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Dittatura


«È impossibile cancellare ciò che è accaduto in Cile»


Di Mariel Jara, Santiago


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A 38 anni dalla scomparsa del marito, lo svizzero-cileno Alexei Jaccard, Paulina Veloso ha finalmente ricevuto conferma: il suo compagno fu torturato e ucciso nella prigione segreta di Lautaro, il peggior centro di sterminio sotto la dittatura di Pinochet. Il corpo non è mai stato trovato, ma questa avvocata ed ex ministra non perde la speranza. “Non siamo mai stati così vicini alla verità”.

Alexei Jaccard si è battuto contro la dittatura in Cile. Imprigionato nel carcere di Lautaro è stato torturato e ucciso dalla polizia segreta di Pinochet.  (swissinfo.ch)

Alexei Jaccard si è battuto contro la dittatura in Cile. Imprigionato nel carcere di Lautaro è stato torturato e ucciso dalla polizia segreta di Pinochet. 

(swissinfo.ch)

La verità è arrivata col contagocce. All’inizio, il responsabile della polizia segreta cilena (DINA*), Manuel Contreras, aveva detto alla famiglia che Alexei Jaccard Siegler – arrestato a Buenos Aires nel 1977 – era stato gettato nel Rio de la Plata dai servizi segreti argentini.

Un’informazione fornita – ora si sa – per mantenere il patto di silenzio sul carcere della brigata Lautaro, nella provincia di Santiago, un centro di sterminio dal quale nessuno è mai uscito vivo.

Fino al 2007, quanto accaduto in questo luogo è stato “il segreto meglio custodito della dittatura di Pinochet”. La verità è venuta a galla dalla bocca di Jorgelino Vergara, noto come il “servo” del capo della DINA Manuel Contreras. Nell’affanno di difendere la sua innocenza, Vergara ha infatti confessato le torture alle quali ha assistito nel centro, secondo lui “unicamente come testimone”.

Dopo queste dichiarazioni, sono usciti allo scoperto decine di ex agenti, le cui testimonianze hanno permesso di ritrovare i resti di molti detenuti scomparsi.

A metà 2015, il racconto di un altro ex agente della DINA, Guillermo Ferràn ha permesso finalmente di stabilire che anche Alexei Jaccard Siegler era finito in questo carcere.

Oggi, oltre quarant’anni dopo il golpe, le autorità locali e il Ministero degli interni hanno inaugurato un memoriale per le vittime della brigata Lautaro, a pochi passi dall’ex prigione segreta. swissinfo.ch ha incontrato Paulina Veloso, avvocata ed ex ministra della presidente Michelle Bachelet, a margine della manifestazione. 

swissinfo.ch: Cosa ha significato per lei la costruzione di questo memoriale?

Paulina Veloso: Venire a conoscenza che mio marito è stato detenuto, torturato e probabilmente assassinato in questo carcere è stato molto impressionante per me e per la mia famiglia. Ho sempre sostenuto che Alexei era stato trasferito da Buenos Aires – il luogo in cui sono state perse le sue tracce – in Cile, nel quadro dell’operazione Condor*. Tuttavia, non sapevamo dove fosse stato portato. È solo nel 2007 che sono venuti alla luce gli orrori commessi nel carcere di Lautaro, un luogo di sterminio totale. Questo memoriale ha dunque un grande significato per la mia famiglia, siamo davvero commossi.

swissinfo.ch: Perché ha sempre sostenuto che suo marito fosse stato ucciso in Cile e non in Argentina, come affermavano i servizi segreti?

P. V.:  Quando abbiamo saputo della scomparsa di Alexei, abbiamo presentato ricorso in Cile e in Argentina. Il destino di mio marito e la sua missione politica erano in Cile. Si occupava infatti di trasportare denaro per aiutare i partiti che si opponevano alla dittatura a ricostruirsi. Pertanto il suo arresto a Buenos Aires è stato un incidente. Non poteva essere altrimenti.

D’altro canto, avevamo ricevuto molti segnali da parte del governo argentino che indicavano che mio marito era stato trasferito in Cile. Però nessun centro di detenzione aveva informazioni su di lui, nessuno lo ricordava né lo aveva mai visto. Siamo sempre stati convinti che prima o poi la verità sarebbe venuta a galla. Ed è quanto successo nel 2015, 38 anni dopo la sua scomparsa.

swissinfo.ch: Come ha reagito alla conferma della morte di suo marito in Cile?

