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Pittura Alle radici svizzere del mistero Ligabue

dipinto di antonio ligabue

Volpe in fuga (1948).

(Collezione privata ©)

Mentre è ancora in corso a San Gallo al Museum im Lagerhaus (fino all’8 settembre) l’illuminante mostra Antonio Ligabue – Der Schweizer Van Gogh, il professor Renato Martinoni, emerito di Letteratura italiana dell’ateneo sangallese nonché promotore e co-curatore dell’esposizione dedicata al tormentato artista, ha appena dato alle stampe per i tipi di Marsilio un minuzioso e documentatissimo saggio che squarcia le nebbie sui primi fondamentali vent’anni di esistenza di un personaggio "difficile da liberare dalle panie vischiose della leggenda".

Eccentrico, folle, inquieto, lacerato dalle disgrazie e protagonista di una vita drammatica da reietto e da incompreso, Antonio Ligabue (per adeguarsi alla convenzione onomastica) e la sua arte misteriosa continuano ad attirare l’attenzione non solo del mercato o dei critici ma, per fortuna, anche degli studiosi e di coloro che cercano di capire meglio una figura che tra i tanti accidenti, ha anche la caratteristica di essere rimasta spesso in ombra, affidata all’aneddotica o alla superficiale commiserazione.

+ il saggio di Renato Martinoni Link esterno

La mostra di San Gallo sta aprendo anche nel campo degli approfondimenti più seri un nuovo orizzonte tanto che lo stesso professor Martinoni, autentico cultore della materia, oltre a questo saggio ricchissimo di documenti inediti ha in cantiere anche un romanzo ispirato alla sua parabola esistenziale. Inoltre tra breve in Italia uscirà (a oltre quarant’anni di distanza dallo sceneggiato di Salvatore Nocita con un memorabile Flavio Bucci a imprimere nell’immaginario collettivo l’immagine iconica di Ligabue) un film con Elio Germano nel ruolo del più "diverso" dei pittori.

La memoria dei luoghi dell'infanzia

La ricerca di Martinoni, è bene precisarlo, mira ad allargare lo spettro delle conoscenze su Ligabue "a cominciare da quello delle preoccupazioni nazionalistiche, o peggio provinciali, di chi si ostina a identificare la patria di origine con la patria culturale". La mostra sangallese definisce coraggiosamente Ligabue "il Van Gogh svizzero". Al di là di indubbie analogie, anche se altri artisti possono essere menzionati con Rousseau il Doganiere, la questione non è naturalmente quella di far diventare svizzero il pittore italiano, ma di mettere in giusta luce – e questo mancava fin qui, questo richiede una lettura scientificamente e culturalmente corretta – l’importanza della Svizzera nordorientale nella formazione umana e artistica del pittore.

Basterà ricordare che in molti dipinti di Ligabue il paesaggio che compare in secondo piano è quello tipico della valle del Reno, con i suoi villaggi e i suoi campanili. La memoria dei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza resterà dunque sempre molto forte nello sventurato Anton Lackabue così come la nostalgia per la Svizzera in lui non si attenuerà mai del tutto. Del resto i dettagli "elvetici" non si limitano certo al paesaggismo. Nei quadri di Ligabue magari sullo sfondo o come dettagli all’apparenza di poco conto, i contadini indossano spesso il costume appenzellese, e si intravedono la cattedrale di San Gallo, l’alto ponte ferroviario che conduce nella città, i castelli della valle del Reno.

Con questo saggio Renato Martinoni, quasi rispondendo idealmente all’appello di Cesare Zavattini che degli anni svizzeri aveva detto in tempi lontani "Un biografo serio dovrà vedere che tracce restano lassù di Ligabue", colma un vuoto importante negli studi sul personaggio.

Si tratta di un lavoro basato su ricerche d’archivio che consente di documentare con precisione, per la prima volta, l’itinerario elvetico di Ligabue. Si conoscono i luoghi dove Antonio ha vissuto, i dettagli biografici della famiglia affidataria, quelli della famiglia che la madre naturale (originaria del Bellunese) formerà dopo il distacco dal neonato. Vengono pubblicati documenti molto interessanti sulle scuole frequentate, sui programmi svolti, sui metodi pedagogici utilizzati, oltre alle preziose cartelle cliniche redatte dagli psichiatri che curano il giovane "matto" nel manicomio di Pfäfers.

