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Svizzera-UE


Primo sì a libera circolazione con Croazia, ma la strada resta in salita




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La Camera del popolo elvetica oggi ha lanciato all'UE un segnale di buona volontà di rinsaldare i legami tra Berna e Bruxelles, proseguendo sulla via bilaterale. I deputati hanno avallato l'estensione alla Croazia dell'accordo sulla libera circolazione delle persone. Le relazioni Svizzera-UE non sono però ancora uscite dallo stallo.

La ratifica dell'estensione della libera circolazione alla Croazia, secondo la maggioranza della Camera del popolo, è una condizione preliminare indispensabile per tutelare gli accordi bilaterali Svizzera-UE. (Keystone)

La ratifica dell'estensione della libera circolazione alla Croazia, secondo la maggioranza della Camera del popolo, è una condizione preliminare indispensabile per tutelare gli accordi bilaterali Svizzera-UE.

(Keystone)

La valenza dell'estensione alla Croazia, che dal 1° luglio 2013 è membro dell'Unione europea (UE), dell'accordo bilaterale di libera circolazione (ALCP) tra Berna e Bruxelles, va ben oltre i rapporti tra la Confederazione e la Repubblica balcanica, hanno ricordato vari deputati intervenuti nel dibattito. In gioco c'è il futuro delle relazioni tra la Svizzera e l'UE: Berna deve trovare il modo di attuare l'iniziativa "contro l'immigrazione di massa" – che sancisce la gestione autonoma della migrazione, con tetti massimi e contingenti di stranieri – rispettando al contempo l'ALCP con l'UE.

Preservare scienza ed economia

In primo luogo, con la ratifica del protocollo relativo alla Croazia, la Svizzera si gioca la partecipazione ai programmi europei di ricerca "Orizzonte 2020" e di scambio di studenti "Erasmus+". Questi sono d'importanza fondamentale per la scienza e l'economia e in soldi si traducono in miliardi di franchi per la ricerca, è stato ripetutamente sottolineato nel dibattito alla Camera del popolo.

Borse europee per ricercatori svizzeri

Il Consiglio europeo della ricerca (CER) di Bruxelles ha annunciato ieri di aver distribuito borse di studio "ERC Advanced Grants", di un valore tra i 2,5 milioni e i 3,5 milioni di euro ciascuna a 20 ricercatori svizzeri. La parte del leone è fatta dal Politecnico federale di Losanna (EPFL) che ne ha ottenute sette. Il Politecnico federale di Zurigo (ETHZ) e l'Istituto Friedrich Miescher di Basilea ne hanno ricevute quattro a testa, l'università di Basilea tre, quelle di Ginevra e Losanna una a testa.

Sulle circa 2000 candidature sono pervenute a livello europeo, il CER ne ha scelte 277 ritenute meritevoli di ricevere queste borse, che sono prova dell'eccellenza di un progetto. In tutto il continente sono stati distribuiti 647 milioni di euro che hanno lo scopo di permettere a scienziati di sostenere le proprie ricerche per i prossimi cinque anni.

Solo la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e i Paesi Bassi ottenuto un finanziamento maggiore di quello percepito dalla Svizzera.

Fonte: Ats

La Confederazione era stata esclusa da quei programmi proprio dopo aver sospeso la firma del protocollo sull'estensione, in seguito all'approvazione, nella votazione popolare del 9 febbraio 2014, dell'iniziativa "contro l'immigrazione di massa", promossa dall'Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice). La Svizzera era poi stata parzialmente riammessa, a titolo provvisorio fino alla fine del 2016, in cambio dell'impegno del governo elvetico di rispettare la libera circolazione anche senza accordo e di versare i 45 milioni di franchi previsti quale contributo al fondo di coesione UE per la Croazia.

Ma se non ratifica l'estensione entro il 9 febbraio 2017 – ossia la scadenza per l'applicazione dell'articolo costituzionale sulla regolazione dell'immigrazione, previsto dall'iniziativa "contro l'immigrazione di massa" – la Svizzera perde l'accesso ad "Orizzonte 2020". Con effetto retroattivo al 1° gennaio 2017, sarebbe relegata allo statuto di Stato terzo e suoi ricercatori potrebbero unirsi solo a progetti in corso, senza finanziamenti dell'UE.

Proprio per scongiurare questo scenario, il governo elvetico ha ingranato la quarta: il 4 marzo, ossia il giorno stesso in cui la Svizzera ha firmato il protocollo sull'estensione dell'ALCP alla Croazia, lo ha trasmesso al parlamento per il via libera alla ratifica. A sua volta, la Camera del popolo non ha perso tempo: oggi lo ha esaminato e ha dato il proprio assenso, con una netta maggioranza: 122 voti contro 64.

