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Nubi sull’economia svizzera


Il franco forte fa passare in secondo piano i timori per i bilaterali


Di Andreas Keiser


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Il 2014 è stato un anno fasto per le esportazioni svizzere, ma il quadro è cambiato. (Keystone)

Il 2014 è stato un anno fasto per le esportazioni svizzere, ma il quadro è cambiato.

(Keystone)

Un anno fa il mondo economico svizzero reagiva con preoccupazione dopo il sì all’iniziativa «contro l’immigrazione di massa». Finora il voto ha avuto effetti limitati sull’andamento dell’economia. Il massiccio rafforzamento del franco ha per contro peggiorato bruscamente le condizioni quadro.

«Ci troviamo in un contesto di maggiore incertezza, soprattutto per quanto riguarda le decisioni di investimento», afferma Klaus Abberger, responsabile delle questioni congiunturali presso il centro di ricerche KOF del Politecnico di Zurigo, riferendosi agli effetti dell’accettazione dell’iniziativa «contro l’immigrazione di massa».

L’economia svizzera sta bene, soprattutto in paragone internazionale, continua Abberger. Tuttavia l’iniziativa è un «fattore percepibile» poiché «le aziende hanno in parte differito gli investimenti». Sulla base del suo sondaggio periodico, il KOF ritiene «che senza l’iniziativa gli investimenti sarebbero stati più alti dello 0,5-1%». Circa il 15% delle aziende ha cambiato comportamento in materia di investimenti in seguito alla decisione del popolo, stando a quanto emerge da un altro studio del KOF.

La revoca degli accordi bilaterali con l’Unione Europea – in particolare quello relativo alla libera circolazione delle persone – danneggerebbe l’economia svizzera. È la conclusione a cui è giunto uno studio del centro di ricerche congiunturali KOF del Politecnico federale di Zurigo, pubblicato il 3 febbraio.

Il prodotto interno lordo diminuirebbe dello 0,2% all’anno. A patirne maggiormente sarebbero gli investimenti, in particolare nel settore dell’edilizia, rileva il KOF.

Per le aziende svizzere, la libera circolazione delle persone ha comportato benefici, come l'aumento della popolazione attiva e la crescita dei consumi e della produttività.

«Le relazioni bilaterali tra Svizzera e Unione Europea hanno preso un brutto colpo. Bruxelles ha perso fiducia», afferma Jan Atteslander, responsabile della politica estera presso economiesuisse. «Fondamentalmente non bisogna però esagerare. Le multinazionali e gli investitori europei sono diventati più cauti, ma circa l’80% delle aziende parte dal presupposto che gli accordi bilaterali con l’UE saranno mantenuti. Per questo gli effetti non sono ancora così forti».

In effetti l’annata 2014 è stata fasta per l’economia d’esportazione svizzera. L’export è cresciuto del 3,5% a 208 miliardi di franchi, superando il precedente record del 2008. Le importazioni hanno invece registrato un aumento dello 0,4% a 178 miliardi di franchi. La bilancia commerciale si è così chiusa con un saldo positivo di 30 miliardi, un altro nuovo record. Mancano per contro ancora le cifre definitive relative al prodotto interno lordo e al tasso di crescita nel 2014.

Per ora non cambia nulla

«Nessun grande effetto» è il bilancio stilato da Daniel Lampart, capo economista dell’Unione sindacale svizzera. «Fino a quando nulla sarà deciso, non cambierà fondamentalmente niente».

La Svizzera ha ancora due anni di tempo per applicare il nuovo articolo costituzionale – che prevede la reintroduzione di contingenti per i lavoratori provenienti dall’UE e la priorità ai lavoratori residenti – e per trovare una soluzione con l’UE. Bruxelles ha finora sempre respinto seccamente l’idea di reintrodurre dei contingenti. Nel caso estremo, gli accordi bilaterali con l’UE potrebbero cadere e la Svizzera perdere l’accesso al suo mercato.

Le conseguenze per l’economia elvetica sarebbero gravi. Tuttavia non si è ancora giunti a questo punto. Il governo svizzero presenterà presto il mandato relativo alle trattative per la rinegoziazione dell’accordo di libera circolazione con l’UE.

Partiamo dal presupposto che con l'Europa si riuscirà a trovare una soluzione ragionevole.

Jan Atteslander

«Partiamo dal presupposto che con l’Europa si riuscirà a trovare una soluzione ragionevole», sottolinea Jan Atteslander, auspicando che l’articolo costituzionale sia applicato tenendo conto degli interessi economici di tutto il paese.

Preoccupa di più il franco

La decisione della Banca nazionale svizzera di porre fine alla politica del tasso minimo di cambio franco-euro ha relegato in secondo piano le preoccupazioni relative all’avvenire degli accordi bilaterali. «Il corso del franco può portare a una svolta economica importante. L’insicurezza circa il futuro dei bilaterali passa un po’ in secondo piano», rileva Klaus Abberger del KOF.

Tenuto conto «dello choc del franco» e visti i bassi prezzi del petrolio, il KOF ha rivisto le sue previsioni congiunturali. Partendo dal presupposto che nei prossimi due anni il franco si scambierà più o meno alla pari con l’euro, l’economia svizzera dovrebbe attraversare un breve periodo di recessione nel semestre estivo 2015. Sull’insieme dell’anno, il prodotto interno lordo dovrebbe regredire dello 0,5%, mentre nel 2016 è prevista una stagnazione.

Ancora alcune settimane fa, i toni erano più ottimistici. Il 17 dicembre, un mese prima della decisione a sorpresa della BNS, il KOF prevedeva una crescita economica dell’1,9% per il 2015 e del 2,1% per il 2016.


(traduzione di Daniele Mariani), swissinfo.ch

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