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Post-conflitto


Le virtù non miracolose della giustizia di transizione




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A Srebrenica, il Memoriale di Potocari conserva i corpi e la memoria di oltre 8000 bosniaci massacrati dalle forze serbo-bosniache del generale Ratko Mladic nel luglio 1995, 20 anni fa. (Keystone)

A Srebrenica, il Memoriale di Potocari conserva i corpi e la memoria di oltre 8000 bosniaci massacrati dalle forze serbo-bosniache del generale Ratko Mladic nel luglio 1995, 20 anni fa.

(Keystone)

Malgrado i suoi numerosi tentativi, la giustizia internazionale è incapace di imporsi nella guerra siriana e nelle metastasi che infiammano l’intero Medio Oriente. In Africa, invece, conosce sviluppi sorprendenti. Le spiegazioni di Pierre Hazan, cofondatore di un nuovo sito d’informazione e di dibattito, justiceinfo.net, sostenuto dalla cooperazione svizzera.

Dalla creazione, nel 2002, della Corte penale internazionale (CPI) si sviluppata una giustizia internazionale per aiutare le società colpite dalla guerra a ricostruirsi. In parallelo, dei meccanismi come le commissioni di verità e riconciliazione tentano di completare – e a volte perfino di sostituire – il lavoro giudiziario per cicatrizzare le ferite ancora aperte.

Per vederci più chiaro, Pierre Hazan, specialista di queste risposte ai crimini di massa, ha lanciato con François Sergent, ex giornalista del quotidiano francese Libération e Jean-Marie Etter, direttore generale della Fondazione Hirondelle, un sito bilingue (francese/inglese) centrato su questioni giuridiche, politiche, ma soprattutto umane.

La sfida è quella di aiutare assalitori e vittime a coabitare nel modo più pacifico possibile, una volta deposte le armi, sottolinea Pierre Hazan.

swissinfo.ch: Perché lanciare un portale simile proprio adesso?

Pierre Hazan: Prima di tutto si assiste a una polarizzazione incredibile su questi temi. Da un lato, esiste una visione idilliaca della giustizia internazionale e transizionale, quasi fosse bacchetta magica. È un punto di vista che non condivido.

Dall’altro lato, c’è invece chi privilegia una visione cinica e disincantata, secondo cui questa giustizia sarebbe politicamente manipolata oppure servirebbe da alibi alla cattiva coscienza occidentale. Anche questa opinione mi sembra totalmente infondata.

Da qui è nata l’idea di lanciare un sito d’informazione e di dibattito per esaminare concretamente il potenziale, i successi e i fallimenti di questi meccanismi di riconciliazione, senza nascondere eventuali manipolazioni. Justiceinfo.net è un media indipendente.

swissinfo.ch: Con Daech, assistiamo a una spettacolarizzazione della violenza. È una nuova sfida per la difesa dei diritti umani e dello Stato di diritto?

. H.: Il gruppo Daech [acronimo arabo per lo Stato islamico, ndr] è il sintomo di un mondo in mutazione segnato da nuove minacce. Da qui la rinnovata importanza di decifrare questo mondo, che a volte può essere davvero disorientante. Oggi si chiede alla legge di dare più di quello che può. La legge non pone fine alla violenza politica. I conflitti si risolvono militarmente oppure grazie a negoziati. Ma se Daech è così potente, è anche perché per troppi decenni lo Stato di diritto e i diritti umani sono stati sistematicamente violati in Siria e in Iraq. Questa situazione ha creato un terreno fertile per Daech e i suoi atti di violenza.

swissinfo.ch: La giustizia svizzera ha appena arrestato Naser Oric, ex comandante delle truppe musulmane di Srebrenica durante la guerra del 1992-1995. Belgrado l’accusa di essersi macchiato di crimini di guerra contro i serbi di Bosnia. Si tratta di una forma di strumentalizzazione della giustizia internazionale?

P. H.: Il caso Naser Oric è l’ultimo episodio relativo alle guerre della memoria che toccano i Balcani. È una questione altamente politica. Quale sarà il racconto che emergerà sulle ragioni e il senso delle guerre balcaniche della fine del XX secolo?

Tutti i protagonisti cercano di strumentalizzare i tribunali per alimentare la loro visione della storia dei conflitti degli anni Novanta.

Concretamente, spetta allo Stato svizzero decidere se estradare Naser Oric e spetta ai giudici fare il loro lavoro. Il caso è preoccupante in quanto Oric è stato assolto dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.

Una cosa è certa: non c’è mai stata un’età d’oro per la giustizia internazionale. II mondo politico è sempre stato legato a questi processi giudiziari. Il processo di Norimberga era una giustizia dei vincitori. Detto ciò, i tribunali militari interalleati hanno svolto un ruolo determinante dopo la Seconda guerra mondiale per formalizzare le nuove regole di protezione dei civili. Bisogna ricordare che il crimine contro l’umanità come capo di imputazione è una creazione del processo di Norimberga.

swissinfo.ch: Con il caso Naser Oric, la Svizzera si è fatta incastrare?

