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Migrazione e lavoro


Uno stage in Svizzera? I limiti del partenariato migratorio con la Tunisia




In cambio di un rimpatrio più rapido in Tunisia dei richiedenti l’asilo respinti, la Svizzera si è impegnata ad offrire dei posti di stage a 150 giovani tunisini. L’accordo fatica però a concretizzarsi. Testimonianze.

Il 39% della popolazione tunisina ha meno di 24 anni; il 28,5% dei giovani tra i 14 e i 28 anni è senza impiego. (AFP)

Il 39% della popolazione tunisina ha meno di 24 anni; il 28,5% dei giovani tra i 14 e i 28 anni è senza impiego.

(AFP)

Il volto di Seifeddine Ben Taleb si illumina quando parla di nuoto. Il suo sogno? Perfezionarsi, insegnare ai bambini e magari un giorno allenare un futuro campione olimpico del suo paese, la Tunisia.

Arrivato in Svizzera nel 2010 per seguire un Master in educazione fisica, Taleb sta facendo uno stage come allenatore di nuoto. “Ho sentito che c’era la possibilità di restare in Svizzera per acquisire nuove competenze e rientrare in Tunisia con un bagaglio più ricco. Così mi sono lanciato. I datori di lavoro guarderanno con occhi diversi il mio curriculum, perché ho un diploma straniero”.

L’esperienza di Seifeddine Ben Taleb si inserisce in un programma di stage rivolto a 150 tunisini dai 18 ai 35 anni, lanciato nel 2014 nell’ambito del partenariato migratorio sottoscritto dalla Svizzera e dalla Tunisia.

In sostanza, la Tunisia si impegna a riammettere sul proprio territorio i richiedenti l’asilo respinti dalla Svizzera, mentre la Confederazione offre – tra le altre cose – un’opportunità di formazione e di scambio professionale, quale misura di lotta contro la disoccupazione. Unica condizione: i giovani candidati devono aver terminato un apprendistato oppure l’università.

Vi è però un ostacolo non indifferente: pochi datori di lavoro sembrano disposti ad assumere stagisti tunisini. Finora il bilancio del progetto è piuttosto magro: soltanto 4 giovani sono venuti in Svizzera.

Influenza ridotta sul settore privato

“Solitamente gli stagisti dovrebbero cercare un impiego da soli; noi ci occupiamo solo di autorizzare l’entrata e il soggiorno in Svizzera”, afferma Gregoire Crettaz, della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), responsabile del dossier. “Il problema è trovare posti disponibili”.

“L’influenza che possiamo esercitare sul settore privato è chiaramente limitata. Spetta ai datori di lavoro decidere, noi non abbiamo alcun potere”.

Per Taleb la scelta è stata forse un po’ più semplice, racconta il giovane, grazie al fatto che era già in Svizzera e che conosceva persone attive nel mondo del nuoto. Pur sottolineando che questo stage è perfetto per lui, Taleb ritiene che gli orari irregolari non rendano il lavoro particolarmente attrattivo agli occhi degli svizzeri. Per questo molti candidati erano probabilmente stranieri.

Taleb è inoltre cosciente che per i datori di lavoro c’è un parte di rischio nell’assumere stagisti tunisini al posto degli svizzeri. “Credo sia difficile fidarsi di uno straniero. E poi dopo aver formato qualcuno per un anno e mezzo bisogna lasciarlo partire”. L’accordo prevede infatti il rientro in patria dei tunisini al termine del praticantato.

Capitalizzare il successo

Crettaz sa che il successo del progetto è lungi dall’essere garantito e che la posta in gioco è alta. L’accordo siglato con la Tunisia è il primo di questo genere in un paese arabo e rappresenta un elemento importante del partenariato migratorio.

Da diversi anni la Svizzera sta puntando su accordi analoghi per favorire un rimpatrio rapido dei richiedenti l'asilo respinti. In Tunisia, però, questo partenariato aveva sollevato diverse critiche da parte di parlamentari e ONG, secondo cui la Confederazione non aveva concesso molto in cambio del rientro di migliaia di migranti.  

Di fronte alle difficoltà di inserimento dei giovani tunisini, il SEM ha così deciso di andare oltre il suo mandato abituale e ha lanciato un appello a potenziali datori di lavoro, in collaborazione con membri della diaspora tunisina in Svizzera. 

