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Missione Rosetta L’acqua degli oceani non proviene dalle comete

La sonda Rosetta, che ruota da tre mesi attorno alla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko, comincia a fornire importanti dati.  (visione d'artista)

(Keystone)

Tre mesi mesi dopo aver raggiunto la cometa Choury e un mese dopo avervi posato il robot Philae, Rosetta fornisce un primo dato sorprendente. L’acqua che si trova sul nostro pianeta non proviene dalle comete. I risultati presentati all'Università di Berna sono formali. 

"Ci aspettavamo sorprese. Questo risultato eccezionale non mancherà di riaccendere il dibattito sull'origine dell'acqua sulla Terra", ha dichiarato Matt Taylor, responsabile scientifico della missione RosettaLink esterno presso l'Agenzia spaziale europea (ESA), durante una conferenza tenuta martedì all'Università di Berna. 

L’istituto di fisica dell’ateneo svizzero ha partecipato alla missione Rosetta, progettando e realizzando l'esperienza RosinaLink esterno, che ha fornito delle indicazioni sulla composizione della cometa Choury, grazie a due spettrometri di massa ed a un sensore di pressione in grado di "annusare" i gas emessi dal corpo spaziale. 

Il risultato di questi studi, che ha colpito gli stessi scienziati, è stato pubblicato il 10 dicembre sulla rivista di riferimento "Science": l'acqua che forma la maggior parte della massa della cometa (sotto forma di neve e ghiaccio) è tre volte più ricca di deuterio di quella che si trova sulla Terra. Non si tratta quindi dello stesso liquido. 

A basse temperature

La differenza è legata quindi al deuterio. Che di cosa si tratta? Mentre l’atomo di idrogeno, il più semplice e più abbondante nell'universo, è fatto di un protone e di un elettrone, l'atomo di deuterio contiene anche un neutrone. 

Missione Rosetta Atterraggio col balzo sulla cometa

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La suspense è durata tutta la notte e una parte della mattinata: dopo due rimbalzi, il terzo atterraggio è stato quello buono e Philae è riuscito a stabilizzarsi sulla superficie della cometa Tchouri. Gli scienziati tirano un gran sospiro di sollievo, anche se il piccolo robot rimane in un equilibrio molto precario.

Mercoledì 12 novembre, ore 17:03: «Siamo sulla cometa!». Il grido di vittoria levatosi dal centro di controllo dell’Agenzia spaziale europeaLink esterno (ESA) a Darmstadt è risuonato nel mondo intero, attraverso le televisioni, il web e le reti sociali. Anche la NASA ha tenuto a felicitarsi.

Col passare dei minuti, delle ore e con le immagini che non arrivavano, la gioia ha iniziato a lasciare spazio all’apprensione. E se l’Europa spaziale stesse per rivivere il fallimento di Beagle 2, il lander schiantatosi sulla superficie di Marte a Natale del 2003? È solo nella mattinata di giovedì che il dubbio è stato fugato: Philae si è posato sulla superficie, ma si trova su un forte pendio, con due piedi ancorati al suolo e uno in aria. Le immagini trasmesse dalle sue telecamere panoramiche mostrano da una parte il suolo, da un’altra un dirupo e da una terza il cielo.

Due rimbalzi per tre atterraggi

Sin dall’inizio era chiaro per tutti che riuscire a far posare un robot di 100 kg sulla superficie di un corpo celeste dove pesa appena un grammo (per la forza di gravità molto debole della cometa), su un terreno accidentato e probabilmente molle ma di cui si ignora la composizione esatta, non sarebbe stata di certo un’operazione di routine. Anche perché si tratta di una prima assoluta nella storia dell’esplorazione spaziale.

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Normalmente, dopo una discesa di sette ore alla velocità di un uomo al passo, Philae avrebbe dovuto fissarsi al suolo grazie all’attivazione di un ugello installato sulla sua sommità, che avrebbe dovuto ‘sparare’ azoto verso il cielo. Come una specie di reattore installato al contrario. Purtroppo, questo macchinario, concepito e fabbricato dalla piccola azienda svizzera Realtechnologie AGLink esterno, in collaborazione con una ditta olandese, non è funzionato.

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Rimanevano quindi solo gli arpioni, previsti per conficcarsi fino a 2,5 metri nel suolo. Come in uno strato di neve polverosa, i ganci non sono però riusciti a trovare nulla a cui fissarsi. Philae è così rimbalzato nello spazio, come temevano gli ideatori della missione.

Questo primo salto è durato quasi due ore. Il robot-ragno è risalito a quasi un chilometro d’altezza. Poi nuova discesa, nuovo contatto con il suolo e… nuovo rimbalzo, di sette minuti questa volta, prima di «piantarsi» quasi in verticale su un forte pendio, a un chilometro dal luogo previsto inizialmente.