Né un naïf né un primitivo

Chiarito che, nonostante le superficiali definizioni in voga negli anni Sessanta, Antonio Ligabue non è un naïf (e su questo oramai tutti gli esperti sono d’accordo) il saggio insiste sul fatto che non è neppure un primitivo, cioè un artista privo di educazione e di cultura. Negando un’associazione troppo diretta fra arte e follia, Martinoni insiste molto sull’importanza della scuola di Marbach e dei metodi innovativi della pedagogia curativa che nel primo Novecento conosce importanti sviluppi nell’Europa del nord.

Ancora oggi gli allievi dell’istituto di Marbach dividono l’impegno scolastico fra l’apprendimento in classe e il lavoro all’aperto, a stretto contatto con la natura e con gli animali, usano l’arte come terapia, disegnando, scolpendo la pietra, impratichendosi delle tecniche creative. Più volte i docenti e poi i medici che lo seguono insistono sull’abilità di Antonio Ligabue nel disegnare, specie gli animali. Segno che un’attitudine innata, accompagnata da una formazione scolastica all’avanguardia per i tempi, hanno lasciato dei semi che presto germineranno.

Peccato che non si siano conservate opere di Ligabue realizzate durante il periodo elvetico. Non si può più ignorare tuttavia che i due grandi ambiti della pittura di Antonio Ligabue, gli animali e gli autoritratti, debbano molto all’esperienza maturata dall’artista nei suoi primi vent’anni di vita. Quelli più importanti per il suo itinerario culturale e soprattutto artistico. Come ricorda Martinoni, d’altronde, "la figura e l’opera di un artista è fatta sì di aspetti 'intrinseci' ma anche di elementi più 'esterni' o 'complementari', ma non per questo meno profondi, che lasciano comunque meglio intendere certe implicazioni e certe dinamiche". I preziosi frammenti che questo saggio recupera dalle nebbie di un passato mai approfondito con tanta documentata devozione promettono di aprire squarci di luce sull’"impenetrabile mistero" che avvolge la genesi dell’arte di Anton, Antonio, Ligabue.

Un’impronta dimenticata

Tradizionalmente Ligabue (1899-1965) viene considerato un pittore italiano, quasi indissolubilmente legato a Gualtieri (Reggio Emilia), dove ha vissuto dal 1919 alla morte. In realtà Gualtieri è il paese di origine del padre adottivo di Antonio che il pittore incontrerà (e con cui si scontrerà duramente) solo quando è già adulto.

La prima parte della vita dell’artista, quella certamente più importante per la sua formazione, si svolge in Svizzera. Ligabue, il suo vero cognome è Laccabue, nasce difatti a Zurigo alla fine del 1899. È figlio di un’emigrata italiana e di padre ignoto.

Ancora in fasce viene dato in affidamento a una famiglia germanofona che vive nella parte orientale della Svizzera. Cresce così nel Canton Turgovia, sulle coste del lago di Costanza, a San Gallo e nei suoi sobborghi.

È un ragazzo "problematico" che mostra di avere grosse difficoltà nella vita e nel percorso scolastico. A dodici anni è ancora fermo in terza elementare. Considerato un "debole di mente", viene internato in un istituto di Marbach, nella valle del Reno. Sarà poi anche ricoverato per alcuni mesi, nel 1917, nella clinica psichiatrica di Pfäfers. Considerato un pericolo, per sé e per la società, viene espulso dalla Svizzera nella tarda primavera del 1919.

Antonio sta per compiere vent’anni e arriva in Italia senza sapere una sola parola di italiano. Parla lo svizzero tedesco, non conosce nessuno, si sente isolato, viene deriso (lo chiamano il "matto" e il "tedesco"), vive emarginato nelle golene del Po. Il suo grande desiderio, quello di tornare in Svizzera, presso la famiglia che lo ha cresciuto, rimarrà di lì in poi per sempre un sogno. Dopo circa un decennio, nella seconda metà degli anni Venti, comincerà a dipingere i primi quadri che si conoscono e a modellare le prime statue. Non si ha invece notizia di opere d’arte realizzate in Svizzera: il che non significa che non ci siano state.

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