“Per i lavoratori provenienti da paesi che non fanno parte dell’Unione europea o dell’AELS (Islanda, Norvegia e Liechtenstein), le possibilità di venire a lavorare in Svizzera sono scarse, a meno di essere altamente qualificati. Questo programma è l’unica possibilità che abbiamo di aiutare paesi come la Tunisia. Normalmente non saremmo intervenuti, ma vogliamo che questo programma abbia successo”.

Secondo Taleb, la maggior parte dei giovani tunisini che ne hanno la possibilità sogna di andare a lavorare o studiare all’estero – per lo meno per un breve periodo. Per ragioni linguistiche, la Francia è la destinazione privilegiata, seguita da Canada e Svizzera, ma anche gli Stati del Golfo, come l’Oman, e gli Stati Uniti hanno un certo successo.

L’emigrazione dei giovani è una piaga per la Tunisia, che dopo la caduta del regime di Ben Ali nel 2011 sta portando avanti un processo di transizione democratica e ricostruzione del tessuto economico e sociale. In seguito alla Primavera araba, molti giovani tunisini hanno attraversato il Mediterraneo per inseguire il sogno di una vita migliore in Europa.

Nel 2011 la Svizzera ha così registrato oltre 2'500 domande d'asilo di cittadini tunisini. Grazie anche al partenariato migratorio, nel 2013 la Confederazione ha rimpatriato 841 tunisini. 

Secondo Crettaz, vi sono altri paesi nel mondo arabo e in Africa confrontati con problemi analoghi che guardano con interesse al partenariato migratorio. “Sanno che abbiamo un accordo con la Tunisia e vorrebbero avere anche loro un’opportunità simile. Da parte nostra, vogliamo però assicurarci prima di tutto che questo programma funzioni, prima di concludere accordi con altri paesi”.

Trovare degli stage, missione impossibile?

La Segreteria di Stato della migrazione, l’ambasciata elvetica in Tunisia e la comunità tunisina in Svizzera hanno preso contatto con gli imprenditori e le associazioni di categoria (industria dei servizi, dell’agro-alimentare, etc.) per incitarli ad ingaggiare stagisti tunisini.

Monika Schatzmann, della società Agrimpuls – incaricata di trovare stagisti svizzeri e stranieri nell’agricoltura – ha però dichiarato di non essere interessata al progetto. La maggior parte dei praticanti stranieri proviene dall’Est europeo, in particolare dall’Ucraina, dalla Romania e dall’Ungheria.

Gli altri settori potenzialmente interessati, come quello del commercio al dettaglio, hanno tendenza ad assumere stagisti che hanno seguito un apprendistato in Svizzera. Dal canto suo, la portavoce dell’Associazione degli albergatori svizzeri Hotelleriesuisse, Corinne Seiler, spiega a swissinfo.ch che lo scorso anni sono stati assunte da sei a otto persone provenienti dai cosiddetti “paesi terzi” (che non fanno parte dell’UE e dell’AELS).

Anche le multinazionali potrebbero essere un bacino interessante per gli stagisti tunisini. La concorrenza è però enorme. Secondo il portavoce della Novartis, Patrick Barth, la società farmaceutica riceve ogni anno circa 600 richieste per 20 posti di stage disponibili. Uno di questi è comunque stato attribuito a un giovane tunisino, nell’ambito del partenariato migratorio, afferma Crettaz.

Costruire una rete

Di fronte a questi ostacoli, Crettaz ritiene che le migliori possibilità siano da cercare all’interno della comunità tunisina in Svizzera o tra le imprese attive in Tunisia. Prossimamente saranno lanciate delle iniziative per definire possibili partner, afferma Crettaz, in collaborazione con la camera di commercio Svizzera-Tunisia, l’organizzazione di aiuto allo sviluppo Swisscontact e le autorità tunisine.

Dal canto suo, Taleb ritiene che il programma dovrebbe rivolgersi prima di tutto agli studenti tunisini residenti in Svizzera e che dovrebbe essere allungato, in modo da incitare i datori di lavoro ad investire in questa manodopera.


Partenariati migratori

Oltre al partenariato migratorio con la Tunisia, la Svizzera ha concluso accordi analoghi con Nigeria, Kosovo, Serbia e Bosnia-Erzegovina. Questi non comprendono però la possibilità di seguire degli stage in Svizzera. 

Questi partenariati sono spesso oggetto di critiche da parte delle ONG, secondo le quali i paesi di emigrazione non hanno molto da guadagnare da questi accordi, pensati principalmente per facilitare il rimpatrio dei richiedenti l'asilo. 


(Traduzione dall'inglese, Stefania Summermatter), swissinfo.ch

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