Solo i deputati del gruppo UDC (di cui fanno parte anche quelli della Lega dei Ticinesi e del Movimento romando dei cittadini) si sono opposti. A loro avviso, il protocollo sulla Croazia viola l'articolo costituzionale sulla regolazione dell'immigrazione, che tra l'altro vieta la conclusione di trattati internazionali in contraddizione con l'articolo stesso.

Principio di non discriminazione

Questa era stata peraltro per due anni anche l'interpretazione del governo svizzero, che aveva perciò sospeso la firma. Ma varie perizie giuridiche nel frattempo sono giunte a una conclusione diversa: il protocollo relativo alla Croazia non va considerato come un nuovo trattato, bensì l'applicazione a un nuovo paese membro dell'UE di un accordo esistente tra Berna e Bruxelles.

Ciò conformemente a quanto è stato fatto finora nelle precedenti fasi di allargamento dell'UE. E non c'è alcun motivo per cui la Svizzera debba discriminare la Croazia, hanno rilevato anche alcuni parlamentari.

Oltre ad appoggiarsi su perizie di noti costituzionalisti, l'esecutivo elvetico ha motivato la giravolta con una disponibilità riscontrata nei contatti con Bruxelles, a cercare una soluzione consensuale con Berna. Il governo svizzero vede possibilità di margine nell'interpretazione della clausola di salvaguardia, prevista dall'ALCP, che permetterebbe di limitare l'immigrazione a determinate condizioni.

La soluzione per una libera circolazione compatibile con l'articolo sulla regolazione dell'immigrazione "non c'è ancora, ma il protocollo sulla Croazia non sarà ratificato finché non sarà trovata", ha assicurato ai deputati la ministra di giustizia e polizia Simonetta Sommaruga.

Come noto, Bruxelles non intende certo fare concessioni a Berna alla vigilia del voto della Gran Bretagna sul proprio futuro europeo. Almeno fino al 23 giugno, data della votazione sulla Brexit, dunque non ci saranno negoziati tra la Svizzera e l'UE. Dietro le quinte però si continua a lavorare, ha sottolineato la ministra socialista, che si è mostrata fiduciosa sugli sviluppi.

Secondo il governo e la maggioranza della Camera del popolo, il nullaosta di principio alla ratifica del protocollo sulla Croazia è la premessa indispensabile per trovare una soluzione con l'UE. E occorre essere pronti a tempo debito. Perciò ora si deve avanzare a ritmo sostenuto.

UE principale partner commerciale

Secondo la statistica del commercio estero svizzero, nel 2015 sul totale di 202,900 miliardi di franchi di esportazioni elvetiche, 108,999 miliardi sono andati in paesi dell'UE. Parallelamente, sulle importazioni complessive pari a 166,291 miliardi di franchi, 120,513 miliardi provenivano da paesi dell’UE.

Incognite sul futuro

L'incarto passa adesso alla Camera dei Cantoni. Secondo gli auspici di ministri e deputati, i senatori dovrebbero dare il via libera in giugno, in modo che poi possano trascorrere i termini per un eventuale referendum e che si possa essere pronti per la ratifica sin dall'inizio del 2017.

Non è tuttavia scontato che questo ritmo di marcia sia rispettato. Tramite dichiarazioni ai media, alcuni membri della commissione preparatoria della Camera dei Cantoni hanno infatti fatto sapere di non voler decidere sul protocollo riguardante la Croazia, prima che siano chiarite tutte le questioni fondamentali aperte con l'UE e che la soluzione riguardo a una limitazione della libera circolazione non sia sul tavolo. Non è dunque escluso, che la commissione sottoponga solo in autunno il dossier alla Camera dei Cantoni.

Al momento si tratta però soltanto di speculazioni. Nel frattempo si stanno facendo strada altre varianti.

Da una parte c'è la proposta di una clausola di salvaguardia regionale o settoriale, azionabile in funzione del tasso di disoccupazione. Sviluppato da un gruppo di lavoro del Politecnico federale di Zurigo, sotto la direzione del professor Michael Ambühl, su mandato del Ticino, questo modello ha suscitato interesse in altre regioni che lo stanno vagliando.

D'altra parte, alcuni partiti stanno riflettendo sulla proposta di un controprogetto all'iniziativa popolare "Fuori dal vicolo cieco", nota anche con l'acronimo tedesco Rasa, che chiede di abrogare l'articolo costituzionale sulla regolazione dell'immigrazione. Presentato dal Forum di politica estera (Foraus), il controprogetto prevede di vincolare l'autorizzazione a stabilirsi in Svizzera a determinate condizioni, come avere un permesso di lavoro o dimostrare di disporre dei mezzi per essere autosufficienti. La Svizzera potrebbe così gestire autonomamente l'immigrazione, senza infrangere l'accordo di libera circolazione.

Le idee dunque non mancano. Resta da vedere se semplificheranno o se complicheranno il cammino per una soluzione concertata tra Berna e Bruxelles.



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