori, comincia anche lei a sentire le prime scosse del terremoto monetario.

“Il franco forte è venuto ad aggiungersi alle incertezze congiunturali che si manifestavano già prima del 15 gennaio”, spiega François Matile, segretario generale della Convenzione patronale dell’industriala orologiera.

“Finora le conseguenze variano molto a secondo delle ditte, ma sono in molti a temere un rientro difficile dopo le tradizionali vacanze orologiere di luglio”.

Nessun allarmismo

Alcuni degli interessati, però, come Antonio Rubino, rifiutano questa visione pessimistica. “Il 40% circa delle imprese che aderisce alla nostra organizzazione è stata colpita in modo pesante dalla decisione della BNS. Ma c’è anche un 40% che ha approfittato, perché importa le materie prime dalla zona euro. Il 20% restante invece non ha subito alcun cambiamento”, afferma il segretario generale per la Svizzera romanda di Swissmechanic, l’associazione padronale dell’industria delle macchine.

Per Antonio Rubino non bisogna dunque lasciarsi prendere dal panico. “Certo, l’abolizione del tasso minimo di cambio ha scosso un po’ tutti e i prossimi anni saranno difficili per l’industria svizzera. Ma è anche l’occasione per molti imprenditori di rimettersi in discussione e di abbandonare alcune attività a debole o medio valore aggiunto. Non credo però che siamo di fronte allo spettro di una deindustrializzazione massiccia”.

La BNS di nuovo costretta a intervenire

La Banca nazionale svizzera (BNS) è intervenuta sul mercato dei cambi per tentare di indebolire il franco, moneta rifugio di fronte ai timori suscitati dalla Grecia, ha affermato il 29 giugno 2015 il suo presidente Thomas Jordan. È la prima volta dalla soppressione della soglia minima di cambio per l’euro che la BNS conferma esplicitamente un intervento destinato a contenere il rafforzamento del franco.

L’incapacità di Atene e dei suoi creditori di trovare un accordo aumenterà verosimilmente l’afflusso verso il franco. Gli esperti si aspettano dunque altre azioni da parte della BNS. La misura riassicura i mercati, ma non potrà durare all’infinito, ha comunque dichiarato Andreas Höfert, capo economista di UBS, intervistato da La Liberté. Un’altra possibilità consisterebbe nell’applicare dei tassi d’interesse - oggi fissati a -0,75% - ancora più negativi, secondo Andreas Höfert.

Fonte: ATS

Previsioni riviste al ribasso

L’apprezzamento del franco non dovrebbe far sprofondare l’economia elvetica in una profonda recessione, a condizione che via sia una forte domanda interna e che l’economia mondiale si riprenda, ha indicato a metà giungo la Segreteria di Stato dell’economia. La SECO parla comunque di un “adattamento doloroso” al franco forte e ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita (+0,8% del PIL nel 2015).

A titolo compartivo, la Banca nazionale svizzera (BNS) prevede una crescita inferiore all’1% quest’anno. L’UBS e il Credit Suisse stiamo invece crescite dello 0,5% e dell’0,8%. L’istituto di ricerche congiunturali KOF e il Politecnico di Zurigo si mostrano più pessimisti con una previsione dello 0,4% di crescita, preceduta da una breve fase di recessione. 

swissinfo.ch

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