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Populismo e anti-globalizzazione


Il trumpismo è un test per la democrazia




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La vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane riflette un aumento del populismo e del sentimento anti-globalizzazione negli Stati Uniti, ma anche in diversi paesi europei. (Keystone)

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane riflette un aumento del populismo e del sentimento anti-globalizzazione negli Stati Uniti, ma anche in diversi paesi europei.

(Keystone)

I freni all’immigrazione in Svizzera, la Brexit e ora Donald Trump. Una serie di scossoni populisti e anti-globalizzazione che rappresentano un test per le democrazie occidentali.

La sbalorditiva ascesa di Trump alla Casa Bianca è finora il segnale più chiaro delle rivolte anti-establishment che stanno interessando le maggiori democrazie da una parte e dall’altra dell’Atlantico.

Il voto che ha condotto il miliardario 70enne alla presidenza degli Stati Uniti è il riflesso di un profondo contraccolpo del libero mercato e delle frontiere aperte. È l’espressione della rabbia covata da milioni di colletti bianchi, colletti blu e membri della classe operaia che danno la colpa delle loro difficoltà economiche alla globalizzazione e al multiculturalismo.

“Ci sono molte analogie con la Svizzera”, dice il professore e avvocato Wolf Linder, ex decano della facoltà di scienze politiche dell’Università di Berna.

“Trump sta costruendo il suo successo con i perdenti della globalizzazione negli Stati Uniti, così come il partito di destra Unione democratica di centro (UDC) sta facendo in Svizzera”, spiega. “È un fenomeno che tocca tutti i paesi europei”.

La campagna populista di Trump - un personaggio fuori dagli schemi del suo stesso partito – riflette una crescente polarizzazione, che si traduce in un rifiuto delle classi politiche tradizionali.

I suoi propositi di scuotere l’establishment trovano un’eco nei politici di molte nazioni europee: Svizzera, Austria, Francia, Ungheria, Polonia e Svezia, dove il populismo è cresciuto nonostante le condizioni economiche relativamente stabili.

Ascoltare la gente

Le élite europee e statunitensi non hanno più contatto con i lavoratori, spiega Linder, perché “sono state per troppo tempo riflesso della grande industria e di tutti coloro che hanno tratto vantaggio dalla migrazione”.

“Fino a quando i perdenti della globalizzazione non verranno ricompensati, ci sarà un potenziale di protesta sempre più grande. E penso che la situazione sia simile in molti paesi industrializzati e democratici. Ma”, mette in guardia il professore, “l’immagine e la reputazione della democrazia stessa stanno soffrendo, non solo a causa delle elezioni statunitensi, ma in generale”.

"L’immagine e la reputazione della democrazia stessa stanno soffrendo."

In Svizzera, ad esempio, il voto del 2014 a favore dell’introduzione di quote per i migranti dall’Unione europea mette a rischio non solo gli accordi con Bruxelles che garantiscono la libertà di circolazione delle persone, ma crea difficoltà anche ai diversi settori economici elvetici che ricorrono alla manodopera straniera.

“Il problema è che i partiti di destra populisti sollevano i problemi, ma non hanno le soluzioni”, dice Linder.

Dopo il voto del 2014, il presidente della Confederazione ha dovuto lanciare un appello alla calma e all’unità nazionale. Allo stesso modo, i leader britannici si sono dovuti impegnare per contenere i danni dopo la decisione dello scorso giugno di lasciare l’Unione Europea. Una decisione, anche questa, che riflette le preoccupazioni della classe operaia per un aumento dell’immigrazione.

Complicazioni

Secondo un alto funzionario delle Nazioni Unite, la democrazia diretta fa da contrappeso ai governi percepiti come sordi dai propri cittadini.

“È sicuramente uno dei metodi più efficaci, affidabili e trasparenti per determinare la volontà del popolo”, spiega Alfred de Zayas, professore statunitense di diritto internazionale all’Università di Ginevra, nonché alto funzionario dell’ONU per la promozione della democrazia e dell’uguaglianza in seno ai governi.

Tuttavia, alcune condizioni devono essere presenti affinché il sistema abbia successo.

De Zayas ritiene che le democrazie rappresentative – quelle basate sulla rappresentanza attraverso deputati eletti – stiano deludendo sempre di più i votanti: “I parlamentari si consultano raramente con il proprio elettorato e qualche volta prendono decisioni chiaramente contrarie a quanto auspicato da chi li ha eletti”.

Anche la situazione opposta può portare a problemi, come si vede in Svizzera, dove governo e parlamentari cercano scappatoie giuridiche per implementare l’iniziativa anti-immigrazione.

L’esempio elvetico

Tuttavia, l’alta frequenza di referendum in Svizzera fornisce una sorta di “valvola di sfogo” per evitare un’eccessiva pressione da parte di una qualunque fazione o movimento, spiega.

“La Svizzera ha il vantaggio di poter contrastare le forze che si rivoltano contro l’establishment”, dice il politologo svizzero Jürg Steiner, insegnante di scienze politiche all’Università della North Carolina. “Quattro volte all’anno la popolazione si esprime e decide su problematiche sostanziali. Se le cose vanno male, non si può dare la colpa all’establishment”.

"La grande sfida della democrazia è superare le divisioni."

“Ciò che forse è più importante”, aggiunge Steiner, “è che le persone non si ascoltano più l’una con l’altra, in parte a causa dei social media, che fanno vivere ogni individuo nel proprio mondo. La grande sfida della democrazia è superare le divisioni”.

“Abbiamo bisogno di più dibattiti, che sono il segnale della volontà della gente di ascoltare con rispetto altri punti di vista, per quanto distanti siano le posizioni”.

“La mancanza di questo tipo di dibattito può essere riscontrata in molti luoghi: in Europa, sul tema dei rifugiati, e sì, anche in Svizzera”, dice Steiner. “Secondo me, il compito più urgente oggigiorno è trovare il modo di superare le divisioni pericolose. Ci vuole meno trumpismo, non solo negli Stati Uniti, ma in molti altri paesi.”


Perché i sondaggi si sono sbagliati a tal punto?

Alla vigilia delle elezioni presidenziali americane, la maggior parte dei sondaggi dava Hillary Clinton in vantaggio di circa il 4%, il che si traduceva in un’alta probabilità di vittoria dell’ex first lady.

“I sondaggisti statunitensi che hanno fallito nel comprendere cosa stava accadendo potrebbero imparare una cosa o due dalla Svizzera”, dice Jürg Steiner, insegnante di scienze politiche all’Università della North Carolina.

I sondaggisti svizzeri hanno imparato ad aggiustare i risultati dei loro studi – aiutando a migliorarne l’accuratezza – quando, per esempio, trattano di un referendum sugli stranieri o sull’apertura del mercato del lavoro. La gente in questi casi non dice esattamente quello che davvero voterà, perché molti se ne vergognano”.



Traduzione dall'inglese, Zeno Zoccatelli

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