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Luis Borges


"In Svizzera Borges poteva essere se stesso"


Di Norma Dominguez


Vent'anni fa, moriva a Ginevra lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Nella città di Calvino riposano le sue spoglie.

Il famoso scrittore e pensatore, che ha lasciato un'enorme eredità in tutti i campi della cultura moderna, vedeva nella Svizzera il paese della tolleranza e del rispetto, in cui gente di lingua e religione diversa vive in armonia grazie alla razionalità e all'intelligenza.

Nel ventesimo anniversario della morte di Jorge Luis Borges si moltiplicano in tutto il mondo gli omaggi al geniale scrittore argentino: Buenos Aires, Lisbona, Madrid, Parigi, New York, Puerto Rico e Ginevra sono solo alcune delle città che onorano la sua opera e la sua memoria.

Sempre controverso e polemico Borges, un gigante della letteratura mondiale, scelse la Svizzera come sua ultima dimora terrena. Molti suoi compatrioti argentini ancora oggi non accettano di buon grado il fatto che scelse di venire a morire a Ginevra.

La tolleranza e la solidarietà

Pochi sanno in che misura la Svizzera segnò la vita dello scrittore. Borges vi giunge per la prima volta da adolescente, nel 1914, con la famiglia, per curare la cecità progressiva del padre.

Allo scoppio della prima guerra mondiale la famiglia di Borges si vide costretta a stabilirsi a Ginevra. Borges frequentò per tre anni il liceo Jean Calvin, dove studiò latino, francese e tedesco, lingue che gli permisero di ampliare le proprie letture e di scoprire, tra gli altri, filosofi come Schopenhauer e Nietzsche.

Bloccato in una città straniera e circondato da una guerra cruenta che non riusciva a capire, lo scrittore apprezzò profondamente la tolleranza e la solidarietà di Ginevra.

"Vide come venivano accolti i rifugiati della Prima Guerra Mondiale, e ne restò segnato per il resto della vita", ricorda Maria Kodama, ex alunna e seconda moglie del geniale scrittore.

Il rispetto dell'intimità

"Ginevra era la città in cui aveva studiato e che apprezzava soprattutto per il senso del rispetto – prosegue Maria Kodama - Per lui in Svizzera c'erano un'etica e un rispetto che altrove erano spariti. Una cosa che non sopportava. Voleva morire in pace, con la sua amata, come una persona normale."

Una mancanza di rispetto che aveva provato sulla sua pelle in Argentina. Malato e in terapia intensiva era stato fotografato nel suo letto d'ospedale. L'infermiera che lo assisteva lo aveva "venduto" ad un fotoreporter. Un fatto che lo aveva profondamente ferito.

A Ginevra, durante gli ultimi mesi di vita, amava passeggiare con la moglie per le vie della città vecchia: "Era fantastico vedere come la gente lo riconosceva. Io me ne rendevo conto perché mi guardavano e sorridevano, però continuavano per la propria strada. Io glielo dicevo e lui era contento di quel riconoscimento, che non implicava però l'invadenza", ricorda Maria Kodama.

Difficile staccarsi da ciò che si ama

Ma in gioventù Borges parlò anche male della Svizzera: "Fu una cosa strana", ricorda la moglie: "Diceva che nel momento in cui se ne andò via dalla Svizzera, criticarla diventò una forma di auto-protezione".

"Mi diceva che quando ci si trova di fronte ad un cambiamento forzato, come era stata per lui la partenza dalla Svizzera, la cosa migliore era pensarci come se fosse stata un'amputazione. O si decide di morire di cancrena, o si accetta l'amputazione".

Borges doveva "amputarsi" dalla Svizzera, e per non soffrire troppo di nostalgia, si mise a pensarci in modo negativo, per riuscire a separarsene. Poi superò quella fase e arrivò a dire che la Svizzera era una delle sue patrie.

Osvaldo Ferrari, poeta e saggista amico di Borges, mette in luce proprio il cosmopolitismo dello scrittore: "Borges apprezzava l'idea che ognuno potesse sentirsi cittadino del mondo, un'idea che protegge dal nazionalismo, che lui considerava uno dei peggiori mali del secolo".

Contesto

Jorge Luis Borges Acevedo (Buenos Aires, 24 agosto 1899 - Ginevra, 14 giugno 1986) è stato uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo, famoso per i suoi racconti fantastici in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche.

Dal 1914 si trasferì con la famiglia a Ginevra dove restò fino al 1918, per recarsi poi con la famiglia dapprima a Lugano, a Maiorca, e in seguito in varie altre città europee, prima di far ritorno a Buenos Aires.

Quello che provava per la Svizzera, Borges lo descrisse nel libro "I congiurati", la sua ultima opera letteraria che lo scrittore lasciò "in eredità all'umanità".


(traduzione e adattamento di Raffaella Rossello), swissinfo.ch



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