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Non solo velo e minareti


Piccole religioni in Svizzera nell'ombra dell'Islam




Celebrazione al tempio Sikh di Langenthal, nel canton Berna. (Ex-press)

Celebrazione al tempio Sikh di Langenthal, nel canton Berna.

(Ex-press)

Il dibattito politico e mediatico sulle religioni in Svizzera si focalizza sui musulmani e la pratica dell’Islam. Nella Confederazione ci sono però anche persone di fede ortodossa, indù, ebraica o sikh. Come vivono quest’attenzione preponderante nei confronti dell’Islam e quali sono le loro richieste?

Che si tratti di scuola, di luoghi pubblici o dell’ambiente lavorativo, l’Islam monopolizza i dibattiti sulle religioni e sull’integrazione degli stranieri in generale. Il porto del velo, le sale di preghiera negli istituti educativi, la pratica del Ramadan e le aree per musulmani nei cimiteri sono temi ricorrenti. In politica come nell’opinione pubblica.

Ciò non sorprende. Ma sebbene quest’attenzione sia giustificata dal contesto internazionale e dal numero di musulmani in Svizzera - che rappresentano il 5% della popolazione - non va dimenticata l’eterogeneità del paesaggio religioso elvetico. Accanto alla maggioranza cattolica e protestante ci sono infatti anche ebrei, buddisti, indù, ortodossi e sikh, solo per citarne alcuni.

«Nei media sono spesso ignorati. Se ne parla soltanto quando succede qualcosa», rileva Martin Baumann, professore di scienze delle religioni all’Università di Lucerna. L’esperto fa l’esempio della comunità indù della sua città. «Ha fatto parlare di sé nel 2012 quando ha ottenuto, per la prima volta in Svizzera, l’autorizzazione di spargere le ceneri dei suoi defunti nel fiume Reuss».

Per Alexandre Sadkowski, prete della parrocchia ortodossa Santa Caterina di Ginevra, è normale che i media mettano l’accento sull’attualità e quindi sui musulmani. «Lo è stato alcuni anni fa con la questione dei minareti e lo è oggi con i rifugiati. Se non si sente parlare di altre confessioni è perché non ci sono problemi d’integrazione o perché non sono un tema interessante».

Religioni in cerca di riconoscimento

Martin Baumann sottolinea un altro aspetto: «Molte religioni legate all’emigrazione hanno un problema a livello di organizzazione. Non dispongono di rappresentanti che parlano bene una lingua nazionale e che possono quindi avere scambi con i media. Manca una forma di professionalizzazione nei rapporti con l’esterno».

Va comunque detto, prosegue, che alcune religioni, come ad esempio l’insieme delle Chiese libere, preferiscono non apparire sui media. «Sono magari un po’ critiche nei confronti dei giornalisti perché ritengono di non essere capite. Penso che alcune siano felici di essere, per così dire, “lasciate in pace”», ritiene Martin Baumann.

La mancanza di attenzione verso le “piccole” religioni non si riscontra solo sui media, ma anche a livello politico o amministrativo, puntualizza l’esperto. «Alcune comunità religiose auspicano una collaborazione più stretta con gli organi preposti all’integrazione. La grande discussione attorno al riconoscimento ufficiale della propria religione in Svizzera è portato avanti non solo dai musulmani, ma anche da membri di altre religioni».

Questo riconoscimento, di competenza dei cantoni, è molto importante, spiega Alexandre Sadkowski. «Ci darebbe la possibilità di essere interpellati e di partecipare alle decisioni. Noi ortodossi non abbiamo molte richieste, ma quando ne avanziamo una, come ad esempio per la costruzione di una chiesa, non siamo molto ascoltati».

Scuola più restrittiva

In seno alla comunità ebraica, la cui parità di diritti in Svizzera è riconosciuta da 150 anni, non si ha l’impressione di ricevere meno attenzione a causa dei musulmani, rileva Jonathan Kreutner, segretario generale della Federazione svizzera delle comunità israelite (FSCI). «Notiamo però uno scetticismo crescente nei confronti della religione in quanto tale».

In passato, ricorda, si trovavano sempre delle soluzioni, ad esempio per le dispense scolastiche durante le festività ebraiche quali lo Yom Kippur. «Oggi è più difficile. Le proposte per regole più severe a scuola s’indirizzano principalmente ai musulmani. Ci sono infatti sempre più musulmani e quindi più genitori che chiedono di dispensare i figli dalle lezioni. Questo ha portato la scuola a essere più restrittiva», constata Jonathan Kreutner.

Il suo timore è che il discorso sui musulmani possa indirettamente colpire anche la comunità ebraica. «Chi chiede un divieto del velo islamico, spesso non si rende conto che così facendo potrebbe essere vietata anche la Kippah [copricapo simbolo della religione ebraica, ndr]», sottolinea il segretario generale della FSCI.

Una preoccupazione non priva di fondamento. In Vallese, la sezione cantonale dell’Unione democratica di centro (destra conservatrice) ha depositato in febbraio un’iniziativa denominata “Per allievi a testa scoperta nelle scuole pubbliche vallesane”. Benché rivolto in primo luogo contro il velo islamico, come confermato dal comitato d’iniziativa, il divieto concerne tutti i tipo di copricapo.

Tagliarsi i capelli per lavorare

E se si parla di copricapo, impossibile non pensare ai sikh. I credenti della religione di origine indiana si contraddistinguono per il vistoso turbante, sotto il quale celano capelli che non possono essere tagliati. I sikh in Svizzera sono pochi, al massimo un migliaio, e il turbante indossato dai maschi adulti non sembra creare particolari problemi, anche perché molti lavorano in modo indipendente, secondo Martin Baumann dell’Università di Lucerna.

Conciliare la pratica del sikhismo e la vita quotidiana non è però sempre evidente, ha spiegato al domenicale Schweiz am Sonntag Jorawar Singh, rappresentante della Comunità Sikh in Svizzera. Le famiglie che crescono i figli senza tagliare loro i capelli sono confrontate con problemi di accettazione a scuola o sul posto di lavoro. Numerosi sikh, ha detto Jorawar Singh, faticano così a trovare un posto di apprendistato.

In nome della libertà religiosa

Ogni religione ha le proprie rivendicazioni, le proprie aspirazioni, osserva Martin Baumann. «Per la diaspora, il desiderio più grande è di poter erigere un tempio o una pagoda dove ritrovarsi».

Sasikumar Tharmalinguam, prete indù alla Casa delle Religioni di Berna, auspica ad esempio che i templi indù siano più accessibili e visibili. «La maggior parte dei 22 templi indù in Svizzera si trova in parcheggi sotterranei, vicino a una zona industriale o a un inceneritore per rifiuti. Ci piacerebbe dotare tutti i templi di una torre, un simbolo molto importante per gli induisti».

In generale, rileva Martin Baumann, gli immigrati - e in particolare gli indù e i buddisti - hanno in parte adattato le loro pratiche religiose alle condizioni di vita in Svizzera. Il professore raccomanda tuttavia alle autorità di prendere sul serio i bisogni delle minoranze, in nome della libertà religiosa.

swissinfo.ch

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