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Nicolas Maduro davanti all'assemblea

KEYSTONE/AP/ARIANA CUBILLOS

(sda-ats)

Donald Trump apre un nuovo fronte e lancia un avvertimento chiaro al presidente del Venezuela Nicola Maduro: gli Stati Uniti non escludono, se necessario, l'opzione militare per affrontare la delicata situazione nel paese dopo il voto sull'Assemblea costituente.

Parole dure che fanno eco alle ripetute denunce piovute da tutto il mondo contro Maduro per la brutale repressione delle manifestazioni di piazza dell'opposizione. E alla sfida lanciata dallo stesso presidente venezuelano che ha annunciato pubblicamente di voler incontrare Trump.

''Abbiamo molte opzioni per il Venezuela, e non escludo l'opzione militare. Il Venezuela non è così lontano dai, e la gente nel paese sta soffrendo e morendo'', afferma Trump al termine di un incontro con il segretario di Stato americano Rex Tillerson e l'ambasciatrice americana all'Onu Nikki Haley, convocato per fare il punto sulla Corea del Nord.

Un messaggio chiaro quindi a Maduro, che continua a ignorare le critica e a sfidare la comunità internazionale, rafforzato dall'Assemblea Costituente che lui stesso ha promosso, annunciando anche di voler incontrare Donald Trump e ha chiesto di avere un colloquio telefonico con il presidente USA.

"Il presidente Donald Trump sarà lieto di parlare con il leader del Venezuela quando la democrazia sarà ripristinata nel Paese", ha subito risposto Casa Bianca, sottolineando come al momento "il regime di Maduro ha scelto la via della dittatura".

Intanto il vicepresidente americano, Mike Pence, è volato in Sud America con stop in Colombia, Cile, Argentina e Panama, quattro paesi che ''hanno dimostrato il loro chiaro appoggio alla democrazia, respingendo il regime'' del presidente venezuelano Nicolas Maduro. La Casa Bianca precisa che i colloqui oltre che sui temi economici saranno concentrati sulla situazione in Venezuela. Negli incontri verranno discusse le ''opzioni economiche e diplomatiche'' per mantenere la pressione sul regime di Maduro.

A puntare il dito contro la violenza usata da Maduro è il responsabile del Comitato contro la tortura dell'Onu, Jens Modvig, che ha annunciato la richiesta di un incontro con le autorità venezuelane per discutere "il deterioro dei diritti umani nel paese, alla luce del rapporto diffuso due giorni fa dall'Alto Commissario Onu per i diritti umani.

All'Onu si è aggiunta anche l'Organizzazione degli stati americani (Osa), il cui segretario, Luis Almagro, ha detto che dispone di "prove sufficienti" che dimostrano che Maduro "ha commesso e commette ancora crimini di lesa umanità in Venezuela" e ha annunciato che promuoverà una denuncia al Tribunale penale internazionale (Tpi).

Il governo di Caracas, però, non ne vuole sapere niente di queste accuse e ha respinto il rapporto Onu, accusando l'organismo di "ingannare platealmente la comunità internazionale sugli atti di violenza perpetrati dall'opposizione venezuelana dallo scorso aprile". In quanto ad Almagro, Maduro ha già proclamato da mesi che l'ex ministro degli Esteri uruguayano è in realtà un agente della Cia, pagato per danneggiare la sua immagine.

In un lungo ed applauditissimo discorso davanti all'Assemblea costituente, il presidente venezuelano ha denunciato essere vittima di attacchi da ogni direzione: l'opposizione che promuove "violenza fascista", i paesi della regione, che "vogliono imporci un blocco", gli Usa, che finanziano "terroristi paramilitari" e la "borghesia parassitaria", vera responsabile a suo avviso della acuta crisi economica del paese.

Contro tutti questi avversari, Maduro ha lanciato il guanto della sfida. Ai presidenti sudamericani che lo criticano ha detto che vuole "vederli faccia a faccia" in un vertice continentale, e a Donald Trump che spera fargli cambiare idea sul suo paese, se accetta incontrarsi con lui a New York, a margine dell'Assemblea Generale dell'Onu.

Il presidente peruviano, Pedro Pablo Kuczynski, in un'intervista televisiva ha subito respinto l'invito fattogli da Maduro di incontrarlo in un vertice regionale perché, ha spiegato, "è un dittatore, che ha dato un colpo di Stato, con una elezione manipolata per eliminare il suo Parlamento". Il presidente peruviano ha aggiunto che ha un solo messaggio per Maduro: "che se ne vada, perché è un dittatore".

Il governo peruviano ha annunciato poi l'espulsione dell'ambasciatore del Venezuela a Lima, Diego Alfredo Molero Bellavia, concedendogli cinque giorni perché lasci il paese.

In un breve comunicato, il ministero degli Esteri peruviano ha anzitutto chiarito che considera "non ricevuta" la nota di protesta trasmessa dal Venezuela per la dichiarazione sottoscritta a Lima da 13 paesi americani -nella quale hanno definito illegittima la Costituente promossa da Nicolas Maduro- "in quanto contiene termini inaccettabili". Il governo Kuczynski -precisa la nota- ha deciso di espellere il diplomatico, ma resta comunque "disposto a contribuire alla restaurazione della democrazia" a Caracas

Le parole più dure, però, il presidente venezuelano le ha riservate all'opposizione interna. Dopo aver insultato l'ex candidato presidenziale Henrique Capriles con uno scherzo omofobo, Maduro ha promesso che la Commissione della Verità della Costituente chiamerà a dichiarare "uno per uno" i suoi dirigenti, per punire chiunque "abbia istigato la violenza terrorista e fascista".

"La Costituente è plenipotenziaria è potrà abolire qualsiasi tipo di immunità, perché l'immunità non vuole dire un permesso per delinquere", ha assicurato il presidente, che ha anche presentato un progetto di legge perché si punisca con pene che arrivano ai 25 anni quelli che ha chiamato i "delitti di odio".

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SDA-ATS