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COP21, parola ai giovani

La Conferenza sul clima di Parigi condizionerà il futuro delle giovani generazioni. Nel blog di swissinfo.ch, alcuni membri dell'associazione "Swiss Youth For Climate", presenti alla COP21, commentano l'attualità dei negoziati e condividono le loro riflessioni.

Giovani e clima - blog di swissinfo.ch

13 DICEMBRE - 12:33

La fine dell’inizio

Ci siamo, è fatta! Ieri sera, dopo un’interminabile attesa, Laurent Fabius ha potuto battere il suo martelletto specialmente confezionato per l’occasione e ha ufficializzato l’adozione dell’Accordo di Parigi. È un momento storico nella lotta contro il riscaldamento climatico.

E adesso? Ora inizia il più difficile. Le sfide sono numerose, a iniziare dalla messa in pratica dell’Accordo di Parigi. I paesi industrializzati dovranno assumere le loro responsabilità, mostrare l’esempio e soprattutto aiutare i paesi in via di sviluppo a combattere i cambiamenti climatici e ad adattarsi.La questione del finanziamento climatico non ha ancora trovato una risposta chiara.

I 100 miliardi di dollari all’anno da mettere sul tavolo entro il 2020 sono una soglia (e non un tetto massimo), ciò che è positivo. La loro provenienza però rimane vaga. Il meccanismo legato alle perdite e ai danni dovuti ai cambiamenti che avranno luogo malgrado tutto, invece, non è ancora chiaramente definito.

Dobbiamo agire e in fretta. Come ha ricordato il Nicaragua, gli impegni di riduzione attuali comporteranno un aumento della temperatura superiore ai 3 gradi e condanneranno i paesi più vulnerabili. Il meccanismo di revisione di questi impegni ogni cinque anni costituisce una delle vittorie della COP21. Deve servirci ad aumentare le nostre ambizioni e a cambiare traiettoria, per prendere quella che ci permetterà di limitare il riscaldamento climatico a 1,5 °C.

L’obiettivo di riduzione delle emissioni globali, non quantificato e molto vago, è una debolezza risaputa. Però, per restare al di sotto degli 1,5 °C, dovremo ridurre le nostre emissioni di gas a effetto serra dell’80% entro il 2050. Questo implicherà una decarbonizzazione totale della nostra economia. Le nuove tecnologie ci aiuteranno, ma non risolveranno affatto tutto quanto. Le sovvenzioni faraoniche di cui beneficiano le energie fossili devono azzerarsi e le energie rinnovabili devono essere sostenute.

Il 12 dicembre 2015 non rappresenta una fine, ma la base su cui dovremo costruire una nuova era: quella della sostenibilità.


David Tschan (delegazione alla COP21 di Swiss Youth for Climate) e Océane Dayer (presidente di Swiss Youth for Climate)

11 DICEMBRE 2015 - 8:42

Ambizione fragile

"Siamo molto vicini alla meta", ha detto giovedì Laurent Fabius, ministro degli esteri francese e presidente della COP21, in merito alla proposta di testo finale dell'accordo sul clima. (Keystone)

"Siamo molto vicini alla meta", ha detto giovedì Laurent Fabius, ministro degli esteri francese e presidente della COP21, in merito alla proposta di testo finale dell'accordo sul clima.

(Keystone)

L’ambizione. Un termine che ha avuto tutto il suo peso a Parigi. Acquisita da tempo e ricordata durante tutta la COP21, la parola d’ordine era chiara: l’Accordo che sarà adottato questa sera dovrà essere ambizioso.

In modo abbastanza inatteso, c’è stato uno slancio per fissare il limite da non superare a 1,5 °C, e non più a 2 °C. Messo sul tavolo dai piccoli Stati insulari (i più vulnerabili al riscaldamento climatico e all’innalzamento del livello dei mari che ne risulta), questo limite ha ottenuto un sostegno sempre più importante, e questo anche tra i paesi industrializzati.

Se le questioni relative al finanziamento dividevano (e continuano a dividere), sembra che stia emergendo un certo consenso sul bisogno di avere un obiettivo a lungo termine chiaro e ambizioso. Mercoledì è stata creata una “High Ambition Coalition”, che raggruppa paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo. La Svizzera vi ha aderito ieri.

