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Polemica in Svizzera


Cosa si cela dietro ai presunti viaggi di eritrei in patria?




Stando all'UNHCR, ogni mese 4mila profughi eritrei fuggono dal regime di Isaias Afewerki, accusato dalle Nazioni Unite di "crimini contro l'umanità". (swissinfo.ch)

Stando all'UNHCR, ogni mese 4mila profughi eritrei fuggono dal regime di Isaias Afewerki, accusato dalle Nazioni Unite di "crimini contro l'umanità".

(swissinfo.ch)

Diventati il bersaglio politico privilegiato della destra, gli eritrei in Svizzera sono accusati di rientrare regolarmente in patria, all’insaputa delle autorità elvetiche. Dichiarazioni che la ministra di giustizia Simonetta Sommaruga ha relativizzato martedì davanti al parlamento, promettendo tuttavia un inasprimento generale delle norme in vigore. Ma cosa si cela dietro a questi presunti viaggi? 

Chi ha ottenuto l’asilo in Svizzera perché vittima di persecuzioni, in linea di principio non è autorizzato ad aver contatti con le autorità del suo paese d’origine e ancora meno a ritornare in patria. Lo ha ricordato martedì davanti al parlamento la ministra di giustizia Simonetta Sommaruga, interpellata dalla deputata dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) Martina Andrea Geissbühler, in merito alla partecipazione di cittadini eritrei alla festa nazionale, svoltasi ad Asmara il 24 maggio.

Il caso non sembra essere isolato. Diversi media elvetici hanno infatti rivelato, negli scorsi mesi, che alcuni eritrei tornerebbero regolarmente in patria per trascorrervi le vacanze o visitare i famigliari. Informazioni immediatamente riprese dai partiti di destra, che hanno denunciato un abuso della legge sull’asilo e hanno gridato allo scandalo.

Ma quanti sono e soprattutto chi sono questi eritrei che osano mettere piede in un paese accusato proprio oggi di “crimini contro l’umanità” dalla Commissione d’inchiesta ONU per i diritti umani?

Cominciamo col dire che di cifre esaustive non ce ne sono, anche perché i rifugiati riconosciuti non hanno bisogno di un’autorizzazione per lasciare il territorio elvetico. Se infrangono la legge – recandosi in Eritrea senza permesso – rischiano però di perdere il loro statuto e, in ultima analisi, di ritrovarsi all’aiuto d’urgenza. Stando alle cifre della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), rese pubbliche il 13 giugno dal Consiglio federale, dall’inizio del 2015 sette eritrei si sono visti revocare l’asilo e ritirare lo statuto di rifugiato dopo un viaggio non autorizzato nel loro paese.

Tra il 2010 e il 2015, la Segreteria di Stato alla migrazione (SEM) ha ritirato lo statuto di rifugiato a 591 persone che si sono messe sotto la protezione del loro paese di origini. Di queste, 13 sono eritree. Ciò non vuol dire tuttavia che queste persone siano tornate in patria, precisa la SEM. Può anche essere, ad esempio, che abbiano chiesto il passaporto all’ambasciata del loro paese, in Svizzera. La SEM precisa di non avere statistiche esaustive sui rientri in patria. 

Davanti al parlamento, Simonetta Sommaruga ha comunque precisato che la SEM non ha informazioni certe riguardo a viaggi simili in Eritrea.

La ministra ha però aggiunto che “nella maggior parte dei casi non si tratterebbe di richiedenti l’asilo o rifugiati, ma di cittadini eritrei arrivati in Svizzera molti anni fa e in parte già naturalizzati”. 

Un’opinione condivisa anche da Veronica Almedom, di origine eritrea e membro della Commissione federale della migrazione (CFM): “Sono soprattutto persone fuggite prima dell’indipendenza dell’Eritrea, nel 1991” e che quindi non sono state vittime di persecuzioni da parte del regime di Isaias Afewerki”.

Viaggi propaganda orchestrati dal regime?

La questione solleva tuttavia un altro interrogativo: chi si cela dietro a questi viaggi? Per Veronica Almedom in taluni casi potrebbe essere lo stesso regime ad orchestrarli, via la sua rappresentanza diplomatica. Il consolato di Ginevra è infatti l’unico a poter autorizzare un rientro in patria, rilasciando un passaporto o un visto d’entrata.