P. H.: Durante il processo al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, la Corte aveva constatato che i crimini erano stati commessi contro dei civili serbi nei pressi di Srebrenica. Ma, secondo i giudici, la catena di comando non portava ad Oric. Per questo è stato prosciolto. Esistono nuovi elementi che non erano stati inclusi nel dossier? È solo esaminandoli che si saprà se la Svizzera si è fatta incastrare.

swissinfo.ch: Perseguito dalla Corte penale interazionale, il presidente sudanese Omar el-Béchir è stato di recente in Sud Africa per un incontro dell’Unione africana. Mentre il tribunale nazionale stava decidendo del suo arresto, l’uomo è però riuscito a fuggire. Si tratta comunque di un segnale di cambiamento in Africa?

P. H.: Sottolineiamo che il presidente sudanese ha dovuto filarsela attraverso l’aeroporto militare. Di conseguenza, il Sud Africa dovrà dare spiegazioni sull’esito di questo caso. Si ha tendenza ad immaginare che tutta l’Africa è ostile alla Corte penale internazionale. La realtà è però più temperata.

Da una parte, vi è un certo numero di capi di Stato che sfrutta una forma di solidarietà africana per accusare la Corte di “neoimperialismo giudiziario”. Giocano sulle vecchie passioni anticoloniali, perché di fatto il diritto è stato a lungo utilizzato come strumento di dominio da parte di queste potenze. Un tribunale con sede all’Aia può essere percepito in modo negativo dalle popolazioni che tengono molto alla sovranità del loro paese.

Ma bisogna anche notare che sono proprio i paesi africani ad aver richiesto maggiormente l’intervento della Corte penale internazionale, in Uganda, in Mali, nella Repubblica democratica del Congo o nella Repubblica Centrafricana. Tutti hanno chiesto a gran voce un rafforzamento della Corte.

Altri casi mostrano gli sviluppi in corso. Prossimamente si terrà il processo dell’ex presidente del Chad Hissène Habré, accusato di aver ucciso e torturato migliaia di persone. È la prima volta che una corte creata dall’Unione africana si esprime su un ex presidente africano. E, per di più, in un paese terzo: il Senegal. È uno sviluppo straordinario, impensabile dieci anni fa.

Lacerata da una guerra intercomunitaria, la Repubblica Centrafricana ha dal canto suo adottato una legge per creare una corte penale speciale che dovrebbe avere una componente internazionale. Ha chiesto l’aiuto della Corte penale internazionale e sta cercando di creare una commissione di verità e di rimettere in piedi il suo sistema giudiziario. Questo esempio mostra i diversi livelli di giustizia che si stanno creando in nome del processo di riconciliazione.

swissinfo.ch: Si può dunque dire che la giustizia transizionale si sta imponendo?

P. H.: Credo che si stia imponendo perché gli Stati sono più deboli e c’è un enorme bisogno di norme e regole. Dal XIX secolo fino alla fine della Guerra fredda, gli Stati sono stati molto potenti. Oggi, gli sviluppi tecnologici che ignorano i confini, i processi di deregolamentazione, privatizzazione e globalizzazione indeboliscono degli Stati sempre più interdipendenti. La maggior parte dei conflitti non vede opposti direttamente degli Stati, ma si svolgono al loro interno. Oltre l'80% delle vittime sono civili. Una volta che le armi tacciono, come si fa a ricostruire una società, con quali strumenti?

La giustizia transizionale, le commissioni per la verità, gli organi di protezione dei diritti umani partecipano a dare una risposta, tenendo conto che è estremamente difficile ricostruire una società dopo simili violenze di massa.La CPI ha il grande merito di aver dato un impulso, spingendo alcuni governi a prendere l'iniziativa per evitare un’eventuale intervento della stessa CPI, che, ricordiamolo, è una corte di ultima istanza. Impegnati in operazioni militari, paesi come la Francia, la Gran Bretagna o Israele aprono loro stessi delle indagini. E ciò proprio per prevenire un intervento della CPI. Naturalmente, a volte queste iniziative possono essere insufficienti. E bisogna denunciare casi simili.

Qualcuno potrebbe criticare la Corte penale internazionale di non aver portato nessuno davanti al banco degli imputati al di fuori del continente africano. È vero. Ma la Georgia, la Palestina, Israele, l’Afghanistan o l’Iraq potrebbero benissimo essere i prossimi paesi nel mirino dei giudici della CPI.

Siamo quindi di fronte a un sistema di giustizia internazionale in continua costruzione. Il fatto, però, che gli Stati Uniti, la Russia e la Cina non hanno aderito alla CPI è un durissimo colpo alla sua ambizione di universalità. 

swissinfo.ch: Nel caso della Siria, si assiste a una sorta di ritorno in grazia di Bachar el-Assad. È illusorio cercare al contempo la pace e la giustizia?

P. H.: Ci sono stati dei tentativi a livello del Consiglio di sicurezza dell’ONU di deferire la questione siriana alla CPI. Ciò ha provocato il veto di Russia e Cina. Siamo di fronte a un conflitto terribile che ha messo per strada la metà della popolazione, dove ogni giorno vengono commessi crimini di massa senza che la giustizia internazionale possa intervenire.

Detto ciò, non si mette fine a una guerra attraverso il diritto, ma con un accordo di pace o con la sconfitta di una delle parti. Credere che il diritto sia una soluzione per risolvere un conflitto, è dar prova di un idealismo ingenuo.


(Traduzione dal francese)

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