Questo slancio di ottimismo ha però conosciuto un brusco stop ieri sera, quando è stata svelata l’ultima versione dell’Accordo (“draft agreement”). Certo, sta scritto che l’obiettivo è di rimanere “ben al di sotto dei 2 °C” e di “proseguire gli sforzi per limitare il riscaldamento a 1,5 °C”, e ciò rappresenta un passo avanti. Ma per concretizzarsi, questo obiettivo di temperatura deve essere sostenuto da una roadmap che indichi chiaramente di quanto devono essere ridotte le emissioni di gas a effetto serra e prima di quale anno. Questo non è però il caso in questo nuovo testo, anche se le grandi linee ci sono.

Secondo l’Articolo 3.1 che contiene gli obiettivi di riduzione delle emissioni, bisogna ormai «raggiungere il picco di emissioni il più rapidamente possibile» e in seguito «ridurle rapidamente per raggiungere la neutralità delle emissioni nella seconda metà del secolo». Questi termini puramente qualitativi rischiano di svuotarsi del loro significato al momento di applicarli nei diversi paesi. In definitiva, questo nuovo testo costituisce una base molto fragile per un accordo che si vuole ambizioso.

David Tschan, delegazione Swiss Youth for Climate COP21

10 DICEMBRE - 10:30

I nuovi salvatori?

Il segretario di Stato americano John Kerry ha annunciato mercoledì la partecipazione degli Stati Uniti alla "high ambition coalition". (Reuters)

Il segretario di Stato americano John Kerry ha annunciato mercoledì la partecipazione degli Stati Uniti alla "high ambition coalition".

(Reuters)

La scadenza finale si avvicina a passi da gigante. I delegati e i ministri consacrano ormai le loro giornate, serate e buona parte delle loro notti a lavorare su questo accordo tanto atteso. Malgrado gli sforzi, il progetto di testo pubblicato dalla presidenza francese suscita ancora molti disaccordi tra le parti.

Durante una conferenza stampa, abbiamo appreso l’esistenza di una coalizione formata per prevenire una potenziale impasse nei negoziati. La «high ambition coalition», che riunisce in particolare Unione Europea, Stati Uniti, Messico, Norvegia e diversi paesi africani, del Pacifico e dei Caraibi, vuole fare pressione affinché la Conferenza di Parigi partorisca un accordo ambizioso. Tony de Brum, ministro degli esteri delle Isole Marshall, che dirige questo gruppo composto di paesi «ricchi e poveri», «piccoli e grandi», ha dichiarato: «Non accetteremo un accordo minimalista».

Se questa nuova alleanza è a priori un segnale positivo, l’unità dei membri che la compongono non si è purtroppo concretizzata durante la seduta plenaria, nel corso della quale si sono manifestati numerosi disaccordi. Bisognerà quindi attendere la prossima proposta di testo per sapere se questi «nuovi salvatori» saranno in grado di ostacolare i tentativi di bloccaggio di altre coalizioni (OPEC, Consiglio di cooperazione del Golfo, ecc.).

Comunque vada, con o senza questa nuova coalizione, saranno necessarie ancora lunghe notti di discussioni se si vorrà giungere a un accordo ambizioso.

Baudouin Noez, delegazione Swiss Youth for Climate COP21

9 DICEMBRE - 9:53

Dal nostro quotidiano a Le Bourget

“Il mattino ha l’oro in bocca”. Alle 6:00 c’è la diana. Poi si va col metro ai negoziati che si tengono nel complesso fieristico Le Bourget, fuori città. C’è appena il tempo di prendere un caffè prima delle 7:50, orario d’inizio del consueto incontro di Youngo, una piattaforma per le organizzazioni di giovani. Nel quadro di questo incontro ci possiamo confrontare con altri giovani all’interno di gruppi di lavoro in cui si discute di diverse tematiche.

Oggi abbiamo partecipato a due eventi per giungere alla decarbonizzazione entro il 2050 e per inserire un riferimento all’equità intergenerazionale nell’accordo. Questa menzione è stata tolta dall’Articolo 2 e dovrebbe rimanere perlomeno nel preambolo. Alcuni delegati si sono mostrati interessati, hanno scattato fotografie e si sono intrattenuti con noi.

A livello nazionale ci incontriamo regolarmente con la delegazione svizzera. Ci rendiamo conto che questi incontri non sono scontati. I rappresentanti degli Stati Uniti non possono ad esempio incontrare la loro delegazione di persona e presentare le loro richieste. Nell’incontro di lunedì abbiamo avuto la possibilità di rivolgere direttamente le nostre domande alla consigliera federale Doris Leuthard.

