Libertà sotto pressione Il Consiglio dei diritti umani è all'altezza di fronte ai populismi?


Di
Frédéric Burnand, Ginevra


L'entrata del Palazzo delle Nazioni a Ginevra con in primo piano la gamba rotta di "Broken chair", la sedia gigante installata per ricordare le vittime delle mine.

L'entrata del Palazzo delle Nazioni a Ginevra con in primo piano la gamba rotta di "Broken chair", la sedia gigante installata per ricordare le vittime delle mine.

(swissinfo.ch)

La principale sessione dell’organo delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti umani si apre lunedì a Ginevra in un contesto particolarmente cupo. La limitazione delle libertà nel mondo, anche in seno alle democrazie più consolidate, è una tendenza che potrebbe indebolire il Consiglio dei diritti umani.

«Viviamo in un periodo d’incertezza e d’insicurezza. Non sappiamo dove sta andando il mondo. Alcuni attori [quali la Cina, ndr] stanno assumendo un’importanza crescente. Abbiamo una nuova amministrazione americana. Questa sessione del Consiglio dei diritti umani (CDHLink esterno) ci aiuterà forse a orientarci meglio e a individuare la direzione in cui si orienterà il dibattito», rileva l’ambasciatore Valentin Zellweger, incaricato dei diritti umaniLink esterno presso la missione svizzera all’ONU di Ginevra.

I difensori delle libertà fondamentali sono particolarmente inquieti. «L’agente patogeno del populismo della discordia infetta rapidamente numerose regioni del mondo e una parte considerevole di ciò su cui stiamo agendo insieme sembra oramai essere minacciata», ha detto Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, intervenendo lo scorso 16 febbraio all’Università di Georgetown (Washington).

Le dichiarazioni roboanti e contradditorie - in particolare sul ricorso alla tortura - di Donald Trump, alla testa di una potenza che si definisce protettrice delle libertà e della democrazia nel mondo, generano in effetti una certa confusione. E questo in un periodo dove le democrazie consolidate dell’Europa sono confrontate con le stesse tendenze populiste. Una situazione che non fa che portare acqua al mulino dei regimi autoritari, che trovano qui una giustificazione per riaffermare la loro politica e il loro rifiuto dei cosiddetti valori occidentali.

Nei loro rapporti annuali pubblicati in questi giorni, le due principali organizzazioni internazionali a difesa dei diritti umani (Amnesty International e Human Rights Watch) confermano il degrado della situazione nel mondo nel 2016 e l’ampiezza del pericolo rappresentato dai populisti.

Lotta in seno al CDH

Evocando le diverse istanze a difesa dei diritti umani consolidatesi dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, Zeid Ra’ad Al Hussein ha rammentato che questi strumenti «non sono il risultato di uno scarabocchio burocratico del dopoguerra, come alcuni vorrebbero farci credere. Sono invece stati creati a partire dalle urla di milioni di vittime che sono morte in modo violento e che hanno sofferto orribilmente nel corso dei secoli. Sappiamo bene cosa succederebbe se dovessero sparire».

Dalla sua creazione nel 2006, il CDH è teatro di una battaglia tra i suoi 47 membri, con Stati che tentano di rafforzarne le prerogative e altri che vogliono invece contenerle. Finora, questo rapporto di forza diplomatica non ha portato a un indebolimento né del consiglio né dei trattati internazionali sui diritti umani. Uno status quo che potrebbe però essere rotto dal nuovo inquilino della Casa Bianca.

Ritiro degli Stati Uniti?

Lo scorso 18 gennaio, durante l’audizione per la conferma della sua nomina davanti alla commissione degli affari esteri del Senato, la nuova ambasciatrice statunitense all’ONU, Nikki Haley, ha puntato il dito proprio contro il CDH. Citando la presenza di Cina e Cuba tra i membri del Consiglio, e affermando che i due paesi partecipano soltanto perché vogliono proteggere i loro interessi e criticare gli altri paesi, Haley si è chiesta se gli Stati Uniti vogliono davvero farne parte. Un interrogativo pertinente, sebbene l’ambasciatrice non abbia menzionato gli altri membri del CDH che seguono la stessa tattica, a iniziare dall’Arabia saudita.

Tuttavia, sono la minaccia finanziaria e la politica della sedia vuota (come durante la presidenza di George W. Bush) a suscitare maggiore inquietudine. Jean Ziegler, vicepresidente del Comitato consultivo del CDH, rammenta che gli «Stati Uniti non hanno ancora nominato un ambasciatore al CDH. Non sappiamo a chi rivolgerci. Non è di buon auspicio per il futuro, anche perché gli Stati Uniti sono i principali contribuenti delle Nazioni Unite». Secondo Ziegler, bisognerà adottare un’attitudine offensiva nei confronti dell’amministrazione americana, se questa continuerà a sferrare attacchi contro i diritti umani.

Per l’ambasciatore Valentin Zellweger è però ancora prematuro trarre conclusioni. «Per il momento, questa amministrazione si è contraddistinta per una certa imprevedibilità. Ma bisogna essere prudenti. Il fatto di avere delle incertezze all’inizio è parte integrante di una transizione di tale ampiezza».

Diritti umani e populismo

Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, rapporto annuale 2017Link esterno: «Invece di riconoscere che i diritti umani esistono per proteggere tutti quanti, questi politici privilegiano i presunti interessi della maggioranza (…) Questo appello al potere assoluto della maggioranza, a cui si aggiungono attacchi alle istituzioni incaricate di controllare e di equilibrare i poteri dei governi, rappresenta forse il più grande pericolo attuale per il futuro delle democrazie occidentali (…) La crescita dei populisti in occidente sembra aver incoraggiato numerosi dirigenti nel loro disprezzo dei diritti umani».

Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, rapporto annuale 2017Link esterno: «Nel 2016, le forze più perniciose di disumanizzazione sono diventate una forza dominante nella politica ordinaria a livello planetario. I limiti dell’accettabile sono cambiati (…) La comunità internazionale aveva già risposto alle innumerevoli atrocità del 2016 con un silenzio assordante (…) Il grande interrogativo che si pone nel 2017 è questo: fino a dove si spingeranno queste atrocità prima che il mondo decida di intervenire?».

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Traduzione dal francese di Luigi Jorio, swissinfo.ch

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