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Divieto di dissimulare il viso


Anche i "compagni" vogliono bandire il burqa




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Ginevra e la regione del Lemano attirano numerosi turisti dai paesi arabi, tra cui anche diverse donne con il viso velato.  (Keystone)

Ginevra e la regione del Lemano attirano numerosi turisti dai paesi arabi, tra cui anche diverse donne con il viso velato. 

(Keystone)

In Svizzera, politici di destra hanno lanciato in marzo un’iniziativa popolare per l'introduzione di un divieto nazionale di dissimulare il viso. Negli ultimi giorni anche diversi esponenti del Partito socialista (PS) si sono schierati contro il burqa. Le loro dichiarazioni hanno sollevato un grande dibattito all’interno della sinistra. 

Non sono assolutamente favorevole al burqa, indica la senatrice socialista Anita Fetz. “Non per questioni di femminismo, ma perché da noi vi è una cultura ‘face to face’. Il fatto di guardarsi in faccia fa parte della nostra comunicazione”. 

Divieti del burqa in Europa 

Nel marzo scorso, il cosiddetto Comitato di Egerkingen, formato da politici di destra, ha dato inizio alla raccolta delle firme per l’iniziativa popolare “Sì al divieto di dissimulare il proprio viso”. Finora il testo è già stato sottoscritto da oltre 30'000 aventi diritto di voto. 

Lo stesso comitato aveva già lanciato l’iniziativa “Contro l’edificazione di minareti”, approvata nel 2009 dal 57% dei votanti, che ha attirato l’attenzione a livello internazionale. 

Il divieto di dissimulare il viso è già in vigore dal 1° luglio nel canton Ticino. Secondo la polizia ticinese, finora tale divieto non avrebbe suscitato problemi. 

In Francia il burqa è già stato bandito nel 2011. Un divieto analogo è in vigore anche in Belgio, mentre in Italia è in discussione in parlamento un disegno di legge che vieterebbe di indossare il burqa. Un dibattito politico sulla questione è stato avviato negli ultimi tempi anche in Germania.

La consigliera agli Stati rileva tuttavia di aver incontrato, negli ultimi 20 anni, non più di due o tre donne completamente velate a Basilea. Ai suoi occhi, sarebbe quindi totalmente sproporzionato un divieto nazionale di dissimulare il viso, come preteso dall’iniziativa popolare lanciata in marzo da un comitato di politici destra. 

In molte regioni della Svizzera non si sono viste finora donne che portano un burqa o un niqab. Si incontrano invece sempre più spesso nelle città di Ginevra e Zurigo, nel canton Ticino e in altre regioni turistiche del paese. Nella maggior parte dei casi si tratta delle mogli di turisti benestanti che provengono dagli Stati ricchi del Golfo persico, come l’Arabia saudita, il Kuwait o il Qatar. 

La settimana scorsa anche il presidente del governo cantonale di Zurigo si è espresso contro questo indumento. In un’intervista alla “Neue Zürcher Zeitung”, Fehr ha dichiarato che il burqa andrebbe vietato, dato che la nostra società non deve rinunciare ai suoi valori. “Vogliamo far sapere agli stranieri che sono i benvenuti tra di noi, ma che nel nostro cantone e nel nostro paese si usa mostrare il viso”. 

Una visione analoga è stata sostenuta nel settimanale “Le Matin Dimanche” dal collega di partito romando Pierre-Yves Maillard. A suo avviso, “è incontestabile il fatto che oggi le nostre libertà di coscienza e di comportamento siano attaccate. E ciò da movimenti che vanno fino alla violenza e alla morte”. 

La nostra società merita di essere difesa contro un ritorno al passato, ha sottolineato Maillard, annunciando che non lotterà di certo contro un divieto del burqa. “Molti progressi sono stati fatti nelle nostre democrazie. A cominciare dalle libertà delle donne e del corpo. Su questo non si può transigere. Queste conquiste sono fragili, dato che niente è più facilmente tollerato dell’oppressione delle donne”. 

Il fatto che la proposta di vietare il burqa venga sostenuta da esponenti del PS, i quali si battono generalmente per più tolleranza verso altre culture, ha suscitato grandi dibattiti non solo nei media, ma anche all’interno della sinistra. Diverse rappresentanti femminili del partito hanno criticato le dichiarazioni dei loro colleghi. 

Secondo Anita Fetz, il burqa è fuori luogo nella nostra società, ma “non vogliamo imporre un divieto a Basilea, solo perché un ministro cantonale zurighese ritiene che questo tema si presti a un dibattito sui nostri valori”. Se in alcune regioni vi sono dei problemi, questi vanno risolti dai governi cantonali, ritiene la senatrice basilese. 