Per raggiungere i giovani in Svizzera e per ottenere l’attenzione dei media, puntiamo molto, oltre che sul lavoro di lobbying, sulla comunicazione. Siamo attivi sui social media, su Facebook e Twitter, così come in blog come questo. Diamo interviste e organizziamo conferenze stampa. Finora questo lavoro è funzionato piuttosto bene e siamo molto motivati.

L’atmosfera sul posto è molto dinamica. Nei corridoi e nelle sale c’è un intenso andirivieni: centinaia di persone da tutto il mondo negoziano, si intrattengono, scrivono, twittano, gestiscono stand, distribuiscono cioccolata, lanciano appelli in favore dell’equità e si precipitano da un evento all’altro.

In questa seconda settimana gli incontri durano fino a tarda notte. I negoziati sono all’ultimo round e gli Stati mettono le loro carte sul tavolo. Swiss Youth For Climate ha messo radici qui e questa settimana darà nuovamente tutto.

Xenia Keller, delegazione Swiss Youth for Climate COP21

8 dicembre 2015 - 8:40

In nome della sacrosanta economia

Il "greenwashing", ovvero una pratica che consiste nell'utilizzare argomenti ecologici per vendere prodotti che non per forza lo sono. (Keystone)

Il "greenwashing", ovvero una pratica che consiste nell'utilizzare argomenti ecologici per vendere prodotti che non per forza lo sono.

(Keystone)

Ci siamo. Siamo entrati in dirittura finale. Dopo i bei discorsi dei capi di Sato, dopo una settimana di negoziati laboriosi sotto la direzione dei cosiddetti «co-chair», i ministri hanno ripreso il testimone. Sulla carta, sono venuti per parlare di clima. Del resto, sono quasi tutti «ministro dell’ambiente», «ministro della protezione della natura» o «ministro dei cambiamenti climatici». Per la Svizzera, l’incaricata del dossier è Doris Leuthard, responsabile del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC).

Tuttavia una constatazione si impone: l’economia resta al centro dei dibattiti. La questione del finanziamento climatico non è risolta. I paesi in via di sviluppo vogliono assicurarsi che il meccanismo di aiuto per mitigare i danni e per l’adattamento, finanziato dai paesi industrializzati e che deve raggiungere 100 miliardi di dollari all’anno nel 2020, continui ad aumentare dopo questa scadenza. I paesi industrializzati bisticciano per sapere chi deve pagare e soprattutto quanto. L’Arabia Saudita, la cui economia si basa quasi esclusivamente sul petrolio (e che è rappresentata a Parigi dal suo ministro… del petrolio), fa di tutto per rallentare i negoziati.

Fuori dalle sale di conferenze, la constatazione è la stessa. L’esposizione «Solutions COP21», in pieno centro di Parigi e aperta al pubblico, puzza di «greenwashing». Aziende come Engie, Veolia o Coca-Cola promuovono le loro soluzioni «verdi» con grandi slogan pubblicitari, nuove tecnologie pacchiane e soprattutto un sacco di soldi! Alcune società hanno speso fino a 250'000 euro per i loro stand. Dietro a questa facciata verde, si nascondono però investimenti che di verde hanno ben poco. Engie, ad esempio, possiede non meno di trenta centrali a carbone.

Stando a quanto si dice, lo sviluppo sostenibile poggia su tre pilastri: economico, sociale e ambientale. Alcuni pilastri sembrano però avere più importanza di altri…

David Tschan, membro della delegazione Swiss Youth for Climate alla COP 21

7 DICEMBRE 2015 - 9:20

Trasparenza, veramente?

Il testo che servirà da base ai negoziati tra ministri è stato consegnato alla presidenza francese. Il documento contiene ancora numerosissimi punti spinosi. Nulla è giocato.

Nei corridoi del Bourget aleggiano i timori di un nuovo fallimento come a Copenaghen. I negoziati avanzano abbastanza velocemente? Si delineano dei denominatori comuni? Non è facile rispondere a queste domande, poiché siamo tenuti in disparte dalla maggior parte dei negoziati. Come in occasione dell’ultima seduta preparativa a Bonn, la società civile non è autorizzata ad entrare nelle sale. La presenza della società civile, difesa dai paesi in via di sviluppo e osteggiata da quelli industrializzati, è però fondamentale.