P. V.: Ho provato sentimenti diversi. Da un lato, desideravo molto che Alexei fosse stato portato in Cile, perché mi aveva sempre detto di voler morire nel suo paese. Per questo, in un certo senso, sapere che il suo corpo è qui mi ha sollevata. Ma allo stesso tempo è durissimo pensare a come sia stato torturato e ucciso.

swissinfo.ch: L’ex agente Guillermo Ferrán ha confermato la presenza di suo marito nel carcere, però afferma di non sapere chi lo torturò e nemmeno dove sia finito il corpo…

P. V.: Sì, dicono che è stato assassinato con il gas sarin, ma non ci sono prove. Finora sono stati ritrovati i resti dei corpi di tutti coloro che erano in carcere con Alexei. Ma del suo corpo e di quello del suo compagno Hector Velasquez non c’è traccia. Non abbiamo altre informazioni. Però visto quante cose sono emerse negli ultimi anni, è possibile che un giorno ritroveremo le sue spoglie.

swissinfo.ch: Continuerà a lottare per ritrovare i resti di suo marito?

P. V.: Certo! Non siamo mai stati così vicini alla verità e dunque alla possibilità di ritrovare i resti di mio marito. Anche perché le nuove tecnologie permettono cose finora impossibili.

swissinfo.ch: Quanti altri testimoni devono ancora confessare? È il coraggio a mancar loro?

P. V.: Non credo che non abbiano il coraggio di confessare, ma che finora non abbiano voluto farlo. Ciò significa che non abbiamo altra alternativa che aspettare che qualcuno si faccia avanti. Allo stesso tempo, però, speriamo che gli scavi continuino nella zona in cui sono stati ritrovati gli altri corpi e che vengano fatte ulteriori indagini nei quartieri dove si sa che venivano uccise e gettate le persone. E dico gettate perché non sono sicura che venissero sepolte…

swissinfo.ch: Alcuni ritengono che 43 anni dopo il golpe militare, sia giunta l’ora di voltare pagina e non di creare un memoriale. Cosa ne pensa?

P. V.: Pensarla in questo modo significa “rinnegare la nostra storia”. Ciò che è accaduto in questo paese – crimini di massa, sistematici e organizzati con il semplice scopo di perseguire una determinata ideologia politica – è qualcosa di talmente importante per la storia del Cile che è impossibile cancellarlo. Coloro che affermano con leggerezza che bisognerebbe semplicemente voltare pagina, forse hanno qualcosa da nascondere oppure ignorano l’importanza di eventi simili nella storia di un paese.

swissinfo.ch: Che ricordi ha della sua vita in Svizzera?

P. V.: Dopo il colpo di Stato, mio marito è andato in Svizzera perché aveva la doppia nazionalità, ed io l’ho raggiunto. Abbiamo studiato entrambi a Ginevra e poi ci siamo sposati a Losanna. Facevamo una vita da universitari, come dei giovani qualunque, ma parlavamo molto dell’esilio. Io avevo 20 anni, lui 25. Godevamo di un certo benessere, un appartamento, un’automobile… volevamo terminare i nostri studi in Svizzera.

swissinfo.ch: Perché allora Jaccard ha deciso di rischiare la vita e di tornare in Cile?

P. V.: Per il suo impegno politico. Da giovani si è molto idealisti e noi avevamo la sensazione di dover lottare per riportare la democrazia. Ciò ha spinto molte persone a partecipare ad azioni che, col senno di poi, erano veramente suicide. Eppure Alexei ha voluto assumersi questo rischio perché era convinto dell’importanza di difendere un ideale democratico e di giustizia sociale, e naturalmente, di lottare contro la dittatura di Pinochet.

swissinfo.ch: Dopo tutto ciò che hanno passato i famigliari delle vittime, crede che sia possibile risanare le ferite?

P. V.: Non si può lenire un simile dolore. È impossibile… Ma credo che il Cile debba guardare al futuro e ciò significa costruire un nuovo paese sulla base del nostro passato. E ciò che stiamo vivendo in questo periodo è una parte importante del processo. Purtroppo però non ci sono medicine contro questo dolore… 


DINA: Polizia segreta cilena, durante la dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990). A capo della DINA vi era Manuel Contreras (1929-2015), ritenuto responsabile della morte di migliaia di persone.

Operazione Condor: patto di collaborazione segreta tra gli Stati Uniti e sei paesi latinoamericani (Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile e Paraguay), il cui obiettivo era stroncare alla radice ogni forma di dissenso e di sviluppo del comunismo. 


(Traduzione dallo spagnolo, Stefania Summermatter)

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