Nel canton Ticino un divieto di dissimulare il viso nei luoghi pubblici è in vigore dal 1° luglio. La proposta era stata approvata nel 2013 dal 60% dei votanti nell’ambito di una votazione cantonale. A detta della polizia ticinese, questo divieto viene rispettato dai turisti provenienti dai paesi musulmani. L’iniziativa per un divieto nazionale riprende in buona parte il modello ticinese. 

Un segnale contro il fondamentalismo islamico? 

“Non ha senso introdurre un divieto nazionale a livello preventivo”, afferma Anita Fetz. Invece di combattere il terrorismo islamico con un divieto del burqa, che colpisce solo alcune dozzine di turiste, bisognerebbe esigere maggior trasparenza da parte delle organizzazioni musulmane attive in Svizzera – ad esempio, sui canali di finanziamento delle moschee – in modo da poter identificare le forze più radicali. 

“Sono favorevole all’obbligo di predicare nelle moschee in una lingua nazionale e di autorizzare solo imam formati in Svizzera, affinché siano a conoscenza del nostro sistema di diritto. I musulmani moderati non hanno sicuramente nulla in contrario”, dichiara la socialista basilese. 

Anche la deputata socialista Min Li Marti si è espressa contro un divieto nazionale di dissimulare il viso, benché “non nutra simpatie” nei confronti del burqa. “In una società liberale non vanno ancorate nella Costituzione delle prescrizioni sul modo di vestirsi. Ai suoi occhi, non è lottando contro dei simboli che si lancia un chiaro segnale contro l’estremismo islamico. “Una società liberale e consapevole deve vivere i propri valori e non cercare capri espiatori”. 

Una visione condivisa dalla collega di partito Priska Seiler Graf. “Per principio, il divieto del burqa dovrebbe costituire un segnale contro l’oppressione delle donne. Concretamente, però, tale divieto si rivolge ancora una volta contro le donne, le quali vengono poste in una situazione di conflitto”, sostiene la deputata socialista. 

Anche Priska Seiler Graf precisa di non apprezzare il burqa, in quanto riflette l’oppressione della donna. “Le prescrizioni sul modo di vestirsi non sono dettate in questi paesi dalle donne, ma dagli uomini. Ciò è contrario alla mia visione del mondo liberale e occidentale. Non sarebbe però altrettanto liberale, se dovessimo imporre come vestirsi nella nostra Costituzione. Simili prescrizioni contraddicono la nostra concezione dello Stato, democratica e aperta sul mondo, indipendentemente dal fatto che si apprezzi o meno il burqa”. 

La deputata zurighese critica il fatto che i turisti dei paesi del Golfo – spesso approfittatori di regimi dittatoriali e patriarcali – vengano corteggiati dagli operatori turistici svizzeri solo per il fatto che dispongono di un ricco portamonete. “Spero che questi turisti non si limitino a spendere soldi alla Bahnhofstrasse di Zurigo, ma che abbiano la possibilità di conoscere almeno un po’ la nostra società liberale e tollerante. Non credo in ogni caso che impareranno a conoscere i nostri valori, se imponessimo un divieto del burqa”. 

“Soluzione diplomatica” 

Il deputato socialista Tim Guldimann esprime una posizione di mediazione tra sostenitori e oppositori di un divieto del burqa. L’ex ambasciatore ha già operato a stretto contatto con la società musulmana, ad esempio quale mediatore nel conflitto in Cecenia. 

“Non sono per un liberalismo multiculturale. Chi viene a vivere nella nostra società, deve rispettare le nostra cultura. E chi non vuole imparare una lingua nazionale, non dovrebbe ottenere il diritto di rimanervi a lungo”. Il burqa non corrisponde alla nostra società aperta, ma rappresenta un aspetto irrilevante, dato che si tratta di pochi casi all’anno. Con un divieto non si risolve il problema e si rischia soltanto di provocare degli estremisti. 

Invece di un divieto, Guldimann propone soluzioni pragmatiche. “Ad esempio, tramite un’ordinanza, si potrebbe prescrivere che le nostre autorità siano tenute a far conoscere le nostre convinzioni culturali alle turiste con il volto dissimulato, chiedendo loro gentilmente di rinunciare al burqa". 

 (swissinfo.ch)
(swissinfo.ch)

Il divieto del burqa va esteso in tutta la Svizzera e nel resto dell'Europa? 

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Traduzione di Armando Mombelli

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