 (Keystone)
(Keystone)

Prima di tutto, la società civile svolge un ruolo di protezione. Quando è presente, i governi che fanno resistenza sono messi all’indice dalla popolazione. La delegazione norvegese, ad esempio, che si era opposta a menzionare i diritti dell’uomo negli obiettivi dell’accordo, si è ritrovata sulle prime pagine di molti giornali nazionali. Oppure, il comportamento dell’Arabia Saudita è denunciato quotidianamente. Secondariamente, la società civile rappresenta un sostegno per le piccole delegazioni, che hanno mezzi limitati. Queste ultime contano spesso sulla sua perizia (legale e strategica) per riuscire a stare al passo nei negoziati. Inoltre, integrando la società civile è possibile evitare malintesi e rumori di fallimenti a mezzo stampa, che non aiutano di certo il lavoro dei negoziatori. L’aspetto però probabilmente più importante è che ricordiamo ogni giorno ai governi che il mondo per cui stanno negoziando ha una realtà al di fuori delle sale del Bourget. Le parole e le cifre altamente politicizzate sono già una realtà per coloro che vedono la loro terra scomparire sotto le acque o screpolarsi a causa della siccità, con lo spettro di milioni di rifugiati climatici.

Océane Dayer, presidente Swiss Youth for Climate


6 dicembre 2015 - 14:00

L’equità viene dal cuore

Equità: principio secondo cui ognuno può pretendere un trattamento giusto, egualitario e ragionevole.

Questo principio è al cuore dei negoziati climatici. Sul sito del Bourget, ci sono forse tante percezioni diverse dell’equità quante le persone deluse dalla scelta di sandwich senza carne.

Per i paesi industrializzati, si tratta forse soprattutto di trovare una chiave di ripartizione equa degli obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra. I paesi in via di sviluppo cercano piuttosto un modo equo di spartire la responsabilità per le perdite e i danni legati ai cambiamenti climatici. Verosimilmente, non verrà instaurato alcun meccanismo di compensazione. La Svizzera, ad esempio, si oppone.

Se l’Accordo di Parigi non sarà equo sul piano delle differenziazioni tra i paesi, che lo sia perlomeno per le popolazioni. È quanto difendono numerose ONG preoccupate di vedere la menzione dei diritti umani sparire dall’Articolo 2.

A questo principio di equità intra-generazionale, opponiamo il principio di equità inter-generazionale che, da parte sua, sostiene l’idea che le generazioni passate, presenti e future hanno gli stessi diritti. Per la prima volta, questo principio fa una timida apparizione nel preambolo del testo dell’Accordo di Parigi.

Ma le sfide attorno all’equità superano quelle relative alle parole introdotte in un accorso. La rappresentazione in seno al processo decisionale è anch’essa di grande importanza. Tra le persone più colpite dai cambiamenti climatici figurano le popolazioni più povere di questo pianeta.

Come rappresentare i loro interessi? Numerose ONG si interessano a segmenti della popolazione particolarmente vulnerabili. Ma chi si batterà per rappresentare gli interessi dei miei futuri figli o nipoti, la cui vita sarà per sempre condizionata dagli effetti del cambiamento climatico? Oso credere che saranno più oltraggiati dal nostro ricorso compulsivo all’energia fossile che di vederci ancora utilizzare Facebook.

Tra gli strumenti a disposizione figura l’idea d’instaurare dei rappresentanti speciali delle generazioni future in seno alle strutture delle Nazioni Unite, i quali potrebbero farsi garanti dei loro interessi. Ma prima bisognerà ottenere voce in capitolo durante i negoziati. Spetta alle organizzazioni di giovani rispondere all’appello?

Lydie-Line Paroz, delegazione Swiss Youth for Climate COP21

5 dicembre 2015 - 11:15

Verremo ascoltati?

Le conseguenze del cambiamento climatico, che sono già tangibili oggi, aumenteranno in modo marcato in futuro. Ciò significa che noi e tutte le prossime generazioni ne subiremo le ripercussioni. Molto di più rispetto alla maggior parte dei ministri e dei membri delle delegazioni che stanno negoziando l’accordo parigino.

Ora dobbiamo chiederci come possiamo influenzare il processo e i negoziati in corso alla Conferenza sul clima di Parigi. Vogliamo infatti poter dire la nostra per poter plasmare il nostro futuro affinché sia sostenibile e dignitoso.