Tutto si giocherà nelle prossime ore

Piantato, ma non agganciato. Durante il debriefing davanti alla stampa, giovedì alle 14, l’ESA ha spiegato che il piccolo robot Philae non è ancora riuscito ad ancorare i suoi arpioni al suolo. È dunque problematico lasciargli usare la perforatrice che dovrebbe permettere di prelevare due campioni dal terreno. Il rinculo potrebbe proiettarlo nuovamente nello spazio. E questa volta per davvero.

Il prelievo di campioni sulla superficie della cometa è però una delle esperienze che gli scienziati attendono con maggior interesse. Permetterebbe di analizzare direttamente sul posto una materia tenuta in congelatore da 4,6 miliardi di anni, data di nascita del sistema solare. E di individuare poi le famose molecole considerate i mattoni fondamentali della vita.

Per ora, le perforazioni non sono state annullate ma solo posticipate. E dato che la sua batteria gli permetterà di funzionare a pieno regime solo per una cinquantina d’ore, Philae non ha perso tempo: il lander ha già effettuato lo scan del corpo della cometa, i cui dati sono in fase di analisi. Questi permetteranno di scoprire finalmente di cosa è fatta questa grossa «anatra giocattolo», che alcuni paragonano piuttosto a un cigno nero.

Una volta la batteria scarica, il piccolo robot potrà contare solo sui suoi pannelli solari. Ma nel posto dove si trova, questi saranno illuminati solo tre ore al giorno. Infine, Philae è destinato a morire di caldo sulla superficie della cometa, man mano che questa si avvicinerà al sole. La sonda Rosetta, invece, continuerà a girare attorno alla cometa Tchouri almeno fino all’agosto 2015. E a raccogliere informazioni che alimenteranno la nostra conoscenza sulle comete per anni.

Per poter caricarsi di deuterio, le molecole d'acqua (fatte di idrogeno e ossigeno) devono formarsi a temperature molto basse, temperature che regnano ai confini ghiacciati del sistema solare, dove si incrociano le comete. Più una cometa si è formata lontana dal Sole e più conterrà deuterio. 

La sorpresa non è totale. Nel 1986, le analisi (già svolte presso l'Università di Berna) dei dati forniti dalla sonda Giotto, dopo il suo passaggio nei pressi della famosa cometa di Halley, avevano mostrato concentrazioni di deuterio due volte superiore a quelle contenute nell’acqua della Terra. 

Acqua ovunque 

L'acqua è letteralmente più vecchia del mondo. Si trovava già in grandi quantità nella nube che ha portato alla nascita del Sole e dei suoi pianeti. Oggi, in forma gassosa, liquida o solida, è presente ovunque nel sistema solare, dal fondo dei crateri di Mercurio ai satelliti ghiacciati di Saturno e Giove. 

E, naturalmente, esisteva anche sulla Terra primordiale. Ma nella fase finale della sua formazione, il nostro pianeta è diventato così caldo da far evaporare l'acqua nello spazio. Vi è poi tornata, apportata dal massiccio bombardamento di piccoli corpi celesti, a cui i pianeti sono stati sottoposti 3,8 miliardi anni fa – come mostra anche il volto crivellato della Luna. 

Se questi piccoli corpi, che hanno formato gli oceani, non erano comete, potevano essere solo asteroidi. La differenza? Gli asteroidi sono molto più vicini alla Terra, la maggior parte di loro ruota tra Marte e Giove. Oggi, il calore del sole li ha praticamente "cotti". Sono rimaste solo rocce, ma un tempo erano impregnati d'acqua. 

Inoltre, come rilevano gli autori dello studio nella rivista Science", è possibile che la Terra abbia potuto mantenere le sue acque originali, nonostante la fornace in cui è nata. L’acqua potrebbe essere rimasta bloccata nella roccia, dal momento che si ritrovano delle sue molecole anche nel reticolo cristallino di una pietra dura come il granito. 

E la vita? 

"Appuntamento quindi per una prossima pubblicazione sulle molecole preorganiche", ha detto Kathrin Altwegg, responsabile delle ricerche dell’esperienza Rosina presso l’Università di Berna. Se lo studio esclude quindi le comete come fonte d’acqua sulla Terra, la scoperta fatta dal suo team internazionale non rimette in discussione l'ipotesi che il "mattone" fondamentale della vita sia giunto dallo spazio. 

Già da molto tempo gli spettrometri captano le tracce di queste lunghe catene di carbonio e di idrogeno nelle nubi interstellari, dove nascono le stelle e i pianeti. Come l'acqua, si ritrovano in tutto il sistema solare, comprese le comete e gli asteroidi. 

Gli scienziati attendono quindi altre grandi scoperte dai dati della sonda Rosetta, che continuerà a girare attorno alla sua cometa, almeno fino alla prossima estate.

 


Traduzione di Armando Mombelli, swissinfo.ch

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