“È uno strumento di propaganda. L’Eritrea è sempre più bersaglio di critiche a livello internazionale e sta facendo di tutto per mostrare che la situazione nel paese non è affatto problematica”, afferma Veronica Almedom. Contattato da swissinfo.ch, il consolato di Ginevra non ha voluto rispondere alle nostre domande.

Giurista e specialista dell’asilo ad Amnesty International, Denise Graf dubita che tra le persone recatasi in Eritrea figurino anche rifugiati arrivati di recente. Pur non giustificando eventuali abusi, Denise Graf sottolinea che questi non sono specifici alla comunità eritrea, “come si vorrebbe far credere”.

Simonetta Sommaruga ha d’altronde annunciato che “il Dipartimento di giustizia e polizia presenterà prossimamente una modifica legislativa con l’obiettivo di migliorare l’applicazione del divieto di viaggiare nel paese d’origine”.

Profughi eritrei, un bersaglio politico

L’ONU denuncia “crimini contro l’umanità”

Un nuovo rapporto della Commissione d’inchiesta ONU per i diritti umani, pubblicato l’8 giugno 2016, parla esplicitamente di “crimini contro l’umanità” commessi “in modo sistematico e su larga scala nelle carceri eritree, nei campi di addestramento militare e in altri luoghi sparsi per il paese, nel corso degli ultimi 25 anni”.

Il rapporto sottolinea che in questo “Stato totalitario” non c’è alcun sistema giudiziario indipendente e ciò ha creato “un clima di impunità”. Per questo la Commissione chiede che vengano prese delle misure, tra cui il ricorso alla Corte penale internazionale (CPI), per assicurarsi che sia fatta giustizia”.

Questo secondo rapporto ONU è un riconoscimento importante per le vittime del regime e per tutte quelle persone che sono tuttora detenute in carcere e che non hanno mai potuto essere ascoltate, afferma Veronica Almedom. “La richiesta di portare l’Eritrea davanti alla CPI è l’inizio di un lavoro di lobby, ma resto fiduciosa sull’esito del dossier”.

Il rapporto ONU sarà presentato ufficialmente il 21 giugno, nell’ambito della prossima sessione del Consiglio dei diritti umani a Ginevra. 

La comunità eritrea – la più numerosa tra i richiedenti l’asilo – è da tempo al centro del dibattito politico nella Confederazione.

In seguito al un viaggio di un gruppo di politici elvetici in Eritrea – su invito del console onorario in Svizzera Toni Locher – la destra aveva chiesto alle autorità elvetiche di intensificare il dialogo col regime e di analizzare la possibilità di rimpatriare i profughi, sospettati di essere per lo più “migranti economici”.

Ancora questa settimana la neoeletta presidente del Partito liberale radicale Petra Gössi ha detto di “non essere d’accordo” con le valutazioni della SEM, secondo cui un rimpatrio è attualmente impossibile.

L’eritrea alla Corte penale internazionale

L’Eritrea è dunque un paese sicuro? Non è quello che emerge dal nuovo rapporto d’inchiesta ONU per i diritti umani, pubblicato oggi.

Per la prima volta, la commissione parla chiaramente di “crimini contro l’umanità”, “che dovrebbero essere giudicati dalla Corte penale internazionale”, e raccomanda nuovamente agli Stati di accordare l’asilo agli eritrei che cercano protezione, nel rispetto della Convezione di Ginevra.

Il rapporto sottolinea inoltre che quella facciata di calma e normalità che può apparire al visitatore occasionale, cela in realtà un sistema coordinato di gravi violazioni dei diritti umani: torture, stupri, omicidi, sparizioni e schiavitù. Un riferimento – seppure implicito – alle dichiarazioni rassicuranti della delegazione elvetica di ritorno dall’Eritrea? 

--> Contattate l'autrice via Twitter @stesummi

In seguito al rapporto delle Nazioni Unite, che parla di crimini contro l’umanità, la comunità internazionale dovrebbe prendere delle misure concrete per porre fine al regime eritreo? Dite la vostra. 

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