Molti dei nostri sforzi non hanno però effetto. Se esponiamo la nostra opinione, sulle reti sociali o attraverso manifestazioni di protesta a Le Bourget, il sito in cui avvengono i negoziati, raggiungeremo solo a fatica le persone giuste. E quando parliamo direttamente con le delegazioni, queste sono quasi sempre legate al mandato dei loro paesi e quindi non possono modificare la loro posizione.

E allora cosa dobbiamo fare? Il sentimento di non essere ascoltati può essere frustrante. La COP21 è però anche fonte di molte ispirazioni. Ad esempio durante una conferenza dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, che ha detto:

«In tutti i movimenti riformisti sociali che sono avvenuti nel mondo, i giovani hanno assunto un ruolo di punta».

Proprio per questo motivo non ci lasceremo andare. Non dobbiamo cedere. Perché qui si tratta di un processo, di un movimento riformista sociale, e perché una goccia d’acqua può scavare la roccia.

Venerdì, abbiamo partecipato alla pianificazione di un’azione per mostrare che abbiamo bisogno di obiettivi ambiziosi e a lungo termine per proteggere le future generazioni. Per la terza volta in questa settimana, abbiamo parlato delle nostre priorità durante un incontro con la delegazione svizzera. Inoltre, ci siamo ritrovati con giovani di tutto il mondo nel quadro di diverse riunioni per compiere altri passi avanti. Ulteriori passi per dare inizio a una riforma, magari già qui a Parigi.

Felix Weber, membro della delegazione Swiss Youth for Climate COP21

4 dicembre 2015 - 9:25

Per il clima è giunto il momento di decidere

Proprio in questi giorni, mentre a Parigi è in corso il vertice internazionale sul clima, in Cina le autorità hanno decretato misure eccezionali per far fronte al drammatico inquinamento atmosferico. (swissinfo.ch)

Proprio in questi giorni, mentre a Parigi è in corso il vertice internazionale sul clima, in Cina le autorità hanno decretato misure eccezionali per far fronte al drammatico inquinamento atmosferico.

(swissinfo.ch)

I negoziatori non dispongono più di molto tempo per proporre un testo finale in grado di raccogliere un consenso generale alla COP21. Per ora, sussistono ancora numerose tensioni. A nostro avviso, un accordo ambizioso dovrebbe definire degli obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni di gas serra. Attualmente, due opzioni si trovano sul tavolo: la decarbonizzazione (fine delle emissioni provenienti da fonti fossili) o la neutralità climatica (pozzi di carbonio equivalenti alle emissioni). Solo la prima opzione permette di inviare un chiaro messaggio: l'era dei combustibili fossili sta volgendo al termine. 

Attualmente ci si aggrappa al + 2°C, ossia la soglia riconosciuta di riscaldamento del clima che non va superata. Riconosciuta? Gli Stati non hanno in realtà definito un accordo su questo punto. Al di là dei numeri, vi è una realtà umana di una rara violenza: 2°C in più sarebbero già sufficienti a spazzare via dalla superficie della Terra alcuni piccoli Stati insulari. La maggior parte degli Stati del mondo sono disposti a sostenere questa opzione? Nel testo figura però una seconda opzione: una soglia di 1,5°C. 

La differenziazione delle responsabilità tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo rimane forse la questione più spinosa e più sistemica. È strettamente legata alle questioni di finanza del clima. Alla COP21, come altrove, la società civile denuncia l'ipocrisia dei paesi industrializzati e dei miliardi concessi per sovvenzionare i combustibili fossili. 

Nel testo dell’accordo figurano ancora 250 opzioni aperte. I mediatori spingono verso un compromesso, anche a costo di tagliar corto. Poco importa, così possiamo guadagnare due ore di andirivieni diplomatico. 

Il tempo sta per scadere. La prossima settimana saranno i ministri del mondo intero a riprendere in mano il testimone dei negoziati. Dispongono di un grande margine di manovra e possono più facilmente concordare dei compromessi. Tuttavia, nella fase finale dei negoziati, le discussioni ministeriali possono portare a decisioni dell'ultimo minuto e punti chiave rischiano di essere soppressi dall'accordo. È giunta l’ora dei compromessi. 

Lydie-Line Paroz, delegazione Swiss Youth for Climate COP21

3 dicembre 2015 - 10:02

I diritti umani fanno parte della protezione del clima?

A Parigi la protezione del clima è tra le mani dei grandi della politica mondiale: il primo ministro indiano Narendra Modi durante un incontro il presidente francese François Hollande e il presidente americano Barack Obama. (Keystone)

A Parigi la protezione del clima è tra le mani dei grandi della politica mondiale: il primo ministro indiano Narendra Modi durante un incontro il presidente francese François Hollande e il presidente americano Barack Obama.

(Keystone)

Oggi vogliamo iniziare con un piccolo aneddoto sugli sviluppi dei negoziati sul clima a Parigi. L’altro ieri la Norvegia ha chiesto di rivedere completamente l'articolo 2.1 sugli obbiettivi dell'accordo di Parigi. La proposta alternativa era molto ridotta e tralasciava qualsiasi riferimento alla questione dei diritti umani, presente nella precedente versione. Un incubo per le organizzazioni della società civile che monitorano e osservano il processo negoziale. Le loro speranze si sono però riaccese ieri quando il Canada si è impegnato per ancorare nuovamente i diritti umani nella Convenzione. I dibattiti su tale questione proseguiranno di certo, con alti e bassi, nei prossimi giorni. 

Non sorprende il fatto che i diritti umani, come la parità tra i generi o tra le generazioni, stentino ad essere presi in considerazione nell’ambito di molti accordi internazionali. I testi – e perfino ogni singola parola – devono essere approvati da tutte le parti in causa, dato che alla base dei negoziati vi è la ricerca di un consenso generale. 

Se in seguito all’opposizione di un partecipante non si può raggiungere un consenso, tutto il negoziato rimane bloccato. E la ricerca di un consenso è particolarmente difficile proprio sulla questione dei diritti umani. Difatti, il modo di interpretare i diritti umani diverge molto tra una parte e l’altra e molti considerano inoltre che una questione “marginale”, come questa, non debba rientrare in un accordo sul clima. 

I diritti umani, marginali? Sicuramente no. Protezione del clima e diritti umani sono strettamente legati. Prendendo in considerazione questo legame nella conclusione dell’accordo, si possono evitare in seguito situazioni di conflitto e trovare soluzioni opportune. O possiamo accettare, ad esempio, il trasferimento forzato di intere popolazioni per una riforestazione, in nome della protezione del clima? La carenza di acqua per l’irrigazione di terreni coltivati? Condizioni climatiche instabili per le generazioni future, le quali non possono influenzare i negoziati attuali? 

No, non vogliamo assumerci questa responsabilità. Vogliamo, per tutti, un accordo sulla protezione del clima ambizioso, nel rispetto dei diritti umani. 

Felix Weber, membro della delegazione Swiss Youth for Climate COP21

2 dicembre 2015 - 8:35

Un accordo ancora pieno di parentesi

Si parla generalmente della COP21, ma qui a Bourget si svolge anche l’incontro di diversi organi della CCNUCC (Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici), tra cui il Gruppo di lavoro sulla piattaforma di Durban per un’azione rinforzata (ADP).

Quest’ultimo, che da quattro sta preparando l’Accordo di Parigi, è diviso in diversi gruppi di contatto, organizzati in incontri informali e incontri super informali!

Lo scopo? Avanzare il più rapidamente possibili nei negoziati e riuscire a proporre alla COP21, entro la fine di questa settimana, un testo che si avvicini il più possibile a un compromesso.

Martedì 1° dicembre, un gruppo di contatto ha analizzato la prima parte della bozza di decisione della COP21, che riguarda l’adozione dell’Accordo di Parigi. Questo articolo pone la questione della formula giuridica: sarà un protocollo, dunque giuridicamente vincolante? La questione divide i paesi.

Tuvalu, uno dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici, ha aggiunto un riferimento all’articolo 17 della CCNUCC che stipula che le parti adottino dei protocolli.

Funafuti, capitale di Tuvalu, vista da un aereo. Confrontati con l'inesorabile innalzamento del livello del mare, i cittadini del minuscolo Stato polinesiano stanno progressivamente abbandonando le loro isole. (Keystone)

Funafuti, capitale di Tuvalu, vista da un aereo. Confrontati con l'inesorabile innalzamento del livello del mare, i cittadini del minuscolo Stato polinesiano stanno progressivamente abbandonando le loro isole.

(Keystone)

Gli Stati Uniti non vedono di buon occhio la proposta e l’Arabia Saudita interviene regolarmente, con osservazioni sulla procedura di negoziato, rallentando così il più possibile il processo.

Infine, il gruppo si è ritrovato con otto parantesi in più (le parti di testo per le quali non vi è accordo sono tra parentesi) e tre nuove aggiunte al testo. Il gruppo di contatto incaricato di analizzare il preambolo, e l’articolo 2, non ha invece fatto progressi. Restiamo fiduciosi e speriamo che i limiti di tempo non taglino le ali alle ambizioni dei diversi paesi.

Océane Dayer, presidente Swiss Youth for Climate



1° dicembre 2015 - 8:29

Il vertice dell’ambizione

La COP21 si è aperta lunedì coi discorsi dei capi di Stato. La presidente della Confederazione Simonetta Sommaruga ha assicurato che la Svizzera è in prima linea per agire contro i cambiamenti climatici. Il nostro paese ha quindi grandi ambizioni. La società civile presente alla COP21 non è però completamente dello stesso avviso. Alla Svizzera si rimprovera la sua opposizione ad iscrivere in un paragrafo specifico dell’Accordo di Parigi la problematica relativa alle perdite e ai danni causati dai cambiamenti climatici.

Simonetta Sommaruga ha anche annunciato che la Svizzera è venuta per negoziare un accordo vincolante, dinamico ed equo, che permetterebbe di mantenere il riscaldamento climatico sotto i due gradi. Per riuscirci è necessario fissare un obiettivo a lungo termine di riduzione delle emissioni globali. Nello stesso senso, il Forum della vulnerabilità climatica (FVC), una coalizione di paesi particolarmente esposti ai cambiamenti climatici, ha adottato lunedì 30 novembre la Dichiarazione di Manila-Parigi. Il documento chiede una «decarbonizzazione» totale dell’economia mondiale, zero emissioni e 100% di energie rinnovabili entro il 2050. L’obiettivo è di far sì che l’aumento della temperatura non superi 1,5 gradi. Anche se degna di lode, questa visione sarà probabilmente respinta da numerosi paesi.

La presidente della Confederazione ha anche ricordato che è nostro dovere proteggere il pianeta per le generazioni future. Una dichiarazione più che mai benvenuta, poiché lavoriamo duro per assicurarci che il principio dell’equità intergenerazionale sia menzionato nel testo dell’Accordo. Questo principio stipula che i bisogni e gli interessi di tutte le generazioni – passate, presenti e future – abbiano lo stesso valore e gli stessi diritti. Abbiamo perciò la responsabilità di preservare il clima e il pianeta per le generazioni a venire. Non è giusto e di certo non è ragionevole trasmettere questo terribile fardello alle generazioni future.

Océane Dayer, presidente Swiss Youth for Climate


30 novembre 2015 - 8:53

La COY11 è finita, spazio alla COP21

La COP21 si apre oggi a Parigi alla presenza dei negoziatori e dei capi di Stato provenienti dal mondo intero. Le delegazioni e le coalizioni iniziano le loro sedute di coordinazione. Per quanto ci concerne, ritroviamo gli altri giovani nel quadro di YOUNGO, la piattaforma della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (CCNUCC) per la gioventù. L’obiettivo è di elaborare delle strategie affinché i nostri interessi siano presi in considerazione nel testo finale dell’Accordo di Parigi. Per riuscirci: lobbying, azioni e comunicazione. Abbiamo iniziato a collaborare la settimana scorsa, durante la COY11, l’undicesima conferenza dei giovani svoltasi da giovedì a sabato.

Da 11 anni, la COY riunisce giovani provenienti dai quattro angoli del pianeta che si impegnano per il clima. Le numerose conferenze, atelier e gruppi di lavoro permettono di incontrarsi, scambiare delle idee e prepararsi per la COP. Quest’anno, un gruppo di giovani provenienti da 55 paesi diversi ha redatto un manifesto che espone i valori e le aspirazioni della gioventù del mondo. Il documento è stato consegnato a Nicolas Hulot, inviato speciale della Francia per la protezione del pianeta, e a Laurent Fabius, ministro degli esteri francese e presidente della COP21. Nello stesso tempo, un altro gruppo ha partecipato a un atelier di tre giorni, durante il quale sono state sviluppate soluzioni concrete per il futuro in ambiti come l’energia, la mobilità o l’agricoltura.

Un bilancio? La COY è soprattutto un’esperienza magnifica, un momento in cui i giovani di tutto il mondo si uniscono per il futuro del pianeta. Spetta a noi adesso difenderlo alla COP21!

A domani

Océane Dayer, presidente Swiss